Archivi del mese: aprile 2011

RSD

Oggi è il Record Store Day, giornata in cui per il quinto anno consecutivo si cerca di celebrare e sostenere i negozi di dischi indipendenti:

A Record Store Day participating store is defined as a retailer whose main primary business focuses on a physical store location, whose product line consists of at least 50% music retail, whose company is not publicly traded and whose ownership is at least 70% located in the state of operation

C’è tutta una serie di artisti che incide o mette in commercio cose apposta per questa giornata e nei giorni scorsi più o meno tutti i blog che leggo hanno pubblicato qualcosa in proposito.
Io non è che sia mai stato un grande frequentatore di piccoli negozi di dischi. Per gran parte delle mie necessità Ricordi è sempre stata sufficiente (la mitologica Ricordi di Genova, con il cartellino “Sepoltura” corretto a pennarellone da una mano anonima in “Sepultura”, dove andavi a mandare a memoria i giri di accordi delle canzoni dei Nirvana leggendoli sugli spartiti); e spesso quando penso a “negozio di dischi” mi viene in mente quello che c’era in via Sestri a Genova, gestito da una coppia spocchiosissima che probabilmente avrebbe voluto vendere solo jazz rock e invece si trovava costretta ad avere a che fare con i gusti non propriamente elitari degli abitanti della delegazione. Tra l’altro gente con un immenso intuito: quando uscì la prima canzone delle Spice Girls, mia madre andò a chiedere se avevano fatto disco perché voleva regalarlo alla figlia di un’amica a cui quella canzone piaceva tanto. “Ah no” le rispose il tizo, “questi gruppi è raro che arrivino a fare un disco intero”. L’augurio che in molti gli facevamo di spendersi in medicine i soldi che per un motivo o per l’altro finivamo per dargli (tipo per i biglietti dei concerti) e che accettavano come fosse stata merda fumante si è rivelato a suo modo profetico, visto che al suo posto ora c’è una farmacia.
Però tutto questo parlare di negozi di dischi mi ha ricordato che qualche settimana fa mi sono accorto che, chissà quando, ha chiuso l’unico negozio di dischi che abbia mai visto come un luogo dotato di una sua aura positiva, vale a dire il buon vecchio On Stage.
On Stage era più o meno quello che ti aspetteresti da un negozio di dischi: un antro buio, con grandi scaffalature a parete pensate per ospitare i vinili, uno schedario di copertine fotocopiate di cd tra cui scartabellare e un proprietario scontroso dall’età indefinibile (tra i 50 e 200 anni) che tutte le volte che uscivi di lì con il tuo acquisto nel sacchettino ti domandavi come mai avesse deciso di specializzare il suo negozio in heavy metal. Già, perché On Stage era un negozio che trattava prevalentemente metal, quello dove andavi sicuro di trovare più o meno tutto quello che trovavi recensito sulle riviste (e senza dover correggere la U di Sepultura). Uno dei rituali quando ci si andava a curiosare o comprare qualcosa era sempre quello di guardare in vetrina i cd dei gruppi black metal e cercare di indovinare cosa diavolo ci fosse scritto nel logo del gruppo.

Alcuni loghi di gruppi black metal (clicca per ingrandire, tanto non si leggono lo stesso)

Il servizio, dentro, non è che fosse propriamente impeccabili. Il meccanismo “scartabella tra le fotocopie delle copertine nella plastica” permetteva al proprietario di concludere spesso l’intera transazione senza doverti dire nemmeno una parola. Ma anche questo faceva parte del fascino del luogo, e anche molto in linea con il fatto che, insomma, eravamo giovani metallari. Volevamo avere in fretta il nostro fottuto metallo per potere andare a casa a spararcelo a tutto volume. Mica avevamo tempo per parlare con un vecchio. Da qualche parte, mi pare in delle vetrinette vicino all’entrata, On Stage aveva anche delle cassette (!) e dei cd di musica normale. Ma in tutte le volte che ci sono andato non ricordo di avere mai visto nessuno entrare per chiedere qualcosa del genere.
Ora, appunto, On Stage ha chiuso. Mi pare di aver capito siano già un paio di anni.
Onestamente, non è che provi tutta questa nostalgia, se non quella per quando si era più giovani, stupidi e con un sacco di tempo per bighellonare in più. I dischi li compro online o in mp3 (o li scarico) e l’esperienza dell’andare in negozio, magari implorare perché ti facessero ascoltare qualche pezzo di un disco che ti incuriosiva sembra lontana milioni di anni. Anche se in realtà erano solo 15 anni fa, e anche qualcosa di meno; ma il tipo di esperienza era lo stesso, supporti a parte, di quando mio padre andava a comprare dischi alla mia età.
Non so bene come sopravvivano oggi i negozi di dischi, di fronte all’offensiva di vendite online, vendite di mp3, streaming e p2p. Immagino male. Forse tra un po’ finiranno a essere tutelati come la lirica, i conservatori, il balletto classico.
Testimonianze di un tempo lontano, di diversi modelli di trasmissione della cultura e dell’intrattenimento.

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Become human

Io lo so che facce avete, ora.
Avete la mia età, avete la faccia sbarbata, i capelli in ordine, il maglioncino ben stirato, il colletto della polo che spunta di quanto deve spuntare.
Leggete una free press, sghignazzate dandovi di gomito davanti alla foto del manifesto di una politica spagnola con le tette di fuori.
Il tizio con la benda sugli occhi, la barba di qualche giorno e il sangue sulla faccia, i capellli stretti nel pugno di qualcuno che tra poco lo ucciderà vi fa solo dire, con le vostre facce d’angelo, calcando l’accento campano che forse vi fa credere di sembrare più saggi e uomini di mondo, che magari adesso capiranno quanto sono buoni quelli lì, che parlava dei suoi diritti, questo, eccoli i loro diritti che gli hanno fatto.
E finalmente vi ho visti, voi che cercavo di immaginare mentre scrivevate quelle stesse cose nei commenti dei giornali su internet.
E non è perché sono nervoso di prima mattina che vi ho chiesto se eravate contenti e poi ho biascicato dei vaffanculo a mezza bocca prima di rimettermi le cuffie e ignorarvi. È perché di colpo eravate usciti dallo schermo, eravate carne e sangue di fianco a me.
Arroganti coi deboli, non so se siate anche zerbini coi potenti ma ci giocherei due lire sopra, così sulla fiducia.
Siete quelli che pensano la cosa giusta da pensare qui e ora.
Stay human, scriveva.
Ma come può restare umano, chi non lo è mai stato?

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Autodifesa – marzo 2011

La mattina del 7 marzo, mentre dormivo in treno, qualcuno ha avuto la bella idea di fregarmi la borsa dove tenevo il Kindle e scendere al volo alla stazione. Io dormivo. Un signore seduto dall’altra parte del corridoio ha visto la scena ma non ha fatto niente perché pensava che il tizio seduto davanti a me (di cui io non ho memoria) fosse un mio amico. Stupido lui, stupido io a dimenticarmi di tenere bene a tracolla il borsello invece di lasciarlo sul sedile di fianco a me. Stupido io.
More about La Musica LiberataComunque, l’ultimo libro letto sul mio primo Kindle (nel frattempo sono arrivato al terzo, perché quello ordinato per rimpiazzarlo si è rivelato difettoso, ma ne ho già parlato) è stato “La musica liberata” di Luca Castelli, pubblicato da Arcana ma messo a disposizione lo scorso dicembre come pdf gratuito per un periodo limitato. Una scelta coerente con l’argomento del libro, vale a dire gli scenari aperti per il music business dalla diffusione di internet e la storia del processo di digitalizzazione della musica. Il racconto di Castelli ha il pregio di presentarsi, appunto, come un racconto, i cui capitoli prendono sempre il via dalle esperienze personali dell’autore, che è del 1976: le vicende narrate, dall’affermarsi del cd a quello dell’iPod e dei servizi di musica in streaming, vanno di pari passo con i cambiamenti reali portati nel modo quotidiano di rapportarsi con la musica di un’intera generazione. Infatti, dal punto di vista “nostalgico”, l’impatto è fortissimo. Per dire, leggendo il capitolo sulla nascita del p2p, mi sono trovato di colpo il ricordo delle prime, avventurose, connessioni a Napster con il 56k, le mezz’ore per tirare giù un brano, i file “incomplete” che bivaccavano nell’hard disk, le bestemmie quando qualcuno a cui eri collegato si sconnetteva, il senso di colpa quando dovevi proprio staccare la connessione e c’era qualcuno che stava scaricando da te, l’emozione di trovare finalmente pezzi rari che non avrei mai saputo dove recuperare altrimenti (la versione originale di Defender dei Manowar – e Orson Welles – tanto per dire, o la Stayin’ Alive di Ozzy e Dweezil Zappa). Ma in generale, quella di Castelli è una storia dell’industria discografica degli ultimi vent’anni, dei suoi errori e dei suoi tentativi di riguadagnare forme di controllo sulla diffusione dei propri prodotti. Il difetto principale è forse quello di peccare un po’ di ottimismo, specie per quanto riguarda l’Italia, dove giganteschi limiti strutturali (disponibilità di connessioni veloci) e culturali (“minchia oh, con Internet puoi avere tutto gratis, tipo che invece di andare di andare al cinema puoi scaricare il film ripreso dal cinema con il cellulare, troppo figo ahahahah”) temo che freneranno sempre la diffusione di servizi di streaming legalizzato a pagamento. Ma l’ottimismo entusiasta credo serva anche per provare a convincere chi legge a provare ciò di cui si parla. Scritto bene, scorrevole, divertente quanto serve, senza nemmeno fastidiosi picchi di indie-fighetteria. Per chi si interessa di musica, è un libro da leggere.

More about Lasciami entrareUn po’ un indie-fighetto, invece, lo deve essere John Ajvide Lindqvist, il cui “Lasciami entrare” (Marsilio) in originale riprende il titolo da un verso degli Smiths (“Let the right one in”), oltre a schifare più volte i Kiss. Però glielo si può anche perdonare, perché con questo romanzo (da cui è stato tratto un film svedese, bellissimo, nel 2008 e un remake americano nel 2010) (non si sa se il remake uscirà in Italia; forse, se esce, si chiamerà “Amami, sono un vampiro“) ha scritto l’anti-Twilight definitivo. Ma anche senza pensare a Twilight, ha comunque scritto una delle migliori storie di vampiri di sempre: Eli, la creatura co-protagonista della storia, è feroce e minacciosa, inquietante. La sua presenza porta morte e distruzione, sconvolge vite. Cerca di ristabilire una qualche forma di umanità, certo. Ma l’happy ending non c’è. Ambientato in una grigia periferia svedese degli anni ottanta, il romanzo è una storia d’amore sui generis tra un dodicenne complessato e vittima di bulli che sembrano usciti dritti dritti da un romanzo di Stephen King e quella che sembra essere una sua coetanea, ma vampira, che arriva nell’appartamento vicino al suo insieme al servitore umano che la aiuta a procurarsi il sangue. In mezzo, sangue, morte, alcolismo, grigiore, neve, freddo. Il titolo si riferisce a una credenza sui vampiri, quella secondo la quale non possono entrare in un’abitazione se non vengono invitati. Lindqvist la inserisce nel romanzo e la scena in cui Eli dimostra a Oskar che cosa succede se lei entra se lui non le dà il permesso è un capolavoro di inquietudine. Su schermo come su carta. La scrittura distaccata e asettica del libro aumenta il senso di disagio della storia: si assiste ad atrocità e a gesti di tenerezza come osservandoli da lontano, per non disturbare. È un libro potente,  che forse si dilunga un po’ troppo nella parte centrale, ma che riesce a ridare nuova linfa alla povera figura del vampiro, restituendogli fascino, ferocia e spessore.

More about Harry Potter and the Half-Blood PrinceMentre dormivo ignaro del furto di cui stavo cadendo vittima, di fianco a me c’era “Harry Potter and the Half-Blood Prince” di J.K. Rowling (Bloomsbury), sesto e penultimo tomo della saga, ormai quasi finito. Credo che, dopo il secondo libro, sia il primo della serie che non mi convince del tutto: difficile sorpassare le vette di Goblet of Fire e, soprattutto, Order of the Phoenix, però sembra che qui la Rowling si sia dedicata principalmente a sviluppare un lungo antefatto per il volume finale. La caratterizzazione dei personaggi, qui in un momento fondamentale della loro crescita per quanto riguarda i ragazzini, è sempre degna di ogni ammirazione, però, salvo l’accelerazione degli ultimi capitoli, succede davvero poco: ci si trascina da una visione sul passato di Voldemort all’altra, aspettando la fine dell’anno scolastico che, da che mondo è mondo, è il momento in cui a Hogwarts succede la qualunque. Avevo già visto il film, quindi sapevo che cosa sarebbe successo alla fine, ma lo stesso il modo in cui la Rowling lo racconta è toccante e misurato. Peccato appunto che tutto quello che viene prima sia non così interessante.

More about Il Vangelo secondo Gesù CristoChiudo con “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” di José Saramago (Feltrinelli). Tra me e Saramago c’è una sorta di lotta: mi piace il suo tono, mi piace il suo sguardo sul mondo, il modo discreto e minimale che ha di raccontare, ma soffro tantissimo ad affrontare le sue pagine fatte di infiniti muri di testo, con le frasi lunghissime, i dialoghi senza virgolette, pochissimi punti a capo. Però trovo che spesso valga decisamente la pena di affrontare queste vere e proprie pareti di parole per ascoltare il suo modo di raccontare le storie. Come in questo caso. Il tema della riscrittura della vita di Gesù è sempre carico di fascino per gli scrittori (vi ho già detto che “Il Vangelo secondo Biff” di Christopher Moore è un capolavoro?), forse anche per l’incredibile laconicità dei Vangeli canonici, che fanno venire voglia di “tappare i buchi”. Alcuni lo fanno appoggiandosi ai vangeli apocrifi (a volte in modo un po’ cialtrone, vedi alla voce Dan Brown, o sfornando dei capolavori, vedi La buona novella di Fabrizio de André).

Saramago, invece, ha preso una strada diversa. Ha preso alcuni elementi fondamentali della vita di Gesù e li ha impastati in un romanzo che interpreta il rapporto tra uomo e Dio (e Diavolo). Il Gesù di Saramago non nasce da una madre vergine, si salva dal massacro voluto da Erode perché Giuseppe ascolta per caso una conversazione tra due soldati e nasconde la famiglia (invece di scappare in Egitto perché avvertito da un angelo), perde il padre crocifisso dai Romani perché confuso per un ribelle; soffre la fame quando ancora ragazzino abbandona la casa della madre per cercare fortuna altrove, vive insomma per lungo tempo al normale vita di un palestinese qualunque della sua epoca. In questo quadro realistico, tratteggiato con molta attenzione, Saramago fa entrare il divino come una presenza misteriosa, inquietante, che lascia segni agli uomini il cui senso sfugge (la misteriosa terra luminescente) e che non è mai possibile capire con esattezza se sia benigna o maligna. Dio e il Diavolo, così come gli angeli dell’uno e dell’altro, non sono facili da distinguere. E lo stesso Dio è un personaggio ambiguo, più simile alla sua versione bibilca (immensamente potente) che a quella cristiana (immensamente buono).
Per quanto mi riguarda ci sono due vette straordinarie, nel libro: una è quando Gesù spiega che, sì, potrebbe resuscitare Lazzaro ma che non lo farà perché nessuno dovrebbe meritare di provare due volte l’esperienza del morire. Una frase buttata lì che deflagra come una mina, sempre più potente ogni volta che ci si ripensa. L’altra è il dialogo che Gesù ha con Dio (alla presenza del Diavolo) su una barca in mezzo al lago di Tiberiade. Dio spiega a Gesù che ha bisogno di una morte in suo nome perché possa venire venerato al di fuori dei ristretti confini della Palestina. Gesù chiede “e basterà la mia morte per questo?”. Dio dice che, in effetti, no, ci sarà bisogno anche del sangue di qualcun altro. E partono cinque-sei pagine fitte fitte di martiri cristiani, con le cause della loro morte, indifferenziati per epoca (compare persino Maria Goretti); è un elenco vertiginoso e sanguinoso di atrocità. A cui seguirà poi la notizia che, una volta diffusa la fede, oltre a chi ha creduto in Dio, dovrà morire anche chi non vi ha creduto: eretici e miscredenti. La storia della fede diventa così una lunghissima scia di sangue, di cui Gesù è solo la primissima tappa.
È un libro per niente amichevole, come già detto, ma che ripaga il lettore con una storia potentissima che trasuda intelligenza e forza polemica (mai fine a se stessa) da ogni parola, senso dell’umanità e pietà. Non sorprende più di tanto che questo libro non sia amatissimo (eufemismo) nel mondo cristiano o che su ibs si trovino commenti rancorosi come questi:

Sconcertante la descrizione. Scrivendo “ritenuto blasfemo da alcuni cristiani ortodossi” spero che l’autore di questa descrizione stesse scherzando. Il libro assume un’ideologia materialista che appare evidente a qualsiasi persona sia minimamente informata sul Gesu’ vissuto nella storia, neanche credente. Se poi uno crede, non ne parliamo neanche. Altro che “ortodossi” :-)

Sono stupefatto da quanto riportato nella descrizione in quarta di copertina: «Questo libro è ritenuto blasfemo da alcuni Cristiani Ortodossi…». Il contenuto di questo libro è osceno e blasfemo per qualunque cristiano, a qualunque confessione appartenga. Saramago si diverte a sputacchiare sul Cristianesimo e a sporcare la figura di Gesù; c’è tutto il livore di un fallito ideologico comunista come il nostro caro “coraggioso” autore. Dipinge il Cristianesimo come male assoluto, mentre si è guardato bene dallo scrivere qualche riga sugli islamici dopo l’11 Settembre, Beslan, Madrid, Bali etc… A mio parere non vale la carta su cui è stato scritto. Brutto, volgare, banale, oscenamente penoso!

Una rara immagine del blogger impegnato nella lettura del Vangelo secondo Gesù Cristo

È anche un grandissimo romanzo fantastico; è un tratto che si prende poco perché Saramago è uno scrittore “serio” e quindi la “letterarietà” ingloba tutto, però va detto che il modo che ha lo scrittore portoghese di usare l’elemento sovrannaturale in questo romanzo è davvero potente e intrigante. Se si prova ad astrarre la storia dal suo ri-raccontare il mito fondativo di una religione realmente esistente e la si immagina come una vicenda originale, ci si accorge di quanto sia misterioso e intrigante il lato sovrannaturale della vicenda, quanto siano ben tratteggiate le figure di Dio e del Diavolo. Se non fosse così faticoso (vedi la foto di fianco) da leggerlo, potrebbe anche essere consigliato come un grande romanzo fantastico (come i testi da cui è ispirato, si potrebbe dire); ma anche se è fatico, forse è il caso di consigliarlo come grande romanzo fantastico.
Fate uno sforzo, concentrazione, e sarete ricompensati da un grande libro.

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Great Scott

SHBABBARI! UOMINI DI INAUDITA VIULENZA E FEROCIA! FIGLI DEL DIO ODINO! (Scott Columbus è quello seduto)

La leggenda dice che Scott Columbus, morto il 4 aprile a 54 anni, sia diventato il batterista dei Manowar quando lavorava in una fonderia, poco prima che il gruppo registrasse il suo secondo disco, quello sulla cui copertina sono vestiti come comparse di Attila flagello di Dio. Il primo batterista, Donnie Hamzik, non se la sentiva di fare la vita del musicista, il gruppo era rimasto senza contratto e così aveva cortesemente salutato tutti.
È sempre la leggenda a dire che ben presto fu necessario fargli fare un kit in acciaio inossidabile, perché le batterie normali non reggevano l’impeto dei suoi colpi.
Ora.
Non diremo, ora che è morto, che era un batterista straordinario. No. Andava a tempo e picchiava come un mastro ferraio, ma non ha mai sviluppato uno stile particolare. Faceva quello di cui c’era bisogno nei Manowar, insomma: picchiava.
Però, vittima della maledizione di Ringo Starr, Scott era quello con la faccia simpatica, con i baffoni e lo sguardo sornione. Quello che nell’ultima serata del tour organizza gli scherzi scemi agli altri. Quello che se faceva troppo caldo si metteva dietro alla batteria in mutande e vaffanculo all’immagine del gruppo. È quello che nel video di Gloves of metal, un capolavoro che al confronto Gondry ha il budget di Michael Bay che fa un video per i Muse, nella scena in cui sconfitti i nemici i Manowar portano via le donne placca (come nel football) una povera studentessa di cinema.
Il suo rapporto con i Kings of Metal è strano.
Entra nel gruppo nel 1983. Ci resta fino al 1990 o giù di lì. Poi se ne va. Perché? La versione ufficiale era che volesse stare al capezzale del figlio, malato di leucemia. Lo sostituisce tale Rhino, di cui esiste un video in cui dà fuoco alla sua vecchia batteria il giorno in cui entra nei Manowar (su youtube non si trova, ma esiste; ho la VHS e lui non ha una faccia convintissima, a dirla tutta). Nel frattempo se n’era andato anche Ross the Boss, il chitarrista, cordialmente messo alla porta poco dopo la registrazione di Kings of Metal (l’ultimo vero grande disco dei Manowar) e sostituito con un frullone di nome David Shankle. Con Rhino e Shankle i Manowar registrano un disco solo, The Triumph of Steel, che inizia con una canzone di 28 minuti che in realtà è un collage di frammenti di canzoni e assoli. Compreso uno di batteria. Scott non faceva assoli di batteria. E forse per quello tutti gli volevano bene.
Comunque. Scott torna nei Manowar nel 1995 o giù di lì, in tempo per registrare Louder than Hell, che è un disco di ritornelli, come lo definì un mio amico. Nel senso che le strofe di buona parte delle canzoni sono del tutto intercambiabili tra di loro (e a volte anche i ritornelli). Ma dietro alle pelli c’è di nuovo lui e il disco ha, se non altro, un’atmosfera meno glaciale di quella del disco precedente, frutto della pulizia eccessiva dei due nuovi acquisti (nel frattempo pure Shankle è stato sostituito, con un cane il cui nome non scriverò qui perché i Falsi Re meritano solo l’oblio).
Durante la promozione del disco, Scott rilasciò un’intervista a Psycho, una (bella) rivista metal italiana. Le risposte a mo’ di slogan (infilò l’espressione “louder than hell” in ogni risposta, ricordo) spinsero i redattori a chiedere, per pietà, un’altra intervista al gruppo con qualcuno che desse risposte più interessanti.
E poi ebbero l’idea di pubblicare questi dvd dei tour, in cui la cosa importante non erano le esibizioni ma i filmini delle vacanze, cioè momenti della vita on the road, in cui appunto il buon Scott usciva in tutto il suo essere batterista frizzi e lazzi. Come in questo meraviglioso spot per la tv tedesca (i tedeschi si beccano sempre il meglio):

Dopo Louder than Hell sono usciti due dischi, parecchio brutti, uno nel 2002 e uno nel 2007 (stiamo parlando dello stesso gruppo che nel 1984 pubblicò due dischi due, entrambi bellissimi).
Poi, dopo un po’ che Scott era stato sostituito nei concerti dal suo predecessore Donnie Hamzik per non meglio precisati “motivi di salute”, nel 2010 rilascia un’intervista a Classic Rock in cui (attenzione che arrivano gli Spinal Tap) spiega che lui non ha più nulla a che fare con i Manowar dal 2008 e che non capisce come mai ci sia ancora la sua faccia sul sito. La cosa buffa è che nel frattempo il gruppo ha pubblicato, con il suo nome nel libretto, un ep nel 2009 (che contiene la stessa canzone cantata in QUINDICI lingue diverse) (now playing: triumphant march of the Spinal Tap). Ma oggi, si sa, le drum machine fanno miracoli – ed è probabile che diverse parti dei due dischi precedenti ne facessero già uso. Ma, soprattutto, nell’intervista dice anche che suo figlio non ha mai avuto la leucemia (il che rende tutta la faccenda molto brutta, perché comunque lui per anni si è prestato a questa orribile menzogna). E, sui motivi musicali della separazione, dice questo:

The thing is, I’m kind of an old school guy. You’ve got to realise I’m part engineer, part producer, a whole lot of drummer and so on and so forth. I’ve always been an analog kind of guy. I like tube amplifiers for guitar players, I like the old method of recording where the band is actually in the same room together at the same time and you go, “One, two, three, four, bang!” and you make a live recording. In this day and age a lot of bands just don’t do that anymore. That was a little bit of the issue for me.

Vedi, io so un po’ uno della vecchia scuola. Devi capire che sono un po’ un tecnico, un po’ un produttore, un sacco un batterista e via dicendo. Sono sempre stato uno analogico. Mi piacciono gli amplificatori valvolari per le chitarre e mi piace il vecchio modo di registrare, con il gruppo tutto nella stessa stanza nello stesso momento e tu che parti “One, two, three, four, bang!” e registri tutto in presa diretta. Oggi un sacco di gruppi non fanno più così. E questo per me era un bel problema.

Non che ci volesse la testimonianza di uno che c’era in sala di incisione, per rendersi conto che le ultime registrazioni dei Manowar urlano “PRO TOOLS” da ogni byte, però non fa mai male.
Comunque la cosa buffa è che dopo di lui i Manowar hanno davvero ripreso in pianta stabile Donnie Hamzik. E hanno riregistrato tutto il primo disco, dimostrando come trent’anni non passino indolore e come sia possibile succhiare via da un disco tutta la sua anima.
E lui? Postava su tumblr i video della sua cover band, l’audio di un suo progetto solista di metal strumentale (dai suoni sorprendente moderni). Sembrava spassarsela. Ha anche suonato qualche volta dal vivo con Ross the Boss.
Poi, da dicembre, più nessuna notizia.
Fino all’epilogo.

 

EEEH! (no, non è Vasco. È Scott Columbus nel 2010)

ps: alla fine di aprile del 2004, quando dovevo trovare un nick per registrarmi su Splinder, guardai sulla scrivania. C’erano un cd dei Manowar e il libretto di Ziggy Stardust aperto sulle foto del gruppo. E in un lampo nacque Scott Ronson.

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Michele e Brian

Venerdì, a causa dello sciopero dei treni, non ho potuto prendere un Intercity per cui avevo il biglietto. Allora ho preso un regionale, facendo un biglietto nuovo. Ho tenuto da parte il biglietto dell’IC per provare a chiedere il rimborso.
Sabato mattina ho fatto una foto del biglietto e l’ho inviato a rimborsi@trenitalia.it; sul biglietto c’era scritto “INTERNET”, perché l’avevo fatto dal sito e stampato dalla macchinetta in stazione (non so perché, ma su certe tratte non mi fa fare il ticketless). Nella mail ho anche indicato il PNR, il codice di prenotazione, del biglietto.
Poi sono uscito. Arrivo in spiaggia, tiro fuori il Kindle, che ