Fuoco e acqua. Bangkok, aprile 2009

© Francesco Vicenzi 2009

L’anno scorso mio fratello era a Bangkok. Si era fermato lì sulla strada dell’Australia, si era trovato in mezzo ai casini e, visto che fa il fotografo, ci si è buttato in mezzo a fotografare. Alla fine, è riuscito a rompere la macchina fotografica. Gli scontri? No, un gavettone la sera durante i festeggiamenti per l’anno nuovo. Prima ha fatto in tempo a fare un reportage.
Questo è quello che ha scritto l’altro giorno sulla morte di Fabio Polenghi.

Ero a Bangkok durante la prima ondata di disordini, Aprile 2009. Con la mia macchina fotografica a tracolla.
I primi due taxi che ho fermato si sono rifiutati di portarmi sulla scena degli scontri, finalmente un terzo autista accetta di darmi il passaggio.
Mi avvisa che quella stessa mattina 14 civili sono morti per pallottole vaganti, io degluttisco. Andiamo. Non era vero, era propaganda messa in giro dai rossi per alzare il conflitto, ma non lo sapevo.
I proiettili erano a salve ma nessuno lo sapeva, e insieme ai colleghi della stampa internazionale correvo a nascondermi dietro le automobili parcheggiate quando le truppe aprivano il fuoco, all’unisono.
Le molotov erano vere, gli autobus in fiamme anche. Un’autocisterna di combustile parcheggiata tra le case funzionava da deterrente: attaccateci e facciamo saltare il quartiere. Anche quella era vera.
L’altra metà di Bangkok, festeggiava il capodanno Thailandese con giochi d’acqua e turisti ubriachi. A poche centinaia di metri. Nessuno si preoccupava di isolare le due realtà, acqua e fuoco.
I turisti si facevano fotografare davanti ad autobus in fiamme, curiosi e passanti, militari e insorgenti. Tutti insieme.
Io stesso attraversavo check-in militari senza subire nessun controllo, libertà di movimento totale. Ero tra i ribelli sotto ad un cavalcavia mentre una fotografa thailandese mi diceva di allontanarmi, che stava arrivando l’esercito.
Terra di nessuno. Il teatro degli scontri tra centri commerciali, barricate e inferiate chiuse.
Ero in mezzo alla gente quando volavano pietre e le esplosioni squarciavano l’aria, ma era il 2009, tutto si sarebbe risolto a tarallucci e vino nel giro di pochi giorni.
Gran parte della a stampa internazionale che opera nel sud est asiatico fa base a Bangkok, i fotografi sul campo sono decine. Non so se Fabio Polenghi si sentisse protetto tra i colleghi, con il coraggio dato dal fare parte della stampa. Il dovere di essere in mezzo agli eventi anche quando si fanno caldi.
Posso solo intuire quello che ha provato quando l’esercito ha fatto irruzione, i fucili che tuonano, le esplosioni e le pallottole che fischiano.
Poi silenzio.

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