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La disfatta di Nevitalia

(un noioso sfogo di un pendolare frustrato)

Due anni e spiccioli fa scrissi un post che si chiamava La disfatta di Trenitalia, in cui raccontavo che cosa avevano combinato alla rete ferroviaria una nevicata e due giorni di gelate.
Scrivevo:

Lunedì appena una mezz’oretta di ritardo, martedì un pasticciaccio per cui ci si è trovati a dover scommettere su quale tra tre treni sarebbe partito prima (ma comunque dalle 5,30 alle 8 nessun regionale ha lasciato Bologna in direzione di Piacenza, che non è il massimo per i pendolari e i loro orari), mercoledì tutto più o meno regolare.
Tutto sommato, l”atteggiamento era di una pacata rassegnazione. Si stava a naso all’insù davanti ai tabelloni o seduti in un treno che non si sapeva quando sarebbe partito a discettare del più e del meno, di quanto faceva freddo e di quanto ne avrebbe fatto ancora.
La cosa che più infastidiva era non tanto il disservizio in sé, quanto l’assoluta mancanza di comunicazioni aggiornate o affidabili. Lunedì il tabellone continuava a segnalare ritardi di gran lunga di quelli reali dati da ProntoTreno (prima che il server andasse giù per i troppi contatti). Martedì, appunto, c’è stata questa situazione di gioco d’azzardo. E visto che i messaggi audio automatici erano stati sostituiti da una signora in carne e ossa, si sarebbe forse potuto annunciare quale era il primo treno a partire in direzione Piacenza.

[…]

una disfatta che è solo la proiezione su scala più ampia di una situazione quasi quotidiana. Molti treni non sono riusciti a partire perché il freddo aveva bloccato le porte, si è detto. Però già normalmente ogni treno che prendo ha almeno una porta che non funziona. Almeno una. Voglio dire: parliamone. Una volta su una c’era un cartello che indicava che l’intervento di riparazione era stato richiesto due mesi prima. Ed era un eurostar.

I problemi ci sono, sono grossi e sono strutturali.
Probabilmente non ci sono abbastanza carrozze per poterne tenere alcune ferme il tempo necessario alle riparazioni. Ma allora, forse, anche i controlli di sicurezza non vengono fatti con la dovuta frequenza. Sono ipotesi inquietanti ma, temo, realistiche.

Due anni dopo, la situazione è sostanzialmente identica, ma aggravata dal fatto che le condizioni climatiche sono assai peggiori di allora (e su questo Trenitalia non ha colpe) e che il materiale viaggiante è di due anni più vecchio. Oltre al fatto che se due giorni di disagio sono tollerabili, 12 giorni (è dal primo di febbraio che viaggiare in treno è un delirio) lo sono molto meno. Anche perché i problemi sono gli stessi di due anni fa: scambi ghiacciati e formazione di ghiaccio sui cavi elettrici. E le care vecchie porte non funzionanti, che non si aprono o non si chiudono, facendo allungare i tempi di sosta nelle stazioni.
Il bollettino di guerra dei miei viaggi di questi giorni è lungo e, tutto sommato, poco interessante. Vi basti sapere che martedì ho trascorso due ore e mezza a Modena in attesa del primo treno che partisse per Bologna (18.30 – 21), perché tra soppressioni e ritardi è andata così. E stiamo parlando di una linea ferroviaria primaria nel cuore di una regione ricca, che vorrebbe essere un modello per il Paese.
Ancora una volta, colpisce l’atteggiamento di Trenitalia, la sua totale mancanza di una qualsivoglia forma di attenzione per il consumatore, specie quello “povero” delle linee tradizionali, che la situazione d’emergenza mette ancora più in evidenza.
Per esempio: a Modena la sala d’attesa non è riscaldata. Fino a che ci devi stare dieci minuti, vabbeh. Quando hai due ore di attesa e passa, che fai? L’unica è rifugiarsi al bar della stazione, che è appena appena più caldo (sorvolo sulla follia dell’edicola che chiude molto prima di quanto dichiarato nel cartello degli orari, quando la stazione è piena di gente che per la noia comprerebbe anche i sudoku in klingon, perché comunque vengo da Genova e i negozianti che sembra ti facciano un favore a venderti la roba non mi stupiscono).
Poi: i ferrovieri non esistono più. Tutte le comunicazioni al pubblico vengono fatte attraverso messaggi automatici. Lo stesso personale viaggiante (che è vittima della situazione quanto i passeggeri; poi ci sono quelli che si comportano da stronzi lo stesso, ma se un treno ha tre ore di ritardo pure loro arrivano a casa dopo tre ore di gelo) è lasciato privo di informazioni. Il primo giorno di questa follia sono rimasto mezz’ora su un intercity fermo alle porte di Bologna con il capotreno che ogni tanto faceva degli annunci per dire che non dicevano neanche a lui quando sarebbe potuto ripartire.
Un passeggero con uno smartphone ha il polso della situazione molto più del personale delle biglietterie (i punti informazioni, salvo nelle stazioni più grandi, non esistono più); e per quanto viaggiatreno (anche nella versione mobile) sia un buon servizio, non è possibile che l’informazione sia lasciata alla totale autogestione del viaggiatore (salvo i casi di controllori di buon cuore).

