Portogallo (5 di 6)

Coimbra, di cui ho iniziato a parlare nel post scorso, è attraversata da un fiume; su una sponda c’è la città con l’Università e il centro storico. Sull’altra sorgono tre monasteri, tra cui quello, abbandonato, di Santa Clara-a-Velha (cioè Santa Chiara Vecchia, per distinguerlo da quello più recente, costruito, come vedremo, più in alto).

 

Elisabetta con i fiori nel grembiule (clicca per ingrandire)

 

Santa Clara-a-Velha è stato fondato nel XIII secolo, abbandonato all’inizio del XIV e riaperto nel 1314 per volere di Elisabetta d’Aragona, poi santa. Le storie sulla bontà di Elisabetta si sprecano. Nella cattedrale vecchia di Coimbra c’è un quadro che raffigura quella volta in cui il marito la sgamò mentre fregava cibo dalla mensa regale per portarlo ai poveri della città. Lei lo nasconde al volo nel grembiule e nega tutto, il marito la costringe a far vedere cosa nasconde e, miracolo, ci sono solo dei fiori. Tra l’altro, il povero Dionigi I (il re) che in queste storie fa sempre la figura dello stronzo fu in realtà un re che si dedicò per lo più allo sviluppo dell’economia del regno, tanto che è passato alla storia come “il re fattore”.
Comunque, Elisabetta venne seppellita in una tomba del suo monastero preferito.
Il problema è che il suddetto monastero si allagava, essendo proprio di fianco al fiume, più o meno con la stessa frequenza con cui i portoghesi dicono obrigado. La prima piena manda sott’acqua il monastero nel 1331. Ma che sarà mai, secchio e ramazza e via, poi tutte a mangiare gli ovos moles nel chiostro. Però nel frattempo iniziano ad alzare un po’ il pavimento. La cosa (allagamento, metti a posto, allagamento, metti a posto) va avanti per circa due secoli, durante i quali il monastero comunque continua a venire decorato sempre più riccamente. A un certo punto la tomba di Elisabetta diventa un sarcofago di vetro e argento, come neanche Biancaneve. Poi le suore decidono che forse è il caso di soppalcare la chiesa e lasciare perdere la parte di sotto. È il 1612. Una trentina di anni dopo ce la danno su e il re ordina che si costruiscano un monastero nuovo (Santa Clara-a-2.0, pardon, a-Nova) un po’ più in alto. Pare che dopo il trasferimento in un posto non allagato il tasso di beatitudine delle monache sia migliorato del 67%, essendo stata rimossa una causa primaria di bestemmie fortissime e articolate.
Alla fine, abbandonato, il monastero è praticamente scomparso sotto il fango che periodicamente lo ricopriva. Pare che alcune delle strutture più elevate della chiesa a un certo punto siano state usate come fattoria, con una bella porta aperta in mezzo al rosone.
Solo di recente una seria campagna di scavi ha riportato alla luce la chiesa e il chiostro, che si presentano più o meno così, in un tardo pomeriggio di agosto:

 

(si noti lo sforzo effettuato per cercare di ricreare qualcosa di somigliante al tipico arco a ferro di cavallo dell'architettura islamica attraverso la composizione dell'immagine) (visto che di arabo in Portogallo non ci hanno lasciato praticamente nulla)

 

Il percorso di visita è piacevole, introdotto da un museo piccolo ma ben organizzato. Si gironzola per questa chiesa vuota, attorno al chiostro, e si respira un po’ di aria medievale, visto che, eliminate tutte le decorazioni dei secoli successive, in pratica è rimasta solo l’architettura. Al di sotto del prato resta probabilmente da scavare ancora un sacco di roba ed è bello pensare di avere almeno in parte contribuito a farlo.
(Essendo che il Portogallo non ha avuto guerre in case più o meno dall’invasione francese del 1807, le uniche rovine che trovi sono quelle causate dagli eventi naturali, uno per tutti il terremoto di Lisbona. Il che, in Europa, è una cosa stranissima)

Legata alla città di Coimbra c’è una storia fighissima, che è puro Marlowe (il drammaturgo, non l’occhio privato). È la leggenda di Inés de Castro e del suo sfortunato amore per Pietro I di Portogallo. È una storia vecchia come il mondo, ma che non ci stancheremo mai di sentirE raccontare. Il giovane futuro re sposa una tizia spagnola perché sì, si innamora di una delle sue dame di compagnia, ha con lei dei figli ben più sani che il malaticcio erede legittimo, la moglie poi muore e lui ne approfitta per non risposarsi e farsi i fatti i suoi con la spagnola, alla fine al re padre girano gli ovos moles e qualcuno ammazzi la sgualdrina spagnola e vaffanculo, il figlio si incazza e scatena una guerra civile, che perde, poi finalmente il vecchio schiatta e diventa re lui e, vaffanculo questa volta lo dico io, fa riesumare il cadavere di Ines, lo veste da regina, gli mette un anello al dito, lo fa sedere sul trono e costringe la corte, gli assassini in particolare (a cui poi strapperà il cuore a mani nude – Tomu Shiva ke, Vissa kata iò, Tu hai tradito Shiva, Tomu Shiva ke, Vissa kata iò, Tu hai tradito Shiva), a renderle omaggio perché l’aveva sposata in segreto.
Favoloso. In realtà, come dice un libro che ho trovato per terra facendo il giro del monastero (true story; il libro è in portoghese, ma con un minimo di attenzione il senso si capisce), come è facile immaginare tutte la parti più evocative e fighe (cioè il finale necrofilo) sono farina del sacco di poeti, ehm, spagnoli del XVI secolo. Nella realtà storica semplicemente Pietro I fece riesumare il cadavere, proclamò Inés regina in modo postumo e la fece mettere in un sarcofago più bello. Sarcofago che si trova di fronte a quello di Pietro, così che quando alla fine dei tempi ci sarà la resurrezione dei corpi la prima cosa che ciascuno dei due amanti vedrà sarà l’altra/o.
Comunque in città c’è un albergo che contiene al suo interno il cortile in cui si tramanda che Inés sia stata uccisa, dove si trova una fontana scaturita dalle sue lacrime in punto di morte.

 

"una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia"

 

Niente, la foto qui sopra c’è per ricordarmi di dire che anche in Portogallo fanno questa versione artigianale di filo spinato che si usa pure a Genova. E mi sono chiesto in quanti lo sanno che quando Montale scrive della muraglia con i cocci di bottiglia non sta creando un’immagine dal nulla ma sta semplicemente richiamando alla mente qualcosa che doveva avere visto un sacco di volte.

 

"Per un perfetto tuffo..."

 

Comunque il lungofiume da quella parte è un sacco piacevole e ci sono delle anatre, alle quali abbiamo fatto foto per un buon quarto d’ora. Altri incontri con animali a Coimbra sono stati con diversi gatti, per lo più semi-domestici. È stato buffo quello con un randagio, mentre eravamo con i nostri compari saltuari di viaggio. Magrissimo, il gatto ci ha studiati per un attimo, il tempo di capire che nonostante l’insistente “chkchkchkchk” non avevamo cibo da dargi e che, in quattro, eravamo in troppi perché potesse ucciderci per mangiarci, ci ha voltato la coda e se n’è andato.

 

Capitello del chiostro del Duomo.

 

Invece questa foto è qui perché volevo dire al tizio che lo scultore ha voluto ritrarre di sorridere. Questa è la fine del 2010 e sei su una cosa chiamata blog. Salutate tutti l’anonimo amico medievale.

In realtà sto tergiversando perché stiamo arrivando a una pagina imbarazzante.
Viseu.
La guida descrive Viseu come una cittadina che può competere per fascino con Coimbra. E noi, da bravi stolti, ci siamo fidati della Guida. E a Viseu abbiamo programmato un’intera giornata. Meglio: quando la ragazza dei biglietti del pullman ci ha chiesto “a che ora il ritorno?” noi sulle prime abbiamo detto “le cinque”, poi io detto “ma no, facciamo le sei”.
See what a fool I’ve been.
A Viseu ci arriviamo in autobus, dove facciamo conoscenza con l’evoluzione del personaggio cantato da Guccini: la bimbominkia portoghese. Costei è una tizia di una diciottina d’anni che per tutto il viaggio (un’ora abbondante) fa ascoltare alle amiche musica dal computer portatile. Senza cuffie, ovviamente. Sommando a questo che viaggiamo sulla tipica corriera con sedili imbottiti che conservano l’odore dei passeggeri di sei anni prima e che il tempo è grigio, un viaggio piacevolissimo.
A Viseu, comunque, non c’è praticamente nulla da vedere. La signora dell’ufficio informazioni fa un cerchio molto piccolo sulla mappa che ci dà e dice “mmm, il centro storico è questo”, poi scappa per la vergogna. Vediamo la cattedrale, appena in tempo perché sta chiudendo, ma diciamo che non è che abbiamo dovuto affrettarci particolarmente.
La cosa più notevole che ho trovato da fotografare lì dentro (e state parlando con una persona che  ha fatto 1000 foto in dieci giorni) è questo:

 

Deep Purple

 

E poi… ecco, girare per Viseu, che ha qualche stradina antica ben conservata è anche quasi piacevole. Se amate le finestre rinascimentali, tutte e sette le finestre rinascimentali del centro storico sono ben conservate e segnalate da appositi cartelli. Ci sono anche dei cartelli che ti dicono che una volta lì c’era qualcosa di interessante ma ora non c’è più. Presi dalla disperazione, entriamo persino in una chiesa che la guida ammette essere “scialba”. E in effetti lo è. Allora inizia un giro per negozi. In un Body Shop fotografo una crema per le mani comprando la quale si finanzia un progetto umanitario. Secondo me però lo slogan andrebbe rivisto. Oppure no.

 

Epic fail o epic win?

 

Però a Viseu sono successe delle cose interessanti. Per esempio, nel 139 a.C. i romani ci sconfissero Viriato, il Vercingetorige lusitano, tradito dai suoi seguaci che lo assassinarono nel sonno. Il personaggio è ricordato da una statua che ritrae anche quelli che riteniamo essere i traditori. Tutti e quattro i malefici traditori:

 

(clicca che si ingrandisce e vedi bene il quarto infame traditore)

 

In realtà lì davanti ci siamo finiti perché è dove c’è la Feira de São Mateus, che è tipo la più grande e antica fiera di questo genere nel Portogallo, dove si trova, dice la Guida, artigianato locale e mille e mille meraviglie. Ok. Erano le due di martedì pomeriggio. Ma l’impressione era quella dell’incrocio tra la Festa dell’Unità alle due di pomeriggio di martedì e il luna park di piazzale Kennedy a Genova alle due di pomeriggio del giorno di Natale. Agevolo un’immagine.

Alla fine ci buttiamo in un centro commerciale. In una libreria scopro che molte edizioni di libri pubblicate in Portogallo sono particolarmente brutti: grossi brossurati con copertina morbida (tipo gli Stile Libero Big, ma senza alette e più grandi ancora), stampati con font brutti e piccoli, pagine fitte, prezzi molto alti. Stranissimo. E stiamo parlando di case editrici che pubblicano così Stephen King.
Poi proviamo anche ad andare alla Coop locale, il Pingo Doce. Compriamo un buon succo di mela naturale, che ha il solo difetto di essere venduto nello stesso flacone del detersivo biodegradabile della Coop, quindi fa un po’ strano berlo. Però è buono. Io affogo la tristezza per la giornata in un pasteis de nata, già che ci sono.
Poi finalmente sono le sei e si può tornare a Coimbra.
Città che ospita alcune meraviglie come la versione portoghese del Flatiron Building, peraltro:

E anche questa bizzarra struttura (piena di piccioni morti o morenti, ykes), chiamata Jardim da Manga:

(bene, abbiamo finito per oggi. Tenete duro che ce n’è ancora almeno un episodio)

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4 commenti

Archiviato in il cotone nell'ombelico, portogallo, viaggio

4 risposte a “Portogallo (5 di 6)

  1. Ma quello nell’insegna del chiosco della Feira è Tex?

  2. Paolaki

    ho letto il post sul divano accanto ai miei, strozzandomi dalle risate, ho ancora le lacrime. Mio padre mi chiede di leggere ad alta voce, io rispondo tra le contorsioni che non capirebbero. Applausi. Ti vogliamo redattore della Lonely Planet domattina.

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