Il cantante, il pittore, il professore

Ci sono due storie sull’origine delle corna metal.
In realtà la prima la racconta praticamente solo il suo protagonista, Gene Simmons, il bassista dei Kiss. Secondo Gene, tutto nasce da una foto del gruppo in cui lui fa il gesto dell’Uomo Ragno quando spara le ragnatele. E dal fatto che tenendo il plettro con pollice, medio e anulare (qualcuno rianimi i bassisti svenuti, per favore), ogni volta che dal vivo alzava la mano per salutare, faceva le corna.
Mah.
La versione più accreditata, però, è sempre quella secondo cui è stato Ronnie James Dio, a rendere popolare il gesto tra gli ascoltatori di metallo. Un gesto che, racconta, aveva preso dal repertorio della nonna, italiana, che lo usava come gesto scaramantico (ma guarda un po’). E così nei concerti, con i Rainbow prima e con i Black Sabbath poi, ha iniziato a diffondersi l’usanza di fare le corna.
Ci sarebbe da dire che le corna corrette (quelle DOP) sono senza pollice; con il pollice otteniamo un gesto che significa “ti amo” nel linguaggio dei sordomuti americani.
Ma il punto è che Ronnie James Dio, all’anagrafe Ronald James Padavona, è morto domenica. È il primo del club dei fondatori del metal in senso stretto che muore non giovane e di malattia. Dio era nato nel 1942. Ha esordito a 15 anni. E ha cantato fino alla morte. Ha attraversato la storia del rock un po’ come gli Spinal Tap, ha fondato le basi del metal epico con i Rainbow, la sua voce ha dato nuova linfa ai Black Sabbath (l’ultimo disco con Iommi e Butler, sotto il nome di Heaven & Hell, ha una freschezza invidiabile, per un gruppo di sessantenni), ha tenuto in piedi una dignitosa carriera solista, non si è mai reso ridicolo ed è arrivato alla morte circondato da quell’aura di rispetto che spetta ai padri fondatori.
RJ Dio aveva una voce potente ed evocativa, che dava vita a testi ispirati a un immaginario fantasy cupo e immaginifico. “Canta tutto come fosse il Dies Irae” diceva un mio amico. Aveva ragione: era in grado di evocare immagini di potenza, mistero, fascino, grandezza. E lo è stato praticamente fino alla morte.
Un grandissimo protagonista di quasi cinquant’anni di storia del rock.
Un gigante, a dispetto dell’altezza.

C’è qualcosa, oltre alle corna, che accomuna Gene Simmons e RJ Dio.
Entrambi hanno avuto come copertina di almeno un disco un disegno di Ken Kelley. Per i Kiss, per esempio, c’è Love Gun, in cui ci Gene fa le corna, tra l’altro.
Per Dio, Rising, il suo secondo disco con i Rainbow (ascolto obbligato, che lo dico a fare?).
Ken Kelly è un artista che i più conoscono per il suo lavoro sulle copertine dei Manowar, ma che si è formato alla bottega di Frank Frazetta.
Frazetta è l’altro grande lutto del mondo del fantastico di questi giorni.
Fumettista ma soprattutto illustratore, con i suoi colori, le sue meravigliose masse, i suoi sfondi sfumati, le sue creature misteriose, i suoi uomini possenti e le donne sensuali e intriganti ha contribuito più di tutti a foggiare l’immaginario fantasy nella seconda metà del ventesimo secolo. Oggi il suo stile è stato scalzato da mondi più puliti, asettici, di tizi con armature lucenti, donne con tette a pressione, mostri che se li guardi appena un attimo puoi calcolare classe armatura e dadi vita. La stessa differenza che passa tra i R.E. Howard e Margaret Weiss e Tracy Hickman.
Di Frazetta hanno scritto tra gli altri Daniele Barbieri e Diego Cajelli, e lo hanno fatto bene. Leggete loro, poi cercate delle immagini di Frazetta e stupitevi di quante ne conoscevate senza sapere che fossero loro.

Del terzo morto non è che fossi un fan. Non frequento abbastanza la Cultura per esserlo stato.
Però di lui ho un ricordo di prima mano.
Era la primavera del 1998 e stavo preparando la maturità. Facevo lo scientifico, ma avevo deciso di avere visto abbastanza derivate e integrali e formule brute per il resto della mia vita, quindi portavo italiano e inglese. Era anche l’anno della grande mostra sul Futurismo a Genova. Io adoro i futuristi.
Un pomeriggio passo dalle parti di Palazzo Ducale che c’è una conferenza di Sanguineti sui futuristi; è quasi finita, ma mi fermo lo stesso. Sta parlando della fascinazione per la macchina. Poi, quando finisce, finisco imbottigliato davanti all’uscita e ho di fianco Sanguineti.
“Ma questa fascinazione per la macchina” gli chiedo in un attimo che incrociamo lo sguardo “non è simile a quella che si ritrova nel cyberpunk?”
“No” dice lui, come se niente fosse. E mi dà una risposta sintetica ma tutt’altro che buttata lì sulle differenze di approccio al tema tra il futurismo e l’estetica cyberpunk che mi lascia terribilmente spiazzato, perché io, con la spocchia del diciannovenne che fa la domanda al matusa convinto di metterlo in difficoltà, che Sanguineti – di cui avevo alcuni testi sul libro di italiani, anzi sui libri, perché oltre a “Il materiale e l’immaginario” mi ero procurato pure un vecchio Guglielmino per avere un quadro più ampio – potesse discettare così di arti bionici proprio non me l’aspettavo.
E da allora il ricordo che ho di lui è quello di una persona di cultura, attenta e vivace, che in almeno un’occasione non si è fatta problemi a trattare il primo stronzetto neanche ventenne con il massimo rispetto, per amore della condivisione del sapere. Che per un intellettuale credo sia una grandissima dote. E il modo migliore per ricordarlo.

4 commenti

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4 risposte a “Il cantante, il pittore, il professore

  1. Uriele

    La stessa differenza che passa tra i R.E. Howard e Margaret Weiss e Tracy Hickman.

    Lo sai che questo commento è di una cattiveria epocale :)

  2. poggy

    Hai postato uno dei miei Frazetta preferiti in assoluto :)

    Grazie del link al post di Barbieri, non l’avevo visto ed è un’analisi davvero accurata.

  3. Uriele: ero indeciso se paragonare i primi 4 dischi dei Manowar (Frazettiani da far paura) a quelli dei Rhapsody e fuffa trallallerina. Poi sono rimasto sulla narrativa (per quanto non possa negare di avere amato Weiss & Hickman, quando avevo l’età giusta)

    Poggy: eh. Se uno mette Conan e grosse bestiacce non può certo sbagliare. :-)
    Barbieri è uno parecchio in gamba; se non l’hai mai fatto, leggi il suo “I linguaggi del fumetto” (Bompiani).

  4. Bella digressione! Complimenti! Solo sotto pressione, per lavoro o in preda ad una crisi mistica da delirio sonoro, potrei scrivere così tanto. Amo leggere tanto ma scrivere in sintesi (arte ormai persa da tempo), se posso scegliere, ma tu sei riuscito a cat/n-alizzare la mia attenzione. Sarà che ho sofferto per la morte di Ronnie (non quanto quella di Rick Wright ma molto anche per il folletto) ma mi è piaciuto il paragone tra i due pionieri delle corna rockettare. Che poi sia arrivato prima Mr. Padavona o il ‘demone bassista’ poco importa!
    Stay Rock!

    P.s.: Come avrai potuto notare di sintesi…manco a parlarne.

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