La stella mancata del Grifone

Anni fa, fresco di laurea, venni incaricato di scrivere i testi di una rivista promozionale da diffondere a Bologna che doveva, grosso modo, contenere degli articoli che fossero collegati agli inserzionisti. Il tutto naufragò miseramente, nel senso che io consegnai il mio lavoro ma poi la rivista non uscì mai e io non vidi un centesimo (esperienza utile, che mi ha insegnato che le strette di mano non valgono un cazzo). Tra le cose che feci c’era un’intervista a Solenghi (“Sa, io faccio parte di una generazione per la quale Renzo Tramaglino ha l’autoradio sotto il braccio” gli ho detto a un certo punto, prima di chiedergli garbatamente se il Trio copiasse o no i Monty Python). E un pezzo sul Bologna. Ora, che ho da raccontare io, cresciuto a Genova, sul Bologna F.C.? Le serate del giovedì nella saletta piccola del circolo Arci di via Rivareno che si concludevano con “Bologna Bologna, Bologna campione“?
Dopo svariati rimuginamenti, conclusi che non potevo che raccontare di quando, nel 1925, quei rossoblù lì vinsero il loro primo scudetto in maniera tutt’altro che limpida (nella quale probabilmente c’entrava il fatto che il Bologna fosse nelle simpatie dei gerarchi fascisti; o almeno così si racconta a Genova) contro i rossoblù veri e propri. Cioè il Genoa. Che sarebbe poi la squadra di cui dovrei essere tifoso (ma non sono molto praticante. Anzi).
Un tema che a Genova è ancora piuttosto sentito, tanto che negli anni novanta vennero avviate dalla società (per un paio di volte) le pratiche per ottenere quello scudetto e avere così l’agognata stella. Senza che ovviamente si arrivasse a nulla.
La storia è parecchio interessante, perché racconta di un mondo del calcio lontano nel tempo (quasi cent’anni fa) ma straordinariamente simile a quello attuale, con invasioni di campo, scontri tra tifoserie in stazione, partite in campo neutro, decisioni arbitrali discutibili e sudditanza psicologica.
Eccola qui sotto.

Siamo alle battute finali del campionato 1924-25. Si gioca in due Leghe, Nord e Sud, a loro volta divise in gironi. La finale della Lega vede affrontarsi Bologna e Genoa, come nell’anno precedente. Allora, la vittoria era andata ai liguri, che avevano poi vinto il campionato, diventando i primi campioni d’Italia a potersi fregiare sulle maglie dello scudetto tricolore, appena istituito. Una vittoria, però, conquistata non sul campo ma a tavolino, per gli incidenti allo stadio “Sterlino” durante lo svolgimento della partita. Come si vede, nulla di nuovo sotto il sole. La sfida è sentitissima, come si può immaginare, anche perché le due squadre sono forse quanto di meglio il calcio italiano di allora potesse offrire. La formula prevede andata e ritorno, con un eventuale bella. Ufficialmente, è una semifinale, ma di fatto è la finale vera e propria: la disparità con la Lega Sud è infatti tale che solitamente il vincitore della Lega Nord diventa, senza problemi, campione d’Italia. La prima partita, in casa, è una doccia fredda per il Bologna: il Genoa passa infatti in vantaggio on un giocatore acquistato proprio dai felsinei, l’attaccante Cesare Alberti. Alberti era stato venduto perché infortunato a un ginocchio e dato per finito, così il tutto assume il tono di una sonora beffa. Beffa alla quale il Bologna reagisce con rabbia prendendo in mano le redini del gioco, ma finendo per prendere un secondo gol. Solo nel finale, i padroni di casa riescono a segnare un preziosissimo gol. La prima sfida finisce così 2-1 per il Genoa, che sembra mettere una seria ipoteca sul titolo. Sono infatti in molti a pensare che espugnare lo stadio di Marassi sarà un’impresa impossibile. Ma i giocatori del Bologna, guidati dall’allenatore Ermanno Felsner (mentre sulla panchina del Genoa siede l’inglese William Garbutt, ritenuto all’origine dell’appellativo “mister” per gli allenatori) iniziano la partita di ritorno aggredendo fin da subito, senza sosta, i padroni di casa. Segna per primo il Bologna, il Genoa pareggia e regge l’assalto fino a tre minuti dalla fine, quando Della Valle, con un poderoso colpo di testa batte il portiere genoano Del Pra. Il Bologna vince 2-1 e così si va alla bella, da disputare sul campo neutro di Milano. Si gioca con ventimila persone sugli spalti, arrivate con treni speciali da Genova e, soprattutto, da Bologna. Alla fine, nello stadio ci sono talmente tante persone che il pubblico deborda fino al campo da gioco. Nonostante questo, l’arbitro decide di fare iniziare lo stesso la partita, forse pensando che non giocare sarebbe molto peggio. Non inizia bene, per il Bologna, che va sotto di due gol nel primo tempo. Ma al rientro in campo, i bolognesi sono un’altra squadra e danno battaglia, stringendo il Genoa nella sua metà campo. Si arriva così all’episodio che, a ottant’anni di distanza, i tifosi genoani recriminano ancora: Muzzioli, attaccante bolognese, tira a rete e batte il portiere. Ma non si capisce se la palla entra o no. Sulle prime, l’arbitro sembra intenzionato a concedere un corner. Poi, si consulta con il guardalinee, attorniato dalla folla tracimata fino in campo, e assegna la rete al Bologna. In assenza di riprese video, è ovviamente impossibile stabilire la bontà o meno della decisione arbitrale. Il gol dà coraggio ai bolognesi, che a pochi minuti dalla fine raggiungono il Genoa, che protesta per una trattenuta ai danni del portiere sull’azione che ha portato al secondo gol. Le squadre vanno così negli spogliatoi sul 2-2; il regolamento prevede a questo punto i tempi supplementari, ma il Genoa si rifiuta di giocarli, per protesta contro l’arbitro. Non si sa perché i genovesi non vengano dichiarati sconfitti a tavolino per non essersi presentati in campo. Forse perché rimanevano dei dubbi sul gol del 2-1. O forse perché il presidente della Federcalcio era un bolognese, Arpinati, e non voleva essere accusato di parzialità (due anni dopo annullerà lo scudetto del Torino per irregolarità, ma senza assegnarlo al Bologna arrivato secondo). Sicuro è che si disputa una quarta partita, in un nuovo campo neutro. La scelta cade su Torino, blindata per l’occasione da misure di sicurezza eccezionali. La partita finisce con un altro 1-1, ma a questo punto lo sport c’entra sempre meno: alla stazione di Porta Nuova, le due tifoserie si scontrano duramente e qualcuno resta ferito (addirittura da uno sparo). Solo la partenza dei treni diretti a Genova e Bologna riesce a separare i contendenti. Le brutte abitudini, è evidente, hanno radici lontane. Segue un’interpellanza alla Camera, mentre Torino si rifiuta di ospitare la nuova partita resa necessaria dall’ennesimo pari. L’ultima sfida va così in scena a porte chiuse, su un campo della periferia milanese, sotto lo sguardo di pochi giornalisti, addetti ai lavori, e carabinieri a cavallo. Il Bologna, pur giocando gran parte della partita in nove uomini, vince per due reti a zero e si aggiudica così il primo posto della Lega Nord, che pochi giorni dopo, battuta 4-0 e 2-0 l’Alba Roma, vincitrice della Lega Sud, si trasformerà nel primo scudetto della sua storia. Un successo che per i rossoblu sarà solo l’inizio e che aprirà la strada ad altre vittorie in campionato, in un crescendo che fece nascere il mito dello “squadrone che tremare il mondo fa”. Mentre il Genoa, dopo aver visto sfumare il decimo scudetto, quello della stella, non si ripeterà mai più ai livelli di quegli anni.

(un resoconto molto più dettagliato di tutta la vicenda si trova qui)

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