I libri di Gennaio

Anno nuovo, stessa rubrica. Evidenziato il titolo più interessante

La scatola a forma di cuore – Joe Hill (Sperling & Kupfer)
Joe Hill è uno dei figli di Stephen King. Se è vero che per chi si vuole dedicare a un’attività è utile avere qualcuno di bravo a cui chiedere consiglio, Joe è stato fortunato perché gli bastava salire le scale o aspettare l’ora di cena.
Il romanzo è una ghost-story che ha per protagonista un attempato musicista rock (un po’ Alice Cooper) con la passione per il macabro che compra un abito infestato da un fantasma. Hill dosa abbastanza bene la tensione, trascinando i suoi protagonisti nell’incubo a poco a poco, e piazza nella storia un cattivo che fa paura. Forse non è ancora abbastanza bravo a tenere la tensione per tutta la durata del romanzo e a un certo punto c’è un po’ di stanchezza. Però come esordio sulla lunga distanza è considerevole. Da tenere d’occhio anche la sua serie a fumetti “Locke & Key“, il cui primo volume è stato pubblicato da Magic Press.

Veracruz – Valerio Evangelisti (Mondadori)
Nel mondo dei suoi pirati dei Caraibi Evangelisti sguazza contento come un delfino, libero di dare sfogo alla descrizione di personaggi amorali e privi di qualunque remora, corrosi da un incessante desiderio di distruzione. Prequel di “Tortuga”, del quale rivela alcuni antefatti, ne supera uno dei difetti principali che era quello di “un’informazione che non sapevi sul mondo dei pirati a ogni capitolo”. Qui Evangelisti non vuole dimostrare di avere fatto i compiti e va dritto a raccontare una storia d’avventura che fila come un treno, senza che il sottotesto “politico” (i pirati come precursori estremi del liberismo più sfrenato che punta all’accumulo di ricchezze fine a se stesso, senza rispetto per le vite umane) risulti troppo invadente. Divertimento feroce.

La visione del cieco – Girolamo De Michele (Einaudi)
Il terzo romanzo di De Michele è il meno riuscito. Non ha l’asciutta tristezza di “Tre uomini paradossali”, né la vastità dell’affresco di “Scirocco”, ma si risolve nella descrizione, troppo estremizzata e incattivita per non sembrare una goffa caricatura, di un paesino di provincia nel quale “i notabili” sono l’epitome di tutti i mali e di tutti i vizi possibili, ambientandoci un delitto ispirato a quello di Cogne. Il tutto resta diviso tra buoni e cattivi in modo troppo netto e raccontato in modo non irresistibile. Il tratto più interessante è quello stilistico, con l’abolizione del verbo “essere” (ma ho trovato un paio di “siamo” – nella versione pdf gratuita che sembra però essere una bozza non definitiva, visto che banalmente mancano i titolati correnti in cima alle pagine), ma in realtà non è che produca poi particolari effetti stranianti. Niente, un libro brutto. Capita. (nota pignola: sarei curioso di sapere in quale manifestazione del G8 genovese uno dei personaggi si sia trovato in dei vicoli, visto che erano tutti in piena zona rossa).

Capitano Alatriste – Arturo Pérez-Reverte (Il Saggiatore)
Bell’esercizio di stile, quello di scrivere un romanzo di cappa e spada come se fosse coevo di quelli di Dumas. E il Capitano è un personaggio affascinante che Pérez-Reverte riesce a dotare di una sua tridimensionalità, con il suo carattere malinconico. Piacevole.

Quando ero un Beatles – Giampiero Orselli (Theoria)
La storia di Pete Best, primo batterista dei Beatles, scaricato impietosamente poco prima di registrare il primo disco è la storia degli anni perduti dei Fab Four, quelli di cui Brian Epstein ha fatto svanire quasi ogni traccia fisica (centinaia di foto acquistate e distrutte), prima che i quattro facessero il resto imponendosi con un’immagine da bravi ragazzi. È la storia di concerti a turni massacranti nei locali di Amburgo, tra malavitosi, puttane, droghe, risse. Ed è anche per un pezzo la storia dell’altro Beatle perduto, Stu Sutcliffe.
Purtroppo il libro è poco più che un riassunto dell’autobiografia di Best, più volte citata. E va bene come primo assaggio sull’argomento ma lascia insoddisfatto chi voleva saperne un po’ di più su quello che è rimasto fuori dall’Anthology.
Bizzarre scelte nella resa dei nomi tedeschi: lo storico quartiere di St. Pauli diventa “San Paolo”, il fiume Elba resta “Elbe”.