Ma ancora di più mi colpisce il silenzio che circonda questo collasso della rete ferroviaria. Da dodici giorni viaggiare in treno è un incubo.
E non in una qualche sperduta linea secondaria dell’Appennino: in mezzo alla Pianura Padana, per fare 35 chilometri tra due città ricche.
In Liguria, forse esagerando, la Regione ha fatto causa a Trenitalia per interruzione di pubblico servizio (perché il trasporto regionale è svolto da Trenitalia come servizio pubblico attraverso una convenzione con le regioni, dalla quale dipende buona parte del bilancio dell’azienda) per il primo giorno di disagi.  Qua invece sembra tutto passare in cavalleria, con i giornali che ogni tanto pubblicano la foto di “colore” con le porte dei treni innevate o il tabellone degli orari con i ritardi (tra l’altro, con grande mossa strategica, sui tabelloni non compaiono più i treni soppressi), accennano a disagi per i pendolari e poi manda le tue foto della neve, LOL.
Però, per dire, chi ha un abbonamento mensile o annuale non sa ancora se e come verrà rimborsato per questi disagi (probabilmente no, tanto sono cause di forza maggiore secondo Trenitalia), perché disagi sono: essere costretto ad arrivare ogni mattina in stazione prestissimo perché non puoi sapere se dopo il treno delle 7:16 quelli dopo non avranno un ritardo di minimo due ore, aspettare in posti gelidi, non potere programmare un minimo i tuoi impegni perché sei ostaggio della più totale casualità (senza contare le ore di permesso sprecate in questo modo idiota).
Ma poi basterebbero anche delle stronzate: Trenitalia Emilia Romagna ha il mio indirizzo email, come ha quello di tutti gli abbonati. Due righe di scuse sarebbero già il minimo sindacale, dopo dieci giorni. Questi non hanno neanche le basi.
L’unica cosa che hanno imparato da due anni fa è che non devono lasciare Moretti da solo davanti ai microfoni. O almeno, non subito.

L’altra sera un mio amico, mente cercava penosamente di tornare ad Alessandria arrancando tra bus sostituivi, mi ha scritto “ho paura che questo sarà il livello del servizio d’ora in poi”.
Mi viene difficile dargli torto. Il “piano neve”, che poi significa tagliare selvaggiamente treni, è scattato con una rapidità sorprendente (questa sì), come se non aspettassero altro che sfoltire l’offerta e deviare quanti più passeggeri possibili sull’AV. E questo, ho davvero paura, è lo scenario futuro: una rete di collegamenti veloci tra grandi città al di fuori della quale c’è il nulla o quasi. O entrano in gioco altri operatori per le tratte regionali (ma Arena Ways è stata praticamente soffocata nella culla perché in virtù del contratto con Trenitalia per il trasporto regionale non ha potuto realizzare la linea Torino-Milano con fermate intermedie e la NTV di Montezemolo punta all’Alta Velocità, per lo stesso motivo) o il futuro si preannuncia plumbeo.
E, no, non mi fido di una sola parola di quello che promette Moretti (che fa pure il sindaco di un paesino presso Rieti)

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Slow train comin’

Alla fine avevano ragione.
L’Alta Velocità ha davvero migliorato la situazione dei treni regionali.
Il fatto è semplice: con una linea in più su cui passano i treni con la priorità più alta, non ci sono più (o sono diventati rari), sulle linee coperte da AV, quei ritardi causati dallo stare fermi lunghi quarrti d’ora nel nulla per far passare Eurostar e simili.
Se volevo averne una conferma, l’ho avuta ieri, quando la tratta “Sestri Levante – Parma” è stata coperta da un regionale uscito dritto dritto dall’inferno (caldo, affollato, caldo, rumoroso, caldo, caldo caldo) in appena tre ore e dieci minuti (vale a dire con un ritardo di quaranta minuti su quanto previsto).
Il viaggio di per sé sarebbe bellissimo: chilometri e chilometri di costa ligure, poi si va su per gli appennini, boschi, monti, cavalli nei recinti. Uno spettacolo talmente glorioso che di tanto in tanto il treno si ferma all’improvviso per fartelo gustare meglio.
Quindi, insomma, con una certa riluttanza, questo vale come smentita di alcune affermazioni apocalittiche fatte nei mesi scorsi sull’AV.

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