Portogallo (2 di 6)

(La puntata precedente)

Questa puntata è dedicata alle
seconde serate estive
del martedì di Italia Uno
nei primi anni Novanta

Porto sembra un po’ una città da cui è scappata un sacco di gente. O, almeno, la parte di centro storico che abbiamo visto noi. Ma pensare che in Avenida Aliados, che è il tipico vialone “volevamo essere Parigi” che dovrebbe essere la zona di rappresentanza della città c’è un intero palazzo abbandonato fa abbastanza impressione. La decadenza di Porto è molto più evidente e meno romanticamente turistica di quella di Lisbona. La Santa Guida (il rapporto che si sviluppa in viaggio tra una coppia e la propria Lonely Planet è parecchio viscerale; poi il fatto che chiaramente pronunciassimo entrambi “Guida”, con la maiuscola, mi faceva venire Douglas Adams) avverte che a Porto la notte, ma anche il giorno, si aggirano parecchi “loschi figuri”. E in effetti la fauna umana di senzatetto e tossici non è molto rassicurante. Ma, in fondo, siamo abituati a Genova. Se gli autori della Lonely Planet del Portogallo vanno nei vicoli di Genova che fanno? Consigliano di viaggiare armati, poi?

Comunque. A Porto sperimentiamo l’ebbrezza del pasto completo a 5 euro. Zuppa, carne o pesce con contorno, bevanda, pane. Al bar sotto l’ufficio con 5 euro non ci prendo un piatto di pasta.
Mezza Porto è stata costruita da un architetto italiano, Nasoni, nel Settecento. La sua opera più evidente è la Torre dos Clerigos.

Con dei cieli così, le foto si fanno da sole

Dalla cima si gode di una bella vista della città (è stato un po’ il leit-motif della vacanza: scarpinare per arrivare da qualche parte dove c’è una bella vista, fare delle foto) (dovrebbe essere uno slogan turistico tipo “Portogallo. Scarpina, trova un bel panorama, fai foto”).

La chiesa che sta sotto alla torre, sempre di Nasoni, ha una navata a pianta ovale (ma da fuori non sembra) dove si venera il Senhor Morto (qualcuno ha visto Davide Toffolo?), del quale lascio parlare Pablo (con il quale ci siamo incrociati più volte) che ne è il primo scopritore:

Nell’Igreja de los Clerigos si adora il Signor Morto, che non so se sia la gioiosa statua del Cristo cadavere pieno di ferite sanguinanti che sta vicino alle panche o quel simpatico teschio autentico che mi sorride da dentro all’altare. Non c’è il tabernacolo, forse le ostie gliele infilano in bocca.
Da come se la ghigna non so se ritroveranno il vin santo.

C’è questo rapporto che hanno i portoghesi col dolore.. sembra una parte fondamentale della loro esistenza, la sfoggiano come una medaglia. Se dovessi arrampicarmi tutti i giorni in corda doppia per tornare a casa e rischiassi di morire ogni volta che piove e ho finito il sale, probabilmente vivrei il mio rapporto con la sofferenza nella stessa maniera, ma a vederlo dall’esterno è una cosa quasi esagerata. Nella religione, poi, ci vanno giù belli pesanti. Sensi di colpa, cadaveri esposti, ossari ad ogni angolo, la nostra guida trabocca sangue più del Necronomicon. Poi per forza impari a conviverci, io me l’immagino la mamma, dopo la messa, passare davanti all’altare e dire al figlioletto: “Mariolino saluta il Signor Morto, che andiamo!”.

Sempre nella stessa chiesa si trova una rarissima raffigurazione di San Jack Torrance, nonché un’action figure del film Suore di Menare IV.

"Wendy, sono a casa, tesoro!"

