Breve storia dell’omicidio

Quando guardiamo verso il passato, lo facciamo spesso sovrapponendo al ricordo reale la proiezione di quello che proviamo per il presente. Per esempio, ve lo ricordate che cosa era il secondo governo Prodi? Quello che segue l’ho scritto dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani, rifacendomi al clima di follia che si era instaurato in modo squisitamente bipartisan. Il post originale – con annessa feroce discussione – sta qui.

Mentre l’Italia dibatte sull’espulsione di qualsiasi straniero dai Sacri Confini Patrii, qui a Buoni Presagi siamo in grado di anticipare i risultati dello studio commissionato dal Ministro dei Beni Culturali Francesco RutelROFTL (volevo dire RutellROTFL… no, scusate, proprio non riesco a dirlo senza ridere) a un’equipe di esperti sulla pericolosità del popolo rumeno.
Quella che segue è la relazione dello stimato professor Ignazio Intolleranzio, docente di Teorie e tecniche dello Stordimento di massa alla prestigiosa università di Vergate sul Membro.

Come le ultime ricerche dimostrano, non ci sono più dubbi sul fatto che l’omicidio sia stato inventato in Romania nel Precambriano Inferiore.
Prima di allora, il massimo grado di ostilità di un essere umano nei confronti di un altro consisteva nello strappargli a tradimento i peli delle ascelle. O, in caso di individui particolarmente crudeli, nel convincere la suocera del rivale che questi era assai contento di ospitarla per un intero mese.
Non conosciamo, purtroppo, i nomi di benefattori del genere umano quali l’inventore del fuoco, l’inventore della ruota o quello del tapparsi le orecchie con le dita. Conosciamo invece il nome dell’inventore dell’omicidio: si tratterebbe, ormai noi antropologi ne siamo certi, di tale Mirceu Cosescu, vissuto nell’area su cui sorge l’odierna Bucarest.
Il Cosescu, uomo di indole crudele e sanguinaria, non era affatto soddisfatto dei mezzi a disposizione della sua epoca per rivalersi sui propri rivali. Strappare peli delle ascelle non solo era banale, ma gli faceva ancora schifo (l’inventore del deodorante era già nato, ma viveva a 500 miglia da lì e non poteva spostarsi perché era poligamo e i suoi nemici facevano in modo che avesse sempre almeno una suocera in casa). E molti dei suoi nemici non erano sposati.
Così, spinto dalla sua irrefrenabile, genetica, malvagità, cercò nuovi modi per rivalersi sui suoi avversari.
Gli inizi furono stentati: dagli scheletri rinvenuti negli scavi della zona sappiamo che cercò dapprima di legare loro anguille al collo. Purtroppo, nella zona vivevano diversi immigrati dalla zona di Comacchio e le anguille finirono in carpione.
Quindi, prese ad appostarsi dietro a un muro per fare lo sgambetto a chi passava di lì. Purtroppo, allora l’unico muro esistente era quello che lui aveva costruito allo scopo e nessuno, non capendo a che potesse servire, vi si avvicinava.
Fu probabilmente in quei giorni passati da solo, sotto la canicola, che il suo pensare fece un salto di qualità. Dopo quell’episodio, si ritrovano infatti scheletri umani che recano evidenti segni di lesioni dovuti a potentissimi colpi al collo e alla fronte. Dopo anni di ricerche, le pitture rupestri rinenute nel cortile di un asilo di Timisoara hanno permesso di identificare un rituale di negromanzia nel quale il Cosescu (che aveva studiato le arti magiche presso uno stregone della Dacia, come documentano le ricevute delle rate da lui versate nel corso degli anni, sempre in ritardo) colpiva i malcapitati nei punti indicati, recitando poi la formula “coppino, frontino, se ti muovi sei un cretino”. L’idea era quella di fare leva sul desiderio di accettazione sociale altrui per portarlo alla morte per fame. Le sue vittime, però, poco si curavano dell’opinione che Cosescu poteva avere di loro e reagivano immancabilmente strappandogli un ciuffo di peli dalle ascelle. Ma lui non demordeva e alla fine qualcuno gli fece arrivare a casa la suocera.
E qui siamo alla svolta.
Il Cosescu odiava con tutto il suo cuore la donna. Non poteva strapparle i peli delle ascelle perché, essendo la moglie dell’inventore del Gilette pour elle, se le depilava. E non poteva invitarle a casa la suocera perché costei era stata l’inventrice della morte per incidente domestico (era caduta nella tigre dai denti a sciabola che teneva sotto il lavandino come tritarifiuti).
Nei centoventi giorni in cui la donna rimase a casa sua (centoventi perché all’epoca il calendario non era ancora stato perfezionato ed esistevano solo quattro mesi che portavano nomi dall’etimologia oscura: Genfebmar, Aprmaggiu, Lugagoset, Ottnovdec) il Cosescu ebbe tutto il tempo necessario a dare forma alle sue idee.
Provò dapprima a fissarla auspicando che le scoppiasse la testa.
Poi capì che una qualche fisicità era necessaria. Osseravando i rami del grosso abete che si ergeva sul prato del giardino sentì di essere arrivato alla soluzione. Invece, fustigare la donna con dei fili d’erba non servì a nulla.
Il passo successivo fu allora quello di avvelenarla. Ma a quanto pare la suocera era immune al cibo che lei stessa preparava.
Non andò bene nemmeno con il fuoco: il Cosescu non riuscì a comprendere che il corpo da infiammare doveva essere quello della vittima e non il proprio.
Tutti questi fallimenti lo fecero così cadere in uno stato di grande sconforto.
Camminando per il centro del villaggio, i suoi concittadini lo indicavano con scherno. Lui non aveva nemmeno la forza di strappare loro i peli delle ascelle e se ne stava lì a testa bassa.
Si chiuse allora nel suo studio per un tempo lunghissimo, nel quale elaborò un piano talmente perfetto che non sarebbe mai potuto fallire. Comprendeva un branco di castori, melassa, cherosene, due datteri, il succo di un limone fresco, latte di cammella, sabbia, uvetta, una ciotola di gulash, chiodi, abbondante colla vinilica e una mentina. Quando ebbe radunato tutto il necessario nel suo studio, se ne andò finalmente a letto. Il giorno dopo avrebbe assaporato il suo trionfo e voleva essere riposato per meglio gustarlo.
Ma quando il Cosescu si svegliò il suo studio era vuoto. O meglio: il suo materiale era sparito. C’era in compenso la suocera, che stava finendo di pulire.
Intuendo che cosa fosse successo, il Cosescu sentì crescere dentro di sé una rabbia infinita, che nessun ciuffo di peli d’ascella avrebbe mai potuto placare.
E così, come spesso accade, anche questa scoperta umana fu per lo più causale: Cosescu balzò addosso alla donna, la colpì al viso con diversi pugni e la finì strangolandola.
L’omicidio era stato finalmente scoperto e per la specie umana iniziava una nuova era.
Nei giorni seguenti, Cosescu perfezionò la sua scoperta, inventando l’omicidio con stupro (ai danni della moglie, che aveva scoperto tutto e minacciava di inventare la polizia per poterlo denunciare), l’omicidio a scopo di rapina (la cui vittima fu l’inventore del denaro) e quello colposo (ottenuto gettando via quell’inutile sacco pieno di dischi di metallo e colpendo per caso un passante).
Per diverso tempo, il Cosescu possedette il brevetto sull’omicidio e custodì gelosamente il segreto. Ma morendo senza eredi, fu l’allora governo rumeno a rilevarne i diritti. Con un gesto a sorpresa, però, rese questi di proprietà del popolo rumeno tutto, che poté così impratichirsi delle tecniche con largo anticipo rispetto agli altri popoli.
Fu infatti solo dopo diversi secoli che l’uomo di Neanderthal si impadronì con l’inganno delle tecniche di omicidio e le usò per uccidere Neanderthal stesso, dopo essersi reso conto che non avrebbe mai lasciato la moglie per vivere con lui.
Da allora, l’omicidio si è diffuso per tutto il mondo, con grande scorno del governo rumeno, che ha per secoli cercato, invano, di ottenere il pagamento dei diritti d’autore.
Fu solo Ceausescu, una volta giunto al potere, a convincere i paesi comunisti aderenti al Patto di Varsavia a riconoscere a lui, in quanto rappresentante del popolo rumeno, una piccola cifra per ogni uccisione da questi commessa, diventando in breve tempo ricchissimo.
Dopo la sua morte, e con la dissoluzione del blocco comunista, a nulla è valso il tentativo rumeno di far valere i propri diritti in sede internazionale: essendo trascorsi ben più di settant’anni dalla morte di Cosescu, le sue creazioni sono di dominio pubblico.
Questa soluzione non è ovviamente andata a genio ai rumeni, che oggi uccidono gli stranieri non a scopo di rapina bensì per ottenere quello che loro ritengono un giusto riconoscimento del loro genio nazionale.

Sotto la spinta della componente teo-con della maggioranza, RutellROTFL ha interpellato anche una commissione di teologi vaticani, che dopo avere consultato diverse redazioni della Bibbia è giunta alla seguente conclusione:

Caino era indiscutibilmente rumeno.

Soddisfazione è stata espressa negli ambienti governativi per i risultati di queste due indagini, che riescono a conciliare fede e scienza.
“Che uno creda nella Bibbia o no, ha detto Prodi, la sostanza è una sola. Del resto, che cosa possiamo aspettarci da un popolo che ha come eroe nazionale un tizio che il mondo conosce con il soprannome de ‘l’impalatore’?”
(A questo proposito, le talpe di
Buoni Presagi al comune di Bologna riferiscono che Cofferati starebbe studiando un’apposita ordinanza contro il crescente problema degli impalatori ai semafori)

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2 commenti

Archiviato in politica, società

2 risposte a “Breve storia dell’omicidio

  1. Ora lo leggo il post, tanto l’ho già letto, ma prima ti chiedo:

    Ti sei messo a fare i reblog come Cajelli?

    :-D

  2. Si dice “valorizzare l’archivio”.

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