Il Vasco in sEEEEEEEEH

(Ieri ho guardato ampi stralci  – i.e. quasi tutta la serata – del concertone del Primo Maggio su raitre. Mi ha colpito molto il fatto che tutte le volte che c’era una pausa tra una canzone e l’altra si sentiva la gente che faceva cori inneggianti a Vasco Rossi. Secondo me non iniziavano a farli quando finivano le canzoni, ma stavano andando avanti così dalle due di pomeriggio senza sosta. Il che mi ha ricordato di quella volta che mi sono trovato in mezzo al “popolo di Vasco” e ho avuto modo di osservarlo da vicino. Così ne approfitto per recuperare dall’archivio di Buoni Presagi – che due giorni fa ha compiuto cinque anni – quello che avevo scritto allora)

Mi chiama mio fratello.
“Ho i pass per fare le foto alla presentazione di un libro. Partecipa anche Vasco. Vuoi venire a farti due risate?”
Eeeeeh!
Due ore più tardi, entriamo nel grande ventre dell’Aula Magna dell’Università di Bologna, la chiesa sconsacrata (tutte le volte che lo scrivo, mi vengono in mente immagini da film gotico) di Santa Lucia, già campo da basket (giuro). Sulla soglia, Stefano Bonaga, il filosofo noto ai più per la sua relazione con Alba Parietti nei primi anni novanta. Dentro, il popolo di Vasco.
Ora, io non ho idea di che libro si presenti, chi lo abbia scritto, chi lo pubblichi. In fondo, io sono qui per un motivo: il popolo di Vasco. Sono qui per vedere da vicino chi fa sì che il Blasco, artisticamente ridotto a una larva, sia quello che è. Sono qui per vedere la devozione cieca. Sono qui per vedere il culto della persona. Sono qui per studiare. Con l’incredibile vantaggio di non dovermi sorbire due ore di concerto. E gratis.
Con passo sicuro, attraversiamo l’intera aula, la seconda fila di sedie è vuota, ci sediamo lì. Scopriamo qualche secondo dopo che sarebbe riservata, ma mio fratello ha duemila e passa euro di macchina digitale ed è lì per fare foto per un’agenzia, io tiro fuori il taccuino da giornalista e nessuno ci viene a chiedere nulla.
La sala freme. Il colpo d’occhio ti dice una cosa: ci saranno due persone, tre forse, qui per sentire la presentazione del libro. Il piccolo arsenale di macchine fotografiche, camera-phones (si dirà?) e videocamere la dice lunga su quale il senso che verrà attivato al massimo oggi, qua dentro. L’atmosfera è quella di un concerto. Ma qui non ci sono transenne, non c’è un palco da scalare, camerini-labirinto. C’è solo un tavolo, vuoto per ora, con i cartellini con su i nomi dei relatori. E un piccolo esercito di bodyguard in giacca e cravatta, tanto per ricordare che ci sono distanze che vanno mantenute.
L’età media si aggira attorno ai vent’anni, ma ci sono anche escursioni verso l’alto abbastanza significative. E non sono genitori che hanno accompagnato i figli, per la maggior parte. Molte ragazze, soprattutto, comunque. Qua e là, qualcun o stringe tra le mani libretti di cd o custodie di vinili, sperando in un autografo, una dedica. Qualcosa.
Quando Vasco entra è il finimondo.
Chi è seduto si alza, corre verso il tavolo, verso Vasco. Un boato tipo stadio, applausi, cori, decine e decine di flash e di otturatori che scattano tutti assieme. Si sentono distintamente anche i finti scatti digitalizzati dei telefonini. La marea umana prende d’assalto il tavolo, trattenuta a fatica dalla security. Qualcuno riesce a stringere la mano al Blasco, lui sorride un po’ a tutti, si siede, aspetta che i bodyguard ripristino distanze di sicurezza. Spunta un cartello “Vasco al Quirinale”. Un tizio trattenuto dalla sicurezza continua a urlare qualcosa verso Vasco, tendendogli la mano, incurante del fatto che lui faccia finta di niente e che un uomo di ottanta chili lo stia stringendo e spingendo indietro. Una signora elegante, probabilmente appartenente all’Università, urla isterica alla folla di stare indietro. Delirio.
Quando la presentazione inizia, chi si era alzato resta in piedi, nei camminamenti laterali. “Dai, ci è andata bene – dice una ragazza poco lontano da me – a un concerto non lo avremmo mai visto così vicino”.
Appunto. Ma come è Vasco, visto da vicino?
Ordinario. La prima cosa che mi viene in mente è ordinario. Tolto lo sguardo, che anni di esperienza hanno immobilizzato in quella maschera ebete-geniale che tutti conosciamo, il signor Rossi di Zocca è virtualmente indistinguibile da centinaia di migliaia di altri suoi coetani, fuori forma e in procinto di dividere definitivamente i suoi capelli tra un’isola a destra e una a sinistra.
Il suo personaggio di re tossico (ma pentito) degli ignoranti gli impone, in questa situazione, stretto tra quattro docenti universitari, di fare quello che il suo pubblico si aspetta che lui faccia: il finto tonto. Intendiamoci. Io sono convinto che parte dell’immagine di stupido di Vasco sia appunto tale. Immagine. Il ragazzo ha studiato. Psicologia, mancava poco alla laurea. E ha fatto pure teatro, sperimentale per giunta.
Il testo che si è preparato a casa e che legge è, in fin dei conti, non pessimo.
Quella che è pessima è questa sua maschera, di finto svagato-impegnato, al punto da esordire con una cosa del tipo: “Come direbbe quel politico… Francesco o Franco si chiama? Di Pietro… Ah, no, Antonio. Beh, che c’azzecco io qui?”
Poi si scusa, dice che lui a leggere non è abituato.
Nel frattempo, un ragazzo prende il telefonino, fa un numero, dice “Senti Vasco che parla” e alza il cellulare come ai concerti. A un certo punto, Vasco dice “In bilico sopra la follia” e scoppia il delirio. Suppongo si tratti di un’autocitazione.
Dopo Vasco, è il turno di Bonaga, che è identico ad Albanese quando fa il cocainomane che vive a Ibiza (e non penso sia un caso) e che per non sfigurare esordisce dicendo che né lui né il cantante si ricordano quando si sono conosciuti… Ma poi l’egocentrico Bonaga si lancia in un’analisi psicoanalitica del romanzo di Santagata, beccandosi i rimbrotti di parte del pubblico che urla “parla semplice!”. Lui prima risponde che si sta presentando un libro, in contesto universitario, e che quindi non si è a un concerto, poi dichiara di non essere un “filosofo pop” e che non gliene frega nulla se qualcuno non capisce. Il suo intervento finisce prima che venga bersagliato da scatolette di tonno piene di merda, come capitò invece ad alcuni gruppi al Vaskinen Vaschin’ Vaschival di qualche anno, per fortuna.
Mentre gli altri parlano, Vasco sta nel personaggio: fa la faccia di quello che non capisce nulla e che si sforza. Lo fa così bene che a un certo punto le mie convinzioni su di lui prendono a vacillare. E se fosse tutto vero? Se in fondo il Vero Vasco fosse quello che tiene la rubrica su XL di Repubblica, quella che alcuni sospettino venga direttamente mandata in redazione via sms? Se Vasco fosse stupido davvero?
Mi terrò il dubbio.
Certo è che quello per Vasco è in molti casi totale, puro e semplice, culto per la persona in sé. Lui è lì, ogni suo gesto, per quanto minimo, causa onde di approvazione, eccitazione, divertimento per la sala. Non penso saranno in molti a ricordare qualcosa di tutto quello che hanno sentito. La loro concentrazione è tutta per lui, per il rocker di Zocca, per il suo volto, il linguaggio del suo corpo. In fin dei conti, il testo che ha letto non diceva granché, a pensarci bene. E le poesie che sono come canzoni, e l’amore, le emozioni, eccetera eccetera. Ma l’importante è che lui sia lì, che faccia qualcosa, qualsiasi cosa. Che permetta a chi c’è di dire “io ho visto Vasco da vicino”. In fin dei conti, chi se ne frega di quello che ha da dire? Lo dice già nelle canzoni. Se voglio sapere cosa pensa Vasco ascolto un suo disco. Qui, e ora, è il suo corpo al centro dell’attenzione.
Cosa che diventa chiarissima nel momento, tradizionale, delle domande del pubblico.
La prima è ok. Una ragazza dice “oggi si è parlato tanto delle emozioni che musica e libri trasmettono, ma che emozioni prova chi vede che riesce a far emozionare così tante persone tutte assieme con il suo lavoro”. Vasco risponde: “una grande emozione”. E via il prossimo.
Si tratta di un’altra ragazza. Che chiede: “Vasco, posso stringerti la mano?”. Altroché. Come Elvis, come Bruce Springsteen, come Bono e come chissà quanti altri, Vasco abbraccia e bacia la ragazza, mentre il pubblico rumoreggia, lamentando l’ingiustizia. Ma lei è stata furba e intraprendente q.b. ed è giusto che il privilegio, quello che faceva gola a molti, tocchi a lei. Come con il graal. Basta chiedere.
A questo punto, però, la faccenda inizia a farsi poco gestibile. Una ragazza chiede se si può avere un autografo. “Dopo”, le rispondono. Ma alla parola “autografo”, mezza sala si alza in piedi, si ammassa verso il tavolo. La security inizia a imprecare nei microfonini, a mettere una mano sull’auricolare e l’altra davanti a sé. C’è tempo ancora per una domanda, ma non si sente nulla. Il vociare eccitato è troppo forte.
Grazie, arrivederci e parte la carica.
Ma Vasco così fuori forma come sembrava non deve esserlo, perché con un balzo felino scompare verso l’uscita, protetto dalle guardie del corpo. In molti fanno massa davanti alla porta, sperando forse che lui poi torni, resti lì sulla soglia a firmare autografi. In fin dei conti, non c’è poi così tanta gente. Mezz’ora e se la caverebbe. In fondo, stiamo parlando di avere un minimo contatto con la gente che viene ai tuoi concerti, che non si fa problemi a comprare i due live che butti fuori all’anno, che fa di te quello che sei.
Ma un minimo di esperienza concertistica insegna che la star lascia il luogo dell’esibizione entro un minuto dalla fine della stessa, quindi questa gente resterà un bel po’ delusa.

Ce ne andiamo da Santa Lucia, lamentandoci di avere sentito troppi pochi “EEEEEEEEH!”.
Poi, quando stiamo per attraversare, vediamo un SUV che si fa strada tra nugoli di fan. Dentro c’è Vasco, mi pare di vederlo con la testa chinata, come se avesse un telefonino in mano.
La jeep prende via Castiglione e scompare. Mentre Vasco manda a XL la sua rubrica del mese prossimo.

ps: il libro era “L’amore in sè” di Marco Santagata, Guanda Editore, per la cronaca.

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5 commenti

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5 risposte a “Il Vasco in sEEEEEEEEH

  1. cmq vasco ha scelto un repertorio adattissimo all’evento ed ha pure infilato il b* in tutte le canzoni in cui poteva, per sfotterlo ovviamente.

    Invece io non reggo più la PFM, tra Di Cioccio alla voce e questo ossessivo riproporre De andré… Stanno diventando come i Nomadi.

  2. dario, copio da quello che avevo scritto a febbraio su sanremo:

    “Sarà che mi è rimasta addosso ancora un po’ di perplessità sulle celebrazioni per i dieci anni della morte di De André, sarà che quel momento di allegria forzata all’Ariston è l’equivalente radical-chic del trenino di capodanno, sarà che Franz Di Cioccio mi sta umanamente sulle palle da quando si presentò sul palco del Gods of Metal una decina di anni fa a far da testimonial per non so più quale micro-formazione che cercava di candidarsi alle europee, sarà quel sarà, ma mi hanno messo addosso una notevole tristezza”

  3. Mother Superior

    …e non hai visto Get Back suonata da Di Cioccio & Le Vibrazioni…

  4. No, me la sono persa. Ma era quest’anno?
    in compenso ho calcolato la densità di gente a metro quadro in piazza stando ai dati di affluenza forniti dagli organizzatori. Mi sembra incredibile che nonostante ci fosse una nana bianca davanti al palco non sia successo niente.

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