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Autodifesa – giugno 2011

Poi uno si chiede a che cosa servono gli ebook.
More about Il quinto giornoPer portarsi in giro mallopponi da 1000 e passa pagine, fondamentali in caso di volo intercontinentale, senza avere l’ingombro di un malloppone da 1000 e passa pagine. A questo proposito mi ero comprato “Il quinto giorno” di Franz Schätzing (Nord) (e le modalità di quell’acquisto hanno fornito lo spunto per uno dei post più fortunati di questo blog), che si è rivelato un buon compagno di volo tra Roma e Newark, NJ, almeno per la prima metà. Tutta la prima parte di questo thrillerone fantascientifico è avvincente e ben strutturata, con l’inspiegabile “ribellione” di creature marine che sconvolge gli oceani. Non è niente di trascendentale, ma i personaggi sono ben ricalcati sui modelli del genere, le informazioni scientifiche vengono infilate nella narrazione senza eccessi di infodump, la costruzione della tensione è da manuale. Il romanzo finisce poi per trascinarsi parecchio e diventare molto meno interessante nella seconda parte, quella della “riscossa” umana, che ho trovato molto più noiosa da leggere, anche perché una volta svelata l’origine del mistero (che è comunque ingegnosa) gran parte del divertimento è andato. Però tanto di cappello alla portata della storia e alla spaventosa mole di documentazione che c’è dietro. C’è anche qualche passaggio vagamente profetico:

rammentate che, oltre alla distruzione, quando uno tsunami arriva tutto esplode. Nessuno riesce a cavarsela nella lotta contro il fuoco. Le fasce costiere sono state prima inondate e poi bruciate. Ah, già, poi è successa anche un’altra cosa: il risucchio della massa d’acqua che stava rientrando in mare ha interrotto il ciclo di raffreddamento di alcune centrali, stupidamente costruite nei pressi della costa. Abbiamo avuto un ’massimo incidente ipotizzabile’ in Norvegia e uno in Inghilterra. Vi basta?

E inoltre una spiegazione efficace di che cosa si intende per “fine delle risorse petrolifere”:

In fondo, il problema non era prevedere quando sarebbe uscita l’ultima goccia di petrolio, ma quando l’estrazione non sarebbe più stata economicamente vantaggiosa. Il tipico sviluppo della resa di un giacimento seguiva le leggi della fisica. Dopo la prima perforazione, il petrolio veniva spinto fuori dalla pressione e spesso zampillava per decenni. Col tempo, però, la pressione si riduceva. Sembrava che la terra non volesse più dare il petrolio, che lo trattenesse in minuscoli pori con una pressione capillare. In tal modo, ciò che all’inizio usciva spontaneamente, ora doveva essere estratto con grande spesa. Costava un capitale. La quantità estratta diminuiva rapidamente molto prima che il giacimento fosse esaurito. Sottoterra poteva esserci ancora petrolio, ma, se estrarlo richiedeva più energia di quanta ne procurasse, allora era meglio lasciarlo dov’era.

More about Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei QueenLa cospicua produzione di Gianluca Morozzi si divide bene o male in due grossi filoni: i thriller (a cui appartengono anche fumetti come “FactorY” e “Il vangelo del coyote“) e quelle che potremmo definire commedie sentimentali. “Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen” appartiene a quest’ultimo filone e riprende i personaggi di “L’era del porco”, buttando questa volta il povera Lajos alla scoperta dell’identità del suo vero padre, vale a dire Bob Dylan. C’è un sacco di rock, ci sono un sacco di buffe avventure sentimentali, c’è una ragazza apparentemente inarrivabile. Purtroppo l’Orrido (uno dei personaggi più azzeccati del romanzo precedente) è praticamente assente. Comunque, ancora una volta sono rimasto colpito da come scorre fluida la scrittura di Morozzi: il tono colloquiale, senza essere sciatto, funziona alla perfezione e mi sono trovato, come al solito, a girare pagina dopo pagina e sghignazzare. Poi, certo, non è nulla che cambierà la storia della letteratura e probabilmente tra un mese ricorderò più solo un paio di cose di questo libro, ma il suo sporco lavoro di libro di intrattenimento lo fa bene. Ma quando c’è di mezzo Bob Dylan posso perdere senso critico. Al vecchio Bob sono parecchio affezionato e gliene devo almeno una, visto che se nel luglio del 2001 non fossi andato a vedere un suo concerto sarei finito in mezzo alla mattanza del G8. Ma questa è una storia che ho raccontato da un’altra e che tra qualche giorno salterà fuori (poi c’è anche quella volta che ho provato ad attaccare bottone in treno con delle ragazze americane chiedendo se la traduzione di Don’t think twice it’s all right che avevo su un libro era corretta – e non lo era – ma questa è un’altra storia ancora e non particolarmente interessante)
Le prima pagine (con uno spoiler devastante su Soffocare, di Chuck Palahniuk) comunque sono disponibili qui.

