Quando gli spettatori fanno “Awww…”

Uno dei piaceri del cinema è quello di essere nel buio a condividere con degli sconosciuti quello che passa sullo schermo. Ed è straordinario quando il potere di una narrazione o di un’immagine riesce a colpire contemporaneamente così tante persone, e l’emozione provata diventa quasi una forza fisica. La manifestazione più evidente è con i film comici, con gli scoppi di risate quando il film funziona. Ma funziona anche con altri tipi di film. Ricordo quando proiettarono “Un chen andalou” in piazza Maggiore a Bologna, l’ondata di ribrezzo che falciò come rasoiata tutta la platea al momento della scena dell’occhio.
Ecco, venerdì, con Inception, il nuovo film di Christopher Nolan, alla fine, quando lo schermo diventa nero e partono i titoli di coda in sala a Genova è successo che tutti abbiamo fatto “awww…”, perché il taglio delle scena finale era tale da lasciare brutalmente sospesa l’interpretazione di quello che era successo. Dopo oltre due ore e mezzo di film eravamo ancora tutti (o buona parte di noi) così dentro la storia che scoprire che non avremmo avuto una risposta chiara su una certa cosa ci ha strappato a tutti una specie di divertito e complice sospiro. E Nolan e i suoi se lo sono meritato tutto, quel sospiro (che, leggendo in giro, sembra essere la reazione più diffusa al finale).

Insomma, Inception è un gran film. Parte da un’idea (parecchio dickiana, tanto per cambiare, anche se potrebbe esserci qualche influsso di Jonathan Carroll) interessante e la porta avanti nel modo meno cialtrone possibile: c’è questa gente che, complici intrugli e macchinari non meglio identificati, riesce a entrare nei sogni della gente per fregare informazioni. Una squadra dei migliori in questo lavoro cerca di compiere una missione praticamente impossibile, con tutti i rischi, imprevisti e pericoli che ne conseguono.
Il rischio più grosso di un film del genere si chiama “matrix”. Cioè la tentazione di infilarsi in pipponi urticanti sul reale, sul sogno, l’illusione, a base di filosofia omogeneizzata buttata lì a casaccio. Per fortuna, Nolan non ha questo tipo di interessi: si serve del sogno, privandolo tra l’altro di tutti gli aspetti più “onirici” (non aspettatevi Gondry, insomma), più come mezzo narrativo per costruire una trama fatta di livelli a incastro che non per rivelare qualcosa.
Certo. C’è tutta la trama legata al personaggio di Di Caprio, al suo passato, ai pericoli che provengono dal suo subconscio, ma non è una Grande Metafora Universale. È solo la storia di due persone e di quello che avere un certo, chiamiamolo così, dono ha causato loro. E delle decisioni prese. O che prenderanno.
Insomma: tasso di cialtronaggine bassissimo, una strepitosa freddezza e precisione e un uso discretissimo degli effetti speciali, in special modo quelli digitali. In questo modo, ci si trova in mezzo a un mondo che sembra in parte reale, in parte costruito a tavolino, con un effetto straniante che è davvero vagamente onirico (ok, non i sogni che hai appaltato alla Industrial Light and Magic, quelli da cui fatichi a svegliarti perché sono talmente realistici che non possono che essere la realtà).
In mezzo a questo scenario, Nolan ambienta una storia con una sceneggiatura di ferro, un meccanismo perfetto fatto di ingranaggi che è un piacere vedere muoversi tutti insieme, ognuno alla sua velocità (e qui viene in mente: e se Watchmen l’avesse fatto Nolan, invece che Snyder?), dove alla fine ci trovi davvero di tutto, dall’azione di 007 alla malinconia sognante di Blade Runner (già mi vedo, tra una decina d’anni, a comprare la special director’s cut in dvd in cui ci sono quattro secondi in più di trottole che cambiano completamente il senso del film).

Autori di fanfiction di tutto il mondo, io vi suggerisco il signore sopra.

Mi domando se il fatto che a un certo punto del film c’è qualcuno che vola da Sydney a Los Angeles con la bara di un padre che non lo stima non sia una qualche forma di riferimento a Lost. In effetti, il film e l’ultima stagione del serial che abbiamo amato odiare per il suo finale raffazzonato, hanno in comune un dubbio che lasciano allo spettatore su cosa sia reale e cosa non lo sia. Solo che gli autori di Lost (e la loro produzione) hanno scelto di spiegarlo nel modo peggiore di tutti, Nolan invece lascia aperta la questione.
E fa fare “awww…” agli spettatori.

Bonus:
Lost e Inception (SPOILER)
– La voce di Inception su Tv Tropes

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7 commenti

Archiviato in Film, televisione

7 risposte a “Quando gli spettatori fanno “Awww…”

  1. (io per qualche minuto ho aspettato trepidante di vedere la livrea Oceanic sul 747, per la cronaca….)

  2. Guarda, non mi fare pensare a cosa sarebbe successo se l’aereo con loro a bordo fosse passato sopra l’isola al posto dell’Oceanic 815…

  3. Uscendo dal cinema ho avuto un flash di me che fra dieci anni scorrevo i video di youtube alla ricerca di quello in cui si vedevano 3 secondi in più di trottolino nel finale!
    (L’idea di Nolan a dirigere Watchmen mi fa venire dei rimpianti enormi!)

  4. Uriele

    Ti dico solo che era da tempo che non mi azzannavo alla gola per l’interpretazione di un film… Bellissimo

    Ieri, complici i banchetti di vino gratis alla festa di San Petronio, ci siamo messi a litigare per due ore sulla correttezza formale del tempo nel limbo e del diverso invecchiamento di Watanabe e DiCaprio. Ci stavamo per prendere a cinquine… Film meraviglioso e sceneggiatura d’adamianto

  5. Considerato che la sceneggiatura di Inception è vecchia di parecchi anni e concedendomi una piccola libertà ortografica direi che c’è ben più di una citazione alla serie di Abrams, il cui titolo originale è “L’ostess”.

  6. Credo che Di Caprio sia uno degli attori più sottovalutati degli ultimi 10/15 anni.
    Inception mi ha tenuto col fiato sospeso per tutto il tempo…i minuti scorrevano inesorabili e sarei rimasto altri 140′ in quella maledetta sala cinematografica.
    Come ha detto un amico, “se il finale fosse stato qualche secondo più lungo sarebbe diventato un ‘finale pagliacciata’”. Meglio così allora!

  7. Uriele: alla fine però, secondo me, non è un Donnie Darko, nel senso che non ci sono poi molti appigli per particolari interpretazioni diverse da quella che è, in fondo, una storia abbastanza lineare. Sul rispetto dei tempi tra i livelli dei sogni invece non ci metterei la mano sul fuoco.

    Spassky: LE VELINEEE!

    Jeger: su di Caprio leggo commenti diversissimi. Io non è che mi intenda molto di recitazione, però pure a me piace, sarà che parto da un’adolescenza così prevenuta verso di lui che scoprire che sta effettivamente stare davanti a una macchina da presa mi fa gridare al miracolo :-)

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