Autodifesa – febbraio 2011 (1 di 2)

Da dove comincio? Da dove mi ero scordato di finire l’altra volta: Garibaldi. Il secondo titolo della sua produzione letteraria è l’inenarrabile “Clelia. Il governo dei preti” (si trova qui). Gli ingredienti sono sempre gli stessi: un po’ memoriale, un po’ romanzo di appendice, un sacco VAFFANCULO PRETI DI MERDA. Il Generale perde di vista la storia abbastanza in fretta, ma mai il bersaglio della sua rabbia. Un breve florilegio, iniziando da quando Garibaldi si rende conto di averci un po’ il chiodo fisso:

Qui mi toccherebbe dir qualche cosa ancora dei preti, ma ne risparmierò il tedio al lettore. È una fatalità, che ad onta dell’invincibile antipatia che essi mi suscitano, io me li debba sempre trovar sulla via. Ma questa volta passiamocela netta a questo di Capo Liberi, il quale non è che un curato. Meno male!

Garibaldi con la figlia Clelia

Qui Garibaldi va in crescendo, si incazza, non riesce a finire, butta penna e calamaio, esce e va una mezz’oretta a zappare per scaricare (in sud America, pare, Garibaldi venne catturato e torturato in almeno un’occasione, comunque):

Sì! la tortura! Dacché nella famiglia umana, vi furono uomini che svestirono le forme umane per farsi impostori, cioè preti, dacché vi furono preti nel mondo, vi furono torture. Volendo costoro mantenere tutti gli uomini nell’ignoranza, quando emergeva alcuno che avesse ricevuto da Dio tanta intelligenza da capire le loro menzogne, quell’intelligente era da questi demoni torturato, acciò confessasse che la luce era tenebra, che l’eterno, l’infinito, l’onnipotente, era un vecchio dalla barba bianca seduto sulle nubi; che una donna, madre d’un bellissimo maschio, era una vergine e che un pezzetto di pasta che voi inghiottivate era il creatore dei mondi che vi passava per le vie digestive, e poi e poi!!!

Elogio dello yacht. Vedesse oggi l’arcipelago della Maddalena, cannonate a palle incatenate.

Lo yacht non è un arnese ma una nave, su cui l’inglese ricco e coraggioso solca gli Oceani e passeggia il mondo tutto, come fosse la propria casa. I francesi, gli spagnuoli, gli italiani non hanno yacht, benché essi presumano di essere nazioni marittime. La loro educazione è troppo molle. Ricchi, si danno alle lussurie delle metropoli e non avventurano l’effeminata loro esistenza sul mare tempestoso e perciò l’Italia, la Spagna, la Francia non contano i loro Rodney, i Jervis, i Nelson. L’inglese, anche millionario, repugna dall’ozio, compra un yacht e si spinge sull’Oceano a cercare le tempeste. Egli non teme i calori della zona torrida, né i ghiacci del polo. Veleggia, corre, s’istruisce e diventa robusto di corpo e di mente.

Fare lo scherano del vescovo a volte doveva essere davvero un lavoro di merda:

Chi ha letto la storia dei Preti ricorderà che un Farnese, figlio di Papa, turpemente violò un vescovo di Fano di cui s’era innamorato facendolo tenere dai suoi scherani. Che cosa ci sarebbe di strano adunque, se lo stesso spediente si usasse con una femmina?

Elogio del pugnale:

il pugnale: arma proibita, arma italiana che lo straniero condanna, come se la baionetta o la scimitarra bagnate da lui tante volte nel sangue innocente, siano armi più nobili d’un pugnale immerso nel petto d’un assassino o confitto in quello d’un tiranno.

Perché Garibaldi si è messo a scrivere romanzi? Sconfiggere lo strategismo sentimentale? No.

1. Ricordare all’Italia tutti quei valorosi che lasciaron la vita sui campi di battaglia per essa. Perché se molti sono conosciuti, e forse i più cospicui, molti tuttavia sono ignorati. A ciò mi accinsi come dovere sacro. 2. Trattenermi colla gioventù Italiana sui fatti da lei compiuti e sul debito sacrosanto di compire il resto accennando colla coscienza del vero le turpitudini ed i tradimenti dei governi e dei preti. 3. Infine campare un po’ anche col mio guadagno.

More about Le pecore e il pastore
Chi racconta una storia agghiacciante consumatasi tra le mura di un edificio ecclesiastico, invece, è Andrea Camilleri in “Le pecore e il pastore” (Sellerio), che è il racconto della scoperta, quasi casuale, di quello che sembra essere stato un vero e proprio sacrificio umano compiuto dalle monache di un monastero siciliano nel 1945 per garantire la salvezza dell’arcivescovo ferito in un attentato. Dieci ragazze si lasciarono morire di fame e di sete offrendo le loro vite in cambio di quella del prelato. Il caso è documentato e Camilleri non fa altro che raccontare i retroscena, la storia del monastero, dell’arcivescovo, della Sicilia dell’epoca e le circostanze dell’attentato. Lo fa con la sua consueta lingua che impasta italiano e siciliano e lo fa bene. Finisce accennando al caso di Eluana Englaro, ancora lontano dalla conclusione all’epoca della pubblicazione del libro. È un libro abbastanza breve (o un articolo molto lungo) e passato tutto sommato inosservato, nonostante racconti una storia atroce:

Scriveva l’abadessa suor Enrichetta Fanara:“Non sarebbe il caso di dirglielo ma glielo diciamo per fargli ubbidienza…Quando V.E. ricevette quella fucilata e stava in fin di vita, questa comunità offrì la vita di dieci monache per salvare la vita del pastore. Il Signore accettò l’offerta e il cambio: dieci monache, le più giovani, lasciarono la vita per prolungare quella del loro beneamato pastore” [*]

La parte del “sacrificio umano” è comunque solo l’epilogo del libro, non è il suo cuore. Gran parte dello spazio è occupato dalla storia del convento, che risale al medioevo, e alla figura dell’arcivescovo, Giovannni Battista Peruzzo, cercando di ricostruire le cause dell’attentato, che per Camilleri sono da ricondurre alla sua attività politica a favore dei contadini e contraria ai latifondisti (il processo invece attribuì l’attentato a un regolamento di conti in ambito ecclesiastico. Per la cronaca, la (deboluccia) smentita della curia all’epoca dell’uscita del libro:

«Per capire certe parole come “offrire la vita“ bisogna entrare in una logica cristiana altrimenti si sbaglia il bersaglio. La morte delle suore è avvenuta per cause naturali come la malattia, la tisi o altro. Rimane però l’atto di fede che fa offrire la propria sofferenza o il proprio morire per unirlo all’offerta di Cristo sulla croce».

More about Millemondi Inverno 2011: I draghi del ferro e del fuoco

Passando dalla ricostruzione storica al fantastico, ho letto solo il primo dei due romanzi del Millemondi Urania “I draghi del ferro e del fuoco” di Michael Swanwick (Urania Mondadori), ovvero “La figlia del drago di ferro“. Romanzo di culto di cui avevo sentito sempre parlare molto bene ma che, alla fine, non mi ha lasciato granché, al di fuori del fascino dell’ambientazione. Swanwick ambienta infatti il suo romanzo in un mondo che ha qualcosa del mondo reale ma che è un mondo fantasy con una tecnologia e a una società di tipo moderno. Ed impressionante la figura dei draghi, macchine da guerra senzienti e permeate di magia, terribili e crudeli. Però non è che sia riuscito a provare grande empatia per le vicissitudini della protagonista, una volta fuggita dalla fabbrica di draghi e libera nel mondo. Il secondo romanzo, “I draghi di Babele”, l’ho iniziato e mi è sembrato, da quello che ho letto, un po’ più canonicamente fantasy (pur essendo ambientato nello stesso universo) e meno interessante. Poi sono passato a leggere altro.


More about MediumAltro, che nello specifico,  sarebbe “Medium” di Giuseppe Genna, che a suo tempo pubblicò questa storia a puntata sul suo sito, per poi raccoglierla in un volume venduto solo attraverso Lulu.com (ora non più a causa dell’aumento delle tariffe del sito) o disponibile gratuitamente come pdf. Quasi un seguito ideale di “Dies Irae“, questo romanzo ha come protagonista lo stesso Genna (o una sua controparte fittizia) e prende le mosse dalla morte per infarto del padre, per poi sfociare in una vicenda di fantascienza e parapsicologia che unisce l’ex DDR, i libri di Peter Kolosimo e i meccanismi narrativi di un thriller sovrannaturale. Il primo capitolo, che racconta il vero ritrovamento da parte di Genna del cadavere del padre e tutto l’assurdo iter burocratico che segue, è un autentico monumento all’angoscia; lo avevo letto all’epoca della sua messa online e mi aveva lasciato così turbato che c’è voluto un po’ prima che mi decidessi a leggere il libro intero. Alla fine sono anche contento di averlo fatto perché il libro, superate queste parti più angoscianti, scorre piuttosto bene e contiene alcune di quelle visioni apocalittiche che Genna è molto bravo a descrivere. Mi spiace solo che, parlando di Lipsia e della battaglia napoleonica che si svolse lì, non abbia trovato il modo di inserire in qualche modo nella storia il memoriale eretto negli anni Venti, che è qualcosa di davvero spaventoso e lovecraftiano:

Tra l’altro secondo me qua c’è un errore:

Le dico solo che in Italia, attualmente, la Blavatsky appare spesso in un fumetto horror e ironico, un culto nazionale che ha per protagonista un detective dell’ignoto di nome Dylan Dog.

Perché immagino che Genna si riferisca alla Trelkovsky, che però fisicamente non ha nulla della Blavatsky ed è una medium “pura”, che non ha mai mostrato alcuna inclinazione teosofica.

Ecco, finito qui. Febbraio è un mese breve.
No, scusate, ma sono fulminatissimo. Mi sono scordato ben due libri. E due libri belli (anzi, uno anche di più).
Ne parlo dopo.

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