More about Oltre l'avenue DUno dei concetti che mi è sempre piaciuto un sacco quando si parla di musica è quello della “scena”, vale a dire tutta la complessa rete di band, fan, organizzatori che in un ambito più o meno ristretto (solitamente cittadino) ruota attorno a un genere musicale. La teoria della “scena” presuppone che all’ombra degli artisti che per un motivo o per l’altro riescono a emergere ci sia tutta una serie di personaggi meno fortunati che hanno però anche loro un qualche ruolo nel successo di chi sta sopra. Nel caso della scena newyorchese della seconda metà degli anni Settanta, la cosa è abbastanza evidente: gente come Ramones o Blondie ha fatto il botto, ma dietro di loro c’era una quantità incredibile di gruppi con cui hanno diviso palchi, camerini, serate, musicisti. Philippe Marcadè, autore di “Oltre l’avenue D” (Agenzia X), è uno di questi. Il suo gruppo, The Senders (“quelli che ti ci mandano”) è una nota a pie’ pagina di quella storia musicale, nonostante il loro rhythm and blues sporco e ossessivo non fosse malissimo, ma lui c’era. Arrivato a New York dopo un viaggio per gli States dalla Francia, la sua festa di benvenuto coincide con uno dei primi, se non il primo, concerto dei Ramones. Per dire. Il libro è pieno di aneddoti di prima mano su Johnny Thunders (che per qualche tempo ha anche suonato con i Senders), Nancy Splugen, Debbie Harry, i Ramones e piccoli e grandi fatti del CBGB’s, come il cantante degli Electric Chairs, Wayne County, che spacca la spalla di Handsome Dick Manitoba con l’asta del microfono dopo che gli aveva urlato “frocio” una volta di troppo. Ma compaiono anche a sorpresa un allora ignoto Bob Marley e una giovane Madonna in cerca di fama.
Marcadé racconta tutto con un tono ingenuo, come fosse una specie di bambino dispettoso lasciato libero in un meraviglioso negozio pieno di giocattoli pericolosissimi e colorati, in compagnia di un’orda di suoi simili. Sono tanti episodi, spesso scollegati gli uni dagli altri, ma messi insieme danno il sapore e l’eccitazione di un’epoca. E poi il brusco risveglio, le prime morti per AIDS, per droga, trovare un modo per restare vivi. Spiace che Marcadé non abbia avuto più tempo nelle sue giornate per avere altre cose da raccontare.
Ma intanto, per approfondire (fin troppo, forse, visto che racconta la storia del punk partendo dai Doors) ho ordinato questo.

E ora, qualcosa di completamente diverso.

Alla fine di un recente consiglio di facoltà si è alzato un docente a dire che nella nostra facoltà ci voleva Storia del cinema e siccome nessuno sapeva di aspiranti a un concorso per Storia del cinema tutti hanno guardato il collega come se fosse un matto e come se parlasse non in italiano, come in effetti parlava, ma in assiro-babilonese.

More about Le rivoluzioni vanno sempre storte

Questo frammento viene da “Le rivoluzioni vanno sempre storte” di Luciano Marrocu. Come si capisce, è un (meta)romanzo di ambientazione universitaria che registra il naufragio della vita di un professore e scrittore, che assiste praticamente impotente all’organizzazione di un convegno sui falsi di Arborea, documenti prodotti nella seconda meta dell’Ottocento che inventavano per la Sardegna un passato medievale glorioso e all’avanguardia della cultura italiana ed europea. Curiosamente, si troverà a essere l’unico contrario al tentativo di presentare questi falsi come segno della grande vivacità culturale della cultura sarda del XIX secolo e l’unico perplesso davanti alla proposta di uno studioso di creare una lingua sarda unificata che sintetizzi il sardo del nord e quello del sud.
Ci sono personaggi bizzarri (uno studioso di lingua sarda giapponese, per dire, con tanto di abito tipico) e il tono è ironico ma allo stesso malinconico. In alcuni momenti c’è qualcosina di Saramago, nella malinconia e nello sguardo acuto.
Siccome Sugaman, la casa editrice, pubblica in digitale, il libro si trova solo su bookrepublic.
Intervallo musicale con una delle canzoni pop meglio costruite del decennio scorso, che c’entra con il prossimo libro:

More about Toxic

Sì, questo è un guilty pleasure.
È invece un piacere e basta, “Toxic” di Hallgrìmur Helgason (ISBN), commedia dark che viaggia veloce come un proiettile tra i Balcani, New York e l’Islanda, seguendo le vicende di un ex soldato croato che diventa un killer a New York, città da cui deve poi scappare rocambolescamente dopo un omicidio andato a male, ritrovandosi in Finlandia nei panni di un predicatore televisivo. A un certo punto, il killer con la tonaca sembra quasi Don Zauker, poi la storia prende altri sentieri e racconta di una faticosa redenzione che passa attraverso le viscere più sporche dell’apparentemente linda società islandese, sempre con una specie di ghigno beffardo sulle labbra. È uno di quei romanzi che mentre lo leggi ti immagini l’autore che butta giù in prima stesura pagine su pagine, divertendosi come un pazzo a tessere i fili della storia (poi magari invece ha sudato e bestemmiato ogni riga, chi lo sa) e che leggi a rotta di collo, godendoti ogni passaggio. C’è sicuramente un po’ di Tarantino (citato giustamente) e c’è quello strano senso dell’umorismo che hanno i popoli che hanno troppo freddo e troppo poco sole, oltre che uno sguardo sull’Islanda cinico e poco accondiscendente (il vecchio trucco dell’usare il punto di vista dello straniero per descrivere la propria patria funziona). Ma ci sono anche delle storie di guerra, quella tra serbi e croati, degne dei migliori esempi del genere. E l’Eurofestival. E cantanti croate protagoniste di private sex tapes finiti in rete. E pure i Lordii, di sfuggita.
Per quello che vale, è stato il romanzo del mese, se non si era capito.

More about Il fuggiasco

Massimo Carlotto, oggi scrittore affermato, ha esordito con un memoriale in cui racconta la sua fuga per il mondo dopo essere stato condannato per un delitto non commesso, “Il fuggiasco” (e/o). Nel ricordare i suoi tre anni in fuga, Carlotto non si spara pose da eroe, non cerca di costruire un personaggio da film d’azione ma al contrario racconta di piccole quotidianità, di debolezze e fragilità, di paure e di necessità di arrangiarsi, sempre con un filo di autoironia.
La vicenda nel complesso è allucinante (come mi fa strano pensare che si possa davvero scappare per così tanto, passando da uno stato all’altro, ricevendo visite da parenti e fidanzata), ma paradossalmente Carlotto la rende così “ordinaria” che ogni tanto quasi ti dimentichi di perché sia in giro per il mondo. Fino al ritorno nell’allegro mondo delle carceri italiane e alla vicenda della grazia concessa dal presidente della Repubblica.
In effetto fa strano trovare in un autore che invece è così abituato a calcare la mano su atmosfere e psicologie dei personaggi un trattamento così lieve e delicato delle proprie vicende, che invece si presterebbero ai toni del noir. Ma è una sorpresa piacevole.

More about Le veline di Mussolini

Piccolo spazio per “Le veline di Mussolini“, a cura di Giancarlo Ottaviani (Stampa Alternativa), piccola raccolta di direttive per la stampa di epoca fascista, con il consueto mix di assurdità e attenzione ai particolari (Fiorello la Guardia, sindaco di New York va considerato ebreo e non italiano, per dire). La raccolta però è tanto breve e lascia con la voglia di godersi altre perle della produzione del MinCulPop.

More about Rex tremendae maiestatis

E finiamo con la fine (spero temporanea) di un ciclo, quello di Eymerich, che Valerio Evangelisti ha concluso con “Rex Tremende Maiestatis” (Mondadori), un’avventura dell’inquisitore che si dipana tra la Spagna, la Sicilia e Napoli (con un’appendice nel futuro). È un Eymerich stanco e di mezza età, quello che si trova in questo libro, un Eymerich che ogni tanto sfugge di mano al suo autore e si abbandona a debolezze che invece che mostrarne un lato inedito sembrano più che altro dei cedimenti nella scrittura. Eymerich con sentimenti para-paterni a me suona parecchio strano, per dire. E anche la parte sul passato di Eymerich, con il futuro inquisitore bambino, fa uno strano effetto. La storia vede l’inquisitore sballottato di qua e di là, più vittima degli eventi che vera e propria parte attiva. La cosa migliore del libro è la capacità che ha Evangelisti di tratteggiare la psicologia dell’uomo medievale, pronto ad accettare il sovrannaturale come parte della propria esperienza quotidiana perché dotato di un senso religioso che lo giustifica e quindi destinato a cadere vittima delle illusioni provocate dalle scie chimiche provenienti dal futuro per colpa di HAARP (kind of, non sto scherzando).
Insomma, è un addio che, anche con il colpo di scena finale, lascia parecchio con l’amaro in bocca.
E fin qui il giudizio sul testo in sé.
A margine, ho scoperto solo dopo averlo finito, che Evangelisti ha scritto il libro dopo aver scoperto che le sue condizioni di salute erano tutt’altro che ottimali e che c’era il rischio che il personaggio sopravvivesse al suo autore. Quindi, a posteriori, capisco da dove possano venire certi cedimenti nella scrittura o le “debolezze” di Eymerich.
Auguro ogni bene a Valerio Evangelisti e spero che torni a scrivere romanzi dell’inquisitore semplici, micidiali e feroci come i primi, quelli che mi avevano inchiodato inesorabilmente pagina dopo pagina, che con la deriva sempre più concettosa di questo ciclo ho qualche problema (il precedente “La luce di Orione” mi era piaciuto perché era molto più diretto, per esempio).