La voce della nostra ombra – Jonathan Carroll (Fazi)
È un po’ deludente, questo romanzo di Carroll dei primi anni Ottanta. Perché se c’è già tutta la sua bravura nel descrivere personaggi realistici e le loro relazioni, non è ancora integrato bene l’aspetto sovrannaturale. Si resta così in attesa di un’esplosione che non arriva mai, neanche nel frettoloso finale.

Revolution in the head – Ian McDonald (Vintage Books)
La storia dei Beatles è una delle grandi storie del XX secolo. Non ci sarà mai più un fenomeno paragonabile ai quattro di Liverpool, per quello che possiamo osservare da qui, non per motivi musicali ma perché è irripetibile quell’intreccio di fattori che ha portato i Beatles a incarnare l’essenza stessa degli anni in cui hanno operato. Questa è, in estrema sintesi, la tesi che Ian McDonald espone nell’introduzione e nella postfazione di questa opera, che è una delle più complete ed esaurienti mai compilate sulle canzoni dei Fab Four. McDonald ha infatti schedato una per una tutte le canzoni incise dai Beatles, analizzando per ognuna le fonti di ispirazione, eventuali fatti musicali degni di nota, l’impatto e la fortuna commerciale, i musicisti presenti nelle sessioni e i loro ruoli, tutto quanto, non risparmiando bordate critiche quando sono necessarie. McDonald infatti è splendidamente idiosincratico e non si appiattisce mai sulla posizione “tutto quello che hanno fatto i Beatles è bellissimo, sempre”. Trova velleitaria buona parte della produzione di Harrison (il che rende per contrasto ancora più importanti gli elogi a “Something”), critica apertamente la faciloneria del confuso periodo post-Pepper, storce il naso davanti ai momenti più “rock” degli ultimi anni, nei quali secondo lui i quattro sacrificano e semplificano il loro talento (“While my guitar gently weeps” diventa addirittura una premonizione dello stadium rock), non risparmia frecciate alla musica dei decenni successivi agli anni Sessanta. Insomma, non un noioso e pedante fan ma un signore con delle idee ben precise e una penna vivace con cui esporle. Da qualunque lato si osservi, biografia dei Beatles, analisi di costume, prontuario di consigli spicci di produzione musicale, questo libro è un monumento che non dovrebbe mancare a chi si interessa di cultura pop. A completare il tutto, c’è poi una dettagliata cronologia comparata che dà conto degli eventi nella carriera dei Beatles, nel mondo e nella cultura di quegli anni.
In Italia è pubblicato da Mondadori, ma l’edizione tradotta è la prima; l’ultima edizione originale dà invece conto anche dei brani contenuti nei tre volumi dell’Anthology (e McDonald non si è particolarmente commosso davanti alla collaborazione postuma dei tre superstiti con John Lennon, per la cronaca).

4 commenti

Archiviato in Libri, Libri del mese, musica

4 risposte a “I libri di Gennaio

  1. ferruccio melchiori

    hai mai letto quello che scrive Scaruffi sui beatles?
    complimenti per i due blog

  2. Scaruffi sui Beatles ha ragione da vendere, ahr ahr ahr!

  3. Buonipresagi

    Conosco quel testo di Scaruffi; secondo però lui finisce per fare una specie di caricatura dei Beatles, pur toccando alcuni punti importanti. Per dire: musicalmente alcune delle particolarità del suono e delle melodie dei primi Beatles derivano proprio dal fatto che Harrison fosse un chitarrista poco convenzionale e Lennon quasi del tutto ignorante in materia di teoria musicale…

  4. Se ti è piaicuto Alatriste ti consiglio pure il film con Vigo Mortensen. Molto bello e con atmosfere da sogno. Anch’io ho trovato il libro piacevole, non un capolavoro. Piacevole mi pare un giudizio perfetto.

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