Tranquilli, tutta colpa dei fascisti

Gheddafi a volte ricorda un po’ Pannella, per certi versi. Imprevedibile, pronto a balzare di qua o di là a seconda delle necessità e con un gusto tutt’altro che sobrio per la provocazione. Oggi, 10 giugno, si è presentato a Roma con appesa alla divisa la fotografia di Omar al-Mukhtar, condottiero libico che combattè contro le truppe coloniali italiane negli anni venti.

Su Nipresa ho commentato la cosa con le parole “Gheddafi porta il New Italian Epic al cuore dello Stato”. Il che un po’ è fatto per il LOL e un po’ invece no.
Dei sette punti identificati da Wu Ming 1 mi intriga parecchio quello che riguarda l’ucronia potenziale. Che significa, “ucronia potenziale”? Raccontare gli snodi della storia, dice WM1, quei momenti in cui sono esistiti, anche solo per poco, altri mondi, che da qui possono quasi sembrarci di pura speculazione, frutto di un “what if…?”.
Se si applica all’Italia questo ragionamento funziona amplificato un milione di volte. Quanto conosciamo la nostra storia? Pochissimo.
Questo vale tanto per il nostro passato remoto quanto per quello più prossimo.
Non a caso tre delle opere che ruotano attorno al NIE hanno a che fare con il passato coloniale dell’Italia. Sono la miniserie a fumetti Volto Nascosto, scritta da Gianfranco Manfredi, il romanzo L’ottava vibrazione di Carlo Lucarelli e L’inattesa piega degli eventi di Enrico Brizzi. Quest’ultimo è un’ucronia vera e propria, i primi due esempi invece raccontano semplicemente storie che si svolgono attorno alla battaglia di Adua del 1896, ma sembrano in qualche modo delle ucronie pure loro, dei western ambientati in Africa con degli italiani al posto dei cowboy e dei soldati americani.
Questo perché ci portiamo dietro una scarsissima conoscenza delle due fasi della nostra avventura coloniale in Africa. Sulla seconda, poi, che si fonde con l’esperienza del fascismo, è calato quel velo di placido revisionismo che fa tanto chic. Eravamo là a portare la civiltà, abbiamo costruito tante cose, comunque italiani brava gente. Ovviamente non andò proprio così e in Libia abbiamo fatto quello che solitamente si fa quando si va a conquistare un posto dove vive dell’altra gente: ne si ammazza o si deporta il più possibile per far posto alla propria.
Non si tratta di fascismo o non fascismo, è la brutale normalità della guerra.

TrPerché lo specifico?
Perché, per tornare all’adesso, per dare la notizia della foto appiccicata alla giacca di Gheddafi, sia Repubblica.it che Corriere.it hanno scritto che il guerrigliero libico era stato ucciso “dai fascisti”.
Una locuzione che è un po’ un comodo scaricabarile per continuare a far finta di nulla sul nostro non proprio glorioso e luminoso passato coloniale (pardon: imperiale). La logica è questa: l’hanno fatto i fascisti, quindi noi che siamo anti-fascisti possiamo tranquillamente considerarci assolti, visto che lo condanniamo insieme a tutti gli altri crimini del fascismo. Il discorso è sempre quello che facevo sul 25 aprile: si dà per scontato che il passato sia stato superato, che siamo stati assolti.
In realtà, semplicemente, rimuoviamo, lasciamo decantare i ricordi, ci teniamo solo quello che ci fa comodo e tiriamo avanti.
Cioè: tiriamo avanti per modo di dire, perché questa faccenda ha un’appendice buffa o quasi.

Su Omar al-Mukhtār è stato realizzato un film, nel 1981. Si chiama Il leone del deserto e l’ha pesantemente finanziato lo stesso Gheddafi. Se non l’avete mai sentito nominare (io ricordo che ne parlò Seaweeds perché il regista del film, anche produttore della serie di Halloween, è rimasto ucciso in un attentato di Al Qaeda ad Amman) nonostante un cast piuttosto importante non è che vivete fuori dal mondo: semplicemente, in Italia non ha mai passato il visto della censura. Il perché ce lo spiega lo storico Denis Mack Smith:

Mai prima di questo film, gli orrori ma anche la nobiltà della guerriglia sono stati espressi in modo così memorabile, in scene di battaglia così impressionanti; mai l’ingiustizia del colonialismo è stata denunciata con tanto vigore….Chi giudica questo film col criterio dell’attendibilità storica non può non ammirare l’ampiezza della ricerca che ha sovrinteso alla ricostruzione. *

Chiaro, no?
La commissione censura si incazzò, Andreotti parlò di villipendio delle forze armate (che si villipendono benissimo da sole, come sa chiunque abbai fatto anche solo la visita dei tre giorni) e chiusa lì
A tutt’oggi, il film ha avuto solo proiezioni pubbliche semiclandestine, in Italia. Dopo ben 28 anni lo trasmetterà Sky, l’11 giugno. Luca Sofri garantisce che è noiosissimo (quindi probabilmente è bellissimo) ma il punto non è questo.
Il punto è che una nazione che per ricordarsi un pezzettino (non propriamente edificante) della sua storia che aveva messo in soffitta per non pensarci più deve aspettare che arrivi un loschissimo dittatore che assomiglia a Gene Simmons, conciato come un pagliaccio, con un codazzo di signore in divisa che neanche in un videogioco della Capcom, con appiccicata sulla giacca un foto incorniciata, beh, questa nazione sta messa davvero male.

ps: visto che mi sono sacrificato per voi, ve lo dico. Il tg4, che mi sono premurato di guardare, non ha detto una parola sulla foto appiccicata alla giacca di Gheddafi. Figuriamoci.

3 commenti

Archiviato in Libri, società

3 risposte a “Tranquilli, tutta colpa dei fascisti

  1. Gesualdo La Porta

    Bellissimo “articolo”.
    Eh sì, Gheddafi-veicolo del rimosso (per noi) è proprio M.Bison, meno pixelloso ma ugualmente paradigmatico.

  2. Anna Luisa

    “Gheddafi porta il New Italian Epic al cuore dello Stato”.

    Ti giuro, che non appena ho capito di che genere di foto si trattasse, ho pensato la stessa identica cosa e mi sono pure messa a ridere davanti allo schermo della TV!!

  3. Il buon vecchio Gheddafi (o, come lo chiama il Corriere, Gheddafy – che fa più figo). Sembra uscito da una cassa di legno or ora, ma devo ammettere che la finezza di attaccarsi una fotografia incorniciata sulla giacca è veramente un gesto di una finezza inaudita. Lo utilizzerò al prossimo ballo delle debuttanti.
    Ciao vecchio.

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