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Fuori dal mondo

Quando a novembre del 2006 Roberto Saviano venne messo sotto scorta, ricordo di avere pensato “poveraccio, e adesso come fa a scrivere?”.
L’ho pensato perché mi ero accorto di Gomorra da un articolo su, mi pare, XL in cui si parlava di questo giovane scrittore che stava per pubblicare un libro sulla camorra basato anche su una certa di dose di osservazione sul campo. Mi pare che si accennasse anche al fatto che in un paio di occasioni si fosse fatto assumere da un catering per fare il cameriere a matrimoni di gente di camorra e osservare da vicino quel mondo. E leggendo Gomorra si sente che, anche se è ovvio che Saviano non sia stato testimone oculare di tutto quello che racconta, il fatto di vivere in terra di camorra, di respirare la stessa aria dei camorristi, camminare per le stesse strade, conoscere le stesse persone, fare parte di un mondo che è per forza di cose “contaminato” dalla criminalità, dai suoi modelli, dalla sua forza economica, dai suoi miti e dalle sue azione, dà un qualcosa in più al libro. Contribuisce alla potenza che il libro ha nel raccontare quel mondo.

La lettera agli studenti pubblicata oggi da Repubblica è del tutto frutto della segregazione di Roberto Saviano dal mondo di qui e adesso. Ed è una cazzata. Una lunga predica (e il tono è la cosa peggiore di tutte) che traccia una distinzione tra buoni e cattivi, che poteva funzionare forse riferita alla situazione di Genova 2001 ma che con quello successo a Roma martedì ha poco a che fare. Perché questa volta nessuno di chi era là mi pare stia prendendo distanze nette dagli atti di violenza. Che sembrano essere stati accettati come un’evoluzione inevitabile o qualcosa del genere.
Lo ha scritto bene Sandrone Dazieri, rispondendo implicitamente a Saviano:

E vorrei dire a tutti quelli che in questi giorni stanno commentando e fornendo saggi consigli agli studenti (non fate così, non fate cosà, avreste dovuto fare così, nel futuro fate cosà) che non spetta  a noi giudicare quanto è accaduto. Non sta a noi distinguere tra buoni e cattivi, stupidi e intelligenti. Spetta a loro, a chi c’era, agli studenti, a chi ha organizzato il corteo, a chi sta lottando da settimane al freddo, sui tetti e nelle strade  decidere se la violenza che c’è stata (due pietre, parliamoci chiaro, gli scontri tra ultras fanno molti più danni) sia stata giusta o sbagliata, necessaria o inutile, bella o brutta. Sta a loro chiarirsi, discutere, prendersene le responsabilità politiche e umane.  Separare i percorsi, se lo ritengono opportuno, o trovare una mediazione. Spetta a loro scegliere gli strumenti della loro lotta, perché è la loro lotta. Spero, certo, che non ripetano gli errori della mia generazione e di chi ci ha proceduto, ma non saremo noi a poterlo impedire se dovesse accadere. A noi spetta solo scegliere da che parte stare, se con loro o contro di loro, e risparmiare il fiato: non saranno mai come noi vorremmo che fossero, così come noi non siamo stati quelli che saremmo dovuto essere.

Se sei fuori, quale che sia il motivo, da quello che succede, devi fare molta attenzione a come ne parli. Soprattutto non puoi farlo con una predica fatta di parole buone un po’ per tutte le occasioni. Perché fai la figura del trombone che non sa neanche bene di che cosa stia parlando.

In compenso, la lettera di Saviano sta suscitando tutta una serie di risposte, tra cui ce ne sono alcune che mi pare dimostrino che il movimento (o sue parti) è tutt’altro che inconsapevole delle sue scelte. Una è quella di Bartleby, che si conclude così:

Per il resto la vita è molto più complicata del rapporto bene o male. E molto più variegata. Pensaci un attimo, sono due mesi che la gente scende in piazza e questo movimento non ha ancora un nome, come nei romanzi di Saramago. Siamo sempre “quelli che hanno fatto questo” oppure ci dicono che siamo di un luogo “quelli dell’Aquila, di Terzigno”. E’ una forza, non credi? Vuol dire che siamo indefinibili: siamo quello che facciamo.

L’altro giorno avevamo i caschi. Domani magari porteremo delle girandole in questura, l’indomani Book Block, il giorno dopo ruberemo in libreria i volumi che ci piacciono e che costano diciotto euro e che non possiamo permetterci (ci difenderai?), parleremo con gente di altre generazioni, staremo con loro, cammineremo. Ci difenderai o ci attaccherai? In ogni caso sappi che saremo sempre le stesse persone.

Altri nemici non ne voglio, caro Roberto, ti ho scritto quello che pensavo, ti ho descritto la situazione reale che c’è stata in Piazza del Popolo, ti ho descritto la situazione quotidiana. Sta a te decidere cosa vuoi leggere nelle proteste. Vuoi leggere un rigurgito del ’77? Va bene. Ti diremo che siamo più vicini alle proteste di Londra e Parigi. Vuoi leggere una violenza di gruppi sparuti? Ti diremo che Piazza del Popolo non la riempiono cento persone. Vuoi leggere la violenza solo come un voto in più a Berlusconi? Va bene, leggeremo nelle tue una semplicità di analisi disarmante che si basa su un sistema binario, Zero Uno, Zero Uno. C’è un’infinità di numeri tra cui scegliere e te ne dico un altro: Centomila, sono le persone che l’altro giorno stavano in piazza insieme, al di là di ogni rappresentanza.

L’altra è del collettivo Senza Tregua:

Non esistono studenti buoni e studenti cattivi. Esiste un movimento unito e compatto, che non si fermerà fino a quando questa riforma non sarà bloccata, questo governo non sarà caduto e continuerà a lottare contro un sistema che è fatto solo di precarietà e insicurezza, fino a quando non avrà riconquistato il diritto al nostro futuro, che qualcuno in questi anni ci ha strappato.
Questo non va giù a molti. Non piace a quanti credevano in un movimento a tempo e a comando la cui unica funzione doveva essere quella di spalleggiare la campagna elettorale di questo o quell’’altro partito di opposizione. Non funziona così.
Il grado di maturazione e consapevolezza a cui questo movimento è arrivato è che non ci sono soluzioni immediate. Quella mattina tutti volevamo la sfiducia di Berlusconi, ma eravamo anche consapevoli che la vera alternativa oggi non passa per quell’’aula parlamentare, dove a vari livelli, sono tutti corresponsabili delle politiche portate avanti in
questi anni sia dal centro destra che dal centro sinistra.

A me sembra che la situazione sia un tantino più complicata di “studenti pacifici in balia di derive violente da cui non sanno come difendersi”.
Cito dalla durissima replica di Valerio Evangelisti:

La reazione è stata di rabbia. Come poteva non esserlo? Solo chi vive fuori dal mondo potrebbe attribuirla all’azione di “cinquanta o cento” imbecilli innamorati della violenza.

Fuori dal mondo.
Io sono convinto che se l’autore di Gomorra fosse libero di girare per strada, ci avrebbe saputo raccontare questo movimento con gli strumenti del bravo narratore che è. E magari, chi lo sa, sarebbe giunto lo stesso alle stesse conclusioni. Però ci sarebbe arrivato stando lì in mezzo, vedendo, parlando, confrontandosi, capendo.
Ma ovviamente questo non è possibile. E ci tocca subire la sofferenza di vedere un bravo autore di reportage  (di cui avremmo bisogno) indossare i panni dell’ennesimo opinionista da scrivania di cui non si sente la mancanza.

 

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I libri di Gennaio

Anno nuovo, stessa rubrica. Evidenziato il titolo più interessante

La scatola a forma di cuore – Joe Hill (Sperling & Kupfer)
Joe Hill è uno dei figli di Stephen King. Se è vero che per chi si vuole dedicare a un’attività è utile avere qualcuno di bravo a cui chiedere consiglio, Joe è stato fortunato perché gli bastava salire le scale o aspettare l’ora di cena.
Il romanzo è una ghost-story che ha per protagonista un attempato musicista rock (un po’ Alice Cooper) con la passione per il macabro che compra un abito infestato da un fantasma. Hill dosa abbastanza bene la tensione, trascinando i suoi protagonisti nell’incubo a poco a poco, e piazza nella storia un cattivo che fa paura. Forse non è ancora abbastanza bravo a tenere la tensione per tutta la durata del romanzo e a un certo punto c’è un po’ di stanchezza. Però come esordio sulla lunga distanza è considerevole. Da tenere d’occhio anche la sua serie a fumetti “Locke & Key“, il cui primo volume è stato pubblicato da Magic Press.

Veracruz – Valerio Evangelisti (Mondadori)
Nel mondo dei suoi pirati dei Caraibi Evangelisti sguazza contento come un delfino, libero di dare sfogo alla descrizione di personaggi amorali e privi di qualunque remora, corrosi da un incessante desiderio di distruzione. Prequel di “Tortuga”, del quale rivela alcuni antefatti, ne supera uno dei difetti principali che era quello di “un’informazione che non sapevi sul mondo dei pirati a ogni capitolo”. Qui Evangelisti non vuole dimostrare di avere fatto i compiti e va dritto a raccontare una storia d’avventura che fila come un treno, senza che il sottotesto “politico” (i pirati come precursori estremi del liberismo più sfrenato che punta all’accumulo di ricchezze fine a se stesso, senza rispetto per le vite umane) risulti troppo invadente. Divertimento feroce.

La visione del cieco – Girolamo De Michele (Einaudi)
Il terzo romanzo di De Michele è il meno riuscito. Non ha l’asciutta tristezza di “Tre uomini paradossali”, né la vastità dell’affresco di “Scirocco”, ma si risolve nella descrizione, troppo estremizzata e incattivita per non sembrare una goffa caricatura, di un paesino di provincia nel quale “i notabili” sono l’epitome di tutti i mali e di tutti i vizi possibili, ambientandoci un delitto ispirato a quello di Cogne. Il tutto resta diviso tra buoni e cattivi in modo troppo netto e raccontato in modo non irresistibile. Il tratto più interessante è quello stilistico, con l’abolizione del verbo “essere” (ma ho trovato un paio di “siamo” – nella versione pdf gratuita che sembra però essere una bozza non definitiva, visto che banalmente mancano i titolati correnti in cima alle pagine), ma in realtà non è che produca poi particolari effetti stranianti. Niente, un libro brutto. Capita. (nota pignola: sarei curioso di sapere in quale manifestazione del G8 genovese uno dei personaggi si sia trovato in dei vicoli, visto che erano tutti in piena zona rossa).

Capitano Alatriste – Arturo Pérez-Reverte (Il Saggiatore)
Bell’esercizio di stile, quello di scrivere un romanzo di cappa e spada come se fosse coevo di quelli di Dumas. E il Capitano è un personaggio affascinante che Pérez-Reverte riesce a dotare di una sua tridimensionalità, con il suo carattere malinconico. Piacevole.

Quando ero un Beatles – Giampiero Orselli (Theoria)
La storia di Pete Best, primo batterista dei Beatles, scaricato impietosamente poco prima di registrare il primo disco è la storia degli anni perduti dei Fab Four, quelli di cui Brian Epstein ha fatto svanire quasi ogni traccia fisica (centinaia di foto acquistate e distrutte), prima che i quattro facessero il resto imponendosi con un’immagine da bravi ragazzi. È la storia di concerti a turni massacranti nei locali di Amburgo, tra malavitosi, puttane, droghe, risse. Ed è anche per un pezzo la storia dell’altro Beatle perduto, Stu Sutcliffe.
Purtroppo il libro è poco più che un riassunto dell’autobiografia di Best, più volte citata. E va bene come primo assaggio sull’argomento ma lascia insoddisfatto chi voleva saperne un po’ di più su quello che è rimasto fuori dall’Anthology.
Bizzarre scelte nella resa dei nomi tedeschi: lo storico quartiere di St. Pauli diventa “San Paolo”, il fiume Elba resta “Elbe”.

La voce della nostra ombra – Jonathan Carroll (Fazi)
È un po’ deludente, questo romanzo di Carroll dei primi anni Ottanta. Perché se c’è già tutta la sua bravura nel descrivere personaggi realistici e le loro relazioni, non è ancora integrato bene l’aspetto sovrannaturale. Si resta così in attesa di un’esplosione che non arriva mai, neanche nel frettoloso finale.

Revolution in the head – Ian McDonald (Vintage Books)
La storia dei Beatles è una delle grandi storie del XX secolo. Non ci sarà mai più un fenomeno paragonabile ai quattro di Liverpool, per quello che possiamo osservare da qui, non per motivi musicali ma perché è irripetibile quell’intreccio di fattori che ha portato i Beatles a incarnare l’essenza stessa degli anni in cui hanno operato. Questa è, in estrema sintesi, la tesi che Ian McDonald espone nell’introduzione e nella postfazione di questa opera, che è una delle più complete ed esaurienti mai compilate sulle canzoni dei Fab Four. McDonald ha infatti schedato una per una tutte le canzoni incise dai Beatles, analizzando per ognuna le fonti di ispirazione, eventuali fatti musicali degni di nota, l’impatto e la fortuna commerciale, i musicisti presenti nelle sessioni e i loro ruoli, tutto quanto, non risparmiando bordate critiche quando sono necessarie. McDonald infatti è splendidamente idiosincratico e non si appiattisce mai sulla posizione “tutto quello che hanno fatto i Beatles è bellissimo, sempre”. Trova velleitaria buona parte della produzione di Harrison (il che rende per contrasto ancora più importanti gli elogi a “Something”), critica apertamente la faciloneria del confuso periodo post-Pepper, storce il naso davanti ai momenti più “rock” degli ultimi anni, nei quali secondo lui i quattro sacrificano e semplificano il loro talento (“While my guitar gently weeps” diventa addirittura una premonizione dello stadium rock), non risparmia frecciate alla musica dei decenni successivi agli anni Sessanta. Insomma, non un noioso e pedante fan ma un signore con delle idee ben precise e una penna vivace con cui esporle. Da qualunque lato si osservi, biografia dei Beatles, analisi di costume, prontuario di consigli spicci di produzione musicale, questo libro è un monumento che non dovrebbe mancare a chi si interessa di cultura pop. A completare il tutto, c’è poi una dettagliata cronologia comparata che dà conto degli eventi nella carriera dei Beatles, nel mondo e nella cultura di quegli anni.
In Italia è pubblicato da Mondadori, ma l’edizione tradotta è la prima; l’ultima edizione originale dà invece conto anche dei brani contenuti nei tre volumi dell’Anthology (e McDonald non si è particolarmente commosso davanti alla collaborazione postuma dei tre superstiti con John Lennon, per la cronaca).

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I libri dell’estate – parte seconda

Seconda parte del riepilogo. Evidenziati con il rientro, i Gran Fighi.

Hellgate – Alan D. Altieri (TEA)
Seconda raccolta di racconti di Altieri, questa volta dedicata ad Andrea Calarno, poliziotto apparso per la prima volta in “L’uomo esterno”. Raccogli diversi racconti “d’occasione” (tra cui uno che ha come protagonista Duca Lamberti, personaggio-icona di Scerbanenco) e spesso il tono sarcastico e sopra le righe va un po’ troppo sopra le righe – come nel romanzo breve che chiude il volume.

La regina dei castelli di carta – Stieg Larsson (Marsilio)
Conclusione della trilogia di Larsson, di fatto è la seconda parte del secondo libro. Il problema più grosso è che, a un certo punto, c’è troppa roba. Troppe coincidenze, troppe sottotrame. E, per un lettore italiano, un’inspiegabile fiducia nella legge e nell’ordine costituito. Oltre a un manicheismo che stona con il realismo delle parti dedicate ai rapporti tra politica, economia e giornalismo. Però lo stesso si va avanti una pagina dopo l’altra, intrappolati dalla macchina macina-trama di Larsson.

Guida alle case più stregate del mondo – Francesco Dimitri (Castelvecchi)
Nei primissimi anni novanta, il secondo Almanacco di Dylan Dog ospitava un lungo speciale dedicato ai fantasmi e al ghost-hunting. Questo libro ne è un po’ l’erede spirituale: non solo recensisce una gran quantità di dimore e luoghi infestati in giro per il mondo, ma fornisce anche all’aspirante cacciatore di fantasmi una certa quantità di nozioni su come affrontare il suo nuovo hobby. La parte più interessante, però, è quella teorica, in cui Dimitri spiega come la realtà che percepiamo sia, a grandi linee, costruita da noi stessi e da ciò in cui crediamo (o vogliamo credere).

Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi – Tom Robbins (Baldini & Castoldi – Dalai)
È la prima volta che leggo qualcosa di Robbins. E ne sono stato completamente rapito. Personaggi sopra le righe ma allo stesso tempo credibili, ambientazioni esotiche e sospese tra sogni e realtà, veloci cenni sulla storia delle religioni, dialoghi spumeggianti. Da leggere.

La Torre Nera – Stephen King (Sperling&Kupfer)
E così un lungo viaggio arriva alla fine. Il giudizio è per tutta la serie, non per il libro in sé che ha dei momenti anche un po’ imbarazzanti (lo scontro con il Re). Ma King ha davvero costruito un incredibile monumento (anche a se stesso e al suo lavoro), un atto di amore verso la scrittura e le storie da levare il fiato.

Monster nation – David Wellington (Mondadori)
Il primo della serie iniziava lento e si impennava solo verso i tre quarti della storia. Questo inizia lento e resta uguale fino alla fine. È difficile sbagliare con gli zombi, ma qui Wellington ce l’ha fatta.

Acque oscure – Valerio Evangelisti (Mondadori)
Antologia un po’ (molto) altalenante, dove per fare volume è stato infilato di tutto, compresi due raccontini d’occasione come quelli su Palahniuk e Dan Brown. Il piatto forte è il racconto finale, che però miscela “Il nodo Kappa” e “Sepultura”, racconti già editi. Divertente il racconto, molto fantascienza vecchio stile, “Stanlio e Ollio terror detectives”.

Let it be – Paolo Grugni (Mondadori)
“Noir” all’italiana, che mescola semiotica e canzoni dei Beatles. Sulla carta, un capolavoro. Ma Grugni appesantisce il tutto abusando di quella che gli anglosassoni chiamano “purple prose”, vale a dire infiocchetta tutto con uno stile che cerca di mescolare la durezza del noir con un lirismo assolutamente fuori luogo. Si arriva alla fine con una certa stanchezza.

Animere nere reloaded – AA. VV. (Mondadori)
Seconda puntata dell’antologia di racconti crudeli curata da Altieri. L’accumulo di sesso, violenza, sesso, violenza, sesso, violenza produce rapidamente una certa noia. Qualcosa di interessante c’è, ma va cercato bene. O forse sono racconti che andrebbero letti uno ogni tanto e non tutti di seguito.

Settanta – Simone Sarasso (Marsilio)
Rispetto a “Confine di Stato”, il balzo in avanti di Sarasso è notevole. Se il primo romanzo era tutto scritto come fosse un film d’azione tradotto, qui c’è un’attenzione alla resa delle diverse parlate dei personaggi (a seconda della loro provenienza) del tutto inedita – e che non sfocia mai nella macchietta. Sterling fa un passo indietro, non è più il motore principale delle vicende, e tutta la storia ne guadagna in credibilità e incisività. Anche il pastiche di stili e prestiti altrui (in CdS c’era un pezzo di “54″ di Wu Ming e il racconto di una famosa storia con Superman di Garth Ennis) lascia posto a una scrittura più organica e compatta – resta ancora qualche debito con Genna, evidentissimo in una scena con lo Svedese.

La ragazza dai capelli strani – David Foster Wallace (Minimum Fax)
Tanto mi piace il DFW saggista e articolista, tanto ho difficoltà con le sue storie. Non so cosa sia di preciso, forse che applicata alla narrativa la sua capacità di analizzare e scomporre le cose mi annoia, fatto sta che non riesco a godermi i suoi racconti come i suoi saggi. Racconti che pure sono tutt’altro che disprezzabili. Sono io che non ce la faccio.

Al servizio di chi mi vuole – Giorgio Scerbanenco (Garzanti)
Scerbanenco è stato uno dei grandi artigiani della narrativa italiana, capace di sfornare pagine su pagine, di qualsiasi genere. Questo è un romanzo di guerra che racconta l’assalto di una banda di mercenari a un deposito d’armi in Florida per conto dei ribelli cubani, dal punto di vista di un ex paracadutista italiano. Solida narrativa di genere, con quel tono di fondo malinconico tipico dei romanzi noir di Scerbanenco e la durezza tipica di tempi in cui il “politically correct” non esisteva. In appendice, un racconto, altrettanto duro e malinconico, di ambientazione partigiana.

La città perfetta – Angelo Petrella (Garzanti)
Uno dei più convincenti tentativi di adattare gli stilemi di Ellroy alla narrativa in italiano che mi sia capitato di leggere. Petrella racconta la Napoli dei primi anni Novanta intrecciando tra loro le storie di tre personaggi (un poliziotto corrotto, uno spacciatore, un ragazzo che passa dal movimento studentesco alla lotta armata) e nel farlo lascia intravedere l’Italia che sta sorgendo. Ellroy lo si ritrova non tanto nella forma ma nel tono generale, nella voce dell’autore, nel modo in cui riesce a raccontare la città. Gran romanzo.

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