Lapidare il diavolo

Nei sessanta giorni in cui nel 2005 ho provato a fare il giornalista a Bologna, un giorno mi sono trovato in Comune attorno al sindaco, che allora era Cofferati (uh, ve lo ricordate Cofferati?), con tutti gli altri cronisti. Non ricordo di che si parlasse era una questione relativa a qualche screzio con l’opposizione in cui un assessore non era perfettamente allineato con il resto della giunta. Una cazzata, comunque.
A un certo punto, Cofferati, il Tex in mezzo alla mazzetta dei giornali, disse “adesso vi dico una cosa, ma a taccuini chiusi”. Come un sol uomo, chiusero tutti il quadernetto. Lo feci pure io. E poi Cofferati disse qualcosa che sminuiva la questione e non era carinissimo verso il suo assessore. Che ovviamente non avete letto da nessuna parte.

Qualche settimana dopo, mi avevano mandato a intervistare i giovani che incontravo nel corteo del 2 agosto, per sapere che cosa ne sapessero della strage, delle sentenze, delle condanne. Mentre scendevamo per via Indipendenza ho incontrato un sacco di gente in gamba, con le idee molto chiare su tutto quanto; anche qualcuno i cui genitori erano stati tra i soccorritori. E ho pensato “beh, facile; questi hanno diciassette anni e stanno qui alle dieci di mattina del 2 agosto. Chiaro che hanno deciso di avere un buon motivo. Chissà se chiedessi ai poliziotti, che risposte verrebbero fuori” (il primo pensiero lo scrissi sul giornale; il secondo no).
Comunque, alla fine siamo arrivati alla stazione. E ci sono stati i discorsi dal palco.
Quell’anno toccava a Tremonti. Tremonti, ve lo immaginate? Ha appena fatto in tempo ad avvicinarsi al microfono, poi c’è stato l’inferno: urla, fischi, ancora urla.
Io ero lì per lavorare. Non avrei dovuto fare nulla. Invece, ho diligentemente chiuso il mio quadernetto e ho fischiato pure io, poi ho smesso e ho ripreso a prendere appunti. Alla fine quando Tremonti (che a un certo punto si voltò verso Cofferati e gli disse “bella piazza”, durante la contestazione) ha ripreso a parlare, un’eternità dopo, non c’era quasi più nessuno.

Al 2 agosto ci sono andato di nuovo quando c’era Rotondi, come esponente del governo. Rotondi era chiaramente una scelta di ripiego, una via di mezzo tra l’andarci e il non andarci. Lui era tanto compreso nel suo ruolo che ai fischi rispose dicendo “vi ringrazio per i fischi, gli unici che considerano un ministro”. Poi, da buon democristiano, galleggiò con un discorso vaghissimo e, sì, anche condivisibile, che diceva più o meno “morte=brutto. BRUTTO!”

E invece quest’anno nessun ministro sarà sul palco del 2 agosto a Bologna.
Al di là della mostruosità dal punto di visto politico che questo rappresenta, sono convinto che la mancanza dei fischi mutilerà la manifestazione, il suo senso, il suo rituale.
Credo che si debba esserci stati almeno una volta per capire.
La manifestazione del 2 agosto è qualcosa di vagamente surreale.
C’è stata una strage. Ci sono state delle indagini, dei despistaggi e delle sentenze che hanno individuato gli autori materiali e poco altro. E su tutto gravano i paramenti del segreto di Stato. Quindi tu vai a questo corteo, silenzioso, con i gonfaloni e gli striscioni con scritto “chi è Stato?” che sfilano quasi uno di fianco all’altro.
E poi arrivi sul piazzale della stazione.
E c’è quel minuto di silenzio. Che è silenzio, sì. Ed è commosso. E imponente.
Ma se tendi appena appena l’orecchio, se chiudi gli occhi, ti rendi conto che non è un silenzio immobile. È un silenzio attraversato da una tensione fortissima. Che non si scioglie tutta nel grande applauso che segna la sua chiusura.
Secondo me, sono i fischi che permettono realmente di sfogare quella tensione, quella rabbia che anno dopo anno, silenzio dopo silenzio, promessa mancata di rimozione del segreto di Stato dopo promessa mancata, è sempre più forte.
È un momento antropologicamente necessario alla riuscita del rituale. È il momento in cui una comunità cerca di esorcizzare simbolicamente il Male che ha al suo interno attraverso la denigrazione di un simulacro.
Alla Mecca, i pellegrini lapidano ritualmente un’effige del diavolo.
Sul piazzale della stazione di Bologna, ogni anno, l’uomo che rappresenta lo Stato viene umiliato per ricordare allo Stato le sue colpe e le sue reticenze. Che poi si tratti di esponenti di governi in cui sta gente per cui il fascismo non era poi così male (per così dire) è solo un valore aggiunto – ma secondo me oggi come oggi un D’Alema non uscirebbe ugualmente bene, da quella piazza.
Non so che cosa succederà quest’anno. Sarò al lavoro e non riuscirò ad andarci.
Ma credo che ugualmente questa rabbia troverà uno sfogo. Forse verso il prefetto, visto che essendo Bologna commissariata non c’è neppure un sindaco con cui prendersela (come successe con Guazzaloca, contestato da manifestanti che gli voltarono le spalle). E ugualmente il ministro fascista della difesa e i suoi sghignazzanti sgherri parleranno di affronto, forse minacceranno di non farla nemmeno più fare, così, come boutade estiva. Non mi sorprenderei nemmeno troppo.
Del resto immagino che nemmeno al diavolo piaccia farsi prendere a sassate.

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2 commenti

Archiviato in politica, società

2 risposte a “Lapidare il diavolo

  1. nro0

    Post necessario. Chapeau.

  2. Bersani ha dichiarato che sarà presente. Immagino se li beccherà lui i fischi.

    Non che non se li meriti. Anzi.

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