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E ci sarebbero dovuti andare i Queen

È morto Malcolm McLaren. L’uomo che ha inventato i Sex Pistols.
Vi racconto come è andata. O almeno come la intendo io.
Non so se è la verità. Quando parli del rock è come con il west.
Tra la verità e la leggenda, scegli la leggenda.

Malcolm McLaren non ha inventato il punk. Il punk c’era già. Ma era una cosa che facevano in America.
A New York, per giunta.
C’era della gente che si divertiva a fare del gran rumore, a suonare rock semplice e diretto, togliere i fronzoli, prendere un po’ per i fondelli.
Ma era l’America. Puoi essere davvero fastidioso in America? A New York, poi. C’è qualcosa di sacro a New York?
L’intuizione geniale di Malcom McLaren è stata questa: prendere una banda di bastardi, trasformarli in complessino e buttarli in pasto ai media britannici. In realtà, non è questa grande invenzione. Andrew Loog Oldham lo aveva già fatto una dozzina di anni prima, quando si era reso conto che l’unico modo per rendere appetibili quei cinque fighetti innamorati della musica nera e che guardavano dall’alto in basso i Beatles perché loro mica suonavano roba pop per ragazzine era quello di trasformarli nello specchio dei Beatles. Ma per quanto Jagger e soci si siano effettivamente impegnati parecchio a fare quelli sporchi e cattivi, la loro restava sempre poco più che una straordinaria messa in scena.
I Pistols no. I Pistols brutti e sporchi lo erano per davvero.
Jagger si chinò davanti a Ed Sullivan e fece diventare la notte che voleva trascorrere insieme alla sua bella in del generico tempo. Quando i Sex Pistols finirono per la prima volta in televisione fecero andare di traverso il tè in centinaia di migliaia di salotti dalla moquette marrone ad altrettanti Harold e Maude [edit: vedi commenti]. È appena un minuto, ma è un minuto di televisione che sta a fianco a quelli che fecero la fortuna dei Beatles e di Elvis. Ed è un minuto di parolacce (“fuckin'”, “shit”), di schermaglie con un presentatore che, ironia della sorte, aveva tenuto a battesimo i Beatles alla tv inglese, Bill Grundy. Una delle necessarie figure di sfondo della storia del rock, una spalla che dà la battuta giusta a quattro stronzetti accompagnati da un tizio con una svastica al braccio e una giovane Siouxsie che si diverte a stuzzicarlo. Pensare che quel giorno doveva intervistare i Queen, da copione. Ma poi c’è un contrattempo. E la Emi manda quel gruppetto messo sotto contratto da poco. Ed eccoli lì.

Steve Jones ha una maglietta con stampate su delle tette. Johnny Rotten sembra arrivare dal futuro. Glen Matlock sembra l’unico fuori posto, un bravo ragazzo con il suo maglioncino in mezzo agli amici teppisiti. E infatti per lui, che forse è stato quello che ha scritto le canzoni, arriverà il licenziamento. Al suo posto arriva un frequentatore assiduo dei concerti dei Pistols, un ragazzetto bellino, un sacco punk ma che con la musica proprio non ci sa fare. Ci si è messo pure Lemmy a cercare di dargli lezioni di basso, ma non c’è niente da fare. Proprio non ce la fa.
McLaren coccola i suoi ragazzi, pianifica bene le mosse. Li manda a promuovere “God save the Queen” su un battello davanti a Buckingham Palace. L’anno del Giubileo.
La corona inglese ne aveva viste tante, fino a quel momento. Quello sberleffo feroce e sguaiato mancava. L’idea è straordinaria, mette il dito su una delle più eccezionali contraddizioni dell’Inghilterra: la sua modernità e il persistere di un’istituzione medievale, una specie di folcloristico residuo di tempi andati. La graziosa regina nel suo palazzo mentre Londra brucia (ci vorranno i Clash a spiegare bene quello che i Pistols hanno confusamente urlato, ma questa è un’altra storia) e i punk urlano tutto il loro divertimento e il loro disprezzo. Per la prima volta la corona inglese diventa sponda inconsapevole di una strategia di marketing. È solo in Inghilterra, così, che il punk può diventare una cosa che si identifica integralmente con la ribellione giovanile.
Per fare un esempio spiccio: i Ramones sono divertenti, sono sboccati, sono irriverenti, sono dei cartoni animati che ti danno delle mazzate sulla testa e poi spunta il bernoccolone con le stelline. I Sex Pistols vogliono sfregiarti con una bottiglia rotta e pisciarti addosso.
Boom. Teenager colpiti e affondati.
Il look dei Pistols diventa moda.
Steve Jones si presenta sul palco con in testa un fazzoletto con gli angoli legati, come le vecchie con le vene varicose a Brighton. I fan lo seguono. Se volete un’immagine della grande truffa messa in piedi da McLaren, per me è quella.
Ma quanto può durare quella che dovrebbe sembrare una rivoluzione e che poi diventa moda?
Poco.
I Pistols si imbarcano in un tragicomico tour americano, durante il quale vanno in frantumi.
Ma a McLaren importa ormai poco, ha trovato in Sid il suo nuovo pupillo.
Passato da essere uno qualunque a una specie di incrocio punk tra John Lennon e James Dean, il ragazzo sbrocca e va a finire come è finita. Nancy in un lago di sangue in una stanza d’albergo, Sid morto di overdose non molto dopo, un Jim Morrison espresso appena appena in tempo per chiudere gli anni Settanta con un’altro bel cadavere iconico.

Ha fatto dell’altro, dopo, Malcolm McLaren?
Sì, credo.
Ma può essere anche solo lontanamente paragonato a questo?

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