Il fascino discreto della pistola sparachiodi

Ma il gusto dei portoghesi per lo splatter a sfondo religioso non si ferma qui. Sempre a Porto c’è una chiesa dedicata a san Francesco in cui a un certo punto qualcuno ha deciso di dorare tutto quanto. Secondo la Guida, ci sono dentro 100 kg di foglia d’ora. In effetti, dentro è tutto dorato. Non solo: ci sono anche un paio di diorami di grandi dimensioni. Il primo è la raffigurazione del cosiddetto “albero di Jesse”, ovvero l’albero genealogico di Cristo fino al profeta Jesse, che è un vero proprio albero sui cui rami sono, per così dire appollaiati, vari personaggi biblici, con in cima JC. Il secondo raffigura invece “i martiri marocchini“: dietro ci sono tre francescani con il saio inginocchiati. In primo piano, sulla sinistra, un giannizzero che regge la testa mozzata di un francescano, il cui corpo decapitato è ancora in ginocchio; sulla sinistra, un altro giannizzero con lo sciabolone alzato, che incombe su un altro francescano la cui testa è però ancora attaccata per tanto così al collo. Ci avrei fatto mille e mille foto, ma non si poteva fotografare niente. Accontentatevi di questa immagine scattata all’esterno, per restare nell’atmosfera da film horror.

(inserire musichina inquietante e vagamente bambinesca a piacimento)

E per spostarci dallo splatter all’orrore cosmico, al mercato di Porto ho trovato una cassa piena di roba che avevo visto, finora, solo nelle illustrazioni dei racconti di Lovecraft. Non credo che fossero in vendita, ma che fossero solamente qualcosa di scenografico (in un’altra bancarella c’erano sopra dei polpi). Resta il fatto che cose del genere non dovrebbero esistere. Per ovvie questioni linguistiche non ho osato chiedere a nessuno che cosa fossero. Ci abbiamo provato al ristorante, ma la minimizzante risposta del cameriere non ha fatto altro che rafforzare l’impressione che gli abitanti di Porto, come quelli di Innsmouth, nascondono qualche segreto inconfessabile e blasfemo che non può che condurre a un’innominabile aberrazione cosmica. Comunque, se qualcuno riesce a identificare questa roba, io sarei molto contento.

Clicca per ingrandire (e perdere 1D6 SAN)

Porto è famosa, lo dice il nome, per l’omonimo vino. Curiosamente, però, tutte le cantine dei produttori non si trovano a Porto, ma a Vila Nova de Gaia, sulla sponda opposta del fiume. Il trasferimento è avvenuto nel corso del XIX secolo, per aggirare un provvedimento che costringeva i produttori ad abbandonare la città; Porto e Gaia sono collegate da un ponte a due livelli, di scuola eiffeliana, che attraversa il Douro, che potete qui ammirare in tutto il suo notturno splendore (con tanto di fantasma).

Ovviamente le cantine sono visitabili. Lo schema tipico prevede una visita guidata a pagamento delle cantine (2 o 3 euro), con assaggio finale di due diverse qualità di Porto (un bianco e un rosso). Noi ne abbiamo visitate tre.

La prima è stata quella di Ramos Pinto, proprio sul lungofiume. Ramos Pinto era un tipino interessante: la visita parte dai vecchi uffici della società, oggi trasformati in un museo. E proprio all’inizio c’è l’anticamera dove si facevano aspettare gli ospiti, una saletta decorata da azulejos a sfondo erotico/bucolico, che oggi fanno sorridere, ma che per i primi del Novecento dovevano essere parecchio audaci (in particolare quello in cui una signorina sta trascinando un asino verso un’altra signorina distesa nell’erba). Appesi alle pareti ci sono diversi poster pubblicitari d’epoca, tra cui uno bellissimo di Cappiello in cui gli altri produttori di porto fuggono da un gigante che raffigura la Ramos Pinto.
Nello studio dove Pinto e il fratello accoglievano i clienti c’è un trono. È quello su cui si sedevano per parlare d’affari? No. Ci facevano sedere il cliente. Geni.
Comunque questa è la parte interessante. Poi segue una visita alla cantina, con il suo odore di cantina, dove si trovano alcune botti di vino che sta invecchiando. E infine segue una proiezione di foto ancora più noiosa di questa (e l’inglese meccanico e monotono della guida portoghese purtroppo non aiuta a tenere viva l’attenzione). Poi si beve.

Secondo me ormai è aceto

In realtà, come suggerisce anche la Santa Guida, vale la pena di inerpicarsi un po’ e raggiungere la cantina Taylor’s. Non solo perché c’è una vista molto bella (e volendo anche un ristorante), ma perché lì il giro delle cantine prevede una spiegazione molto esauriente. E perché è gratis. Compreso l’assaggio finale, con dei vini parecchio buoni e in una sala luminosa coperta da un gran tendone.

La luce che c'è in Portogallo è del 46% più luce della luce che c'è da altre parti.

Alla fine, tanto per non farci mancare niente, prenotiamo pure la gita in barca sul fiume, che dà diritto anche alla visita a una terza cantina, quella della Offley (dove per fare in tempo a fare anche il giro in barca ci aggreghiamo a una visita guidata in francese). La cosa che mi ricordo meglio di questa visita è che c’era un pipistrello che si aggirava tra le sale della cantina. E che il porto non era un granché. Infatti lì non abbiamo poi comprato nulla.

(parentesi: la legislazione dei liquidi nel bagaglio a mano è la cosa più stupida che la mente umana abbia mai creato. E chiunque pensi il contrario è uno stupido.)
(lo stesso, siamo riusciti a infilare una bottiglia a testa nello zaino imbarcato nella stiva, ed entrambe sono arrivate a destinazione intatte. Peccato che non siamo riusciti a portare indietro anche una bottiglia di ginjinha da Lisbona).
Fine della seconda puntata. Nella prossima: AGONIA (feat. Sorella Digos).

Paura, eh?

4 commenti

Archiviato in il cotone nell'ombelico, portogallo, viaggio

4 risposte a “Portogallo (2 di 6)

  1. Eh, ma grazie per la citazione, sono enormemente lusingato! Per contraccambiare mi tatuerò la tua faccia su un polpaccio e imparerò a suonare il basso da dio e diventerò una rockstar e suonerò a tutti i concerti nei megastadi coi pantaloncini corti buffi tipo John Deacon e la tua faccia la inquadreranno sui megaschermi e quando il giornalista di Rollistòn mi domanderà chi sia quel misterioso personaggio, che nel frattempo ci saranno già nate sopra leggende improbabili, tipo che sono io in un’altra vita perché in realtà in questa sono morto o che è mio zio che mi ha regalato il mio primo basso o che è il mio guru perché io ci ho il guru come i Beatles o che è il diavolo e lo si capisce dal fatto che non mi sono tatuato i coperchi, io al giornalista di Rollistòn gli dirò “No, guarda, è il mio amico Buoni Presagi”, e lui “Ma Presagi è il nome o il cognome?” e io gli farò quel mezzo sorriso che vuol dire e non vuol dire, e lui se ne starà.

  2. Percebes! Sono anche buonissimi (in a raw-fish-thing-in-your-mouth kind-of-way), una volta che riesci a superare il disgusto iniziale del dover staccare quella specie di unghia coi denti, strappargli via la pelle violacea, e ingoiarli senza pietà. (Beh, lo splatter in questa puntata ce l’hai messo prima tu!)

    Si narra che i percebes siano così cari e preziosi perchè crescono solo sull’orlo oceanico nel Nord della penisola Iberica su scogli battuti da onde fortissime; si pescano solo ed esclusivamente a mano (come i ricci di mare, che sono pescati al meglio individualmente e con una forchetta da tavola e un sacchetto di plastica), e a quanto pare sono una delle più grandi cause di morte tra i pescatori Luso-Ispanici. Praticamente un film horror già pronto.

  3. questo pezzo a puntate sul Portogallo me lo sto proprio godendo…
    Lisbona la ricordo con piacere e mi sono molto ritrovata nelle tue descrizioni;
    Porto non l’ho mai vista e ora me ne rammarico anche di più: soprattutto per lo splatter a sfondo religioso! ;)

  4. Spassky: pantaloncini da john deacon anni ottanta e maglioncino da john fine anni settanta, però :-)

    Byron: ecco, preferivo non sapere (come da manuale lovecraftiano). Ho anche trovato dei video di gente che li mangia. Fanno un po’ tanta impressione. Argh.

    Laura: grazie! Porto – o meglio il suo centro storico, del resto della città ho visto niente – è meno d’impatto e meno “amichevole” di Lisbona. Ma ha un’atmosfera tutta sua molto bella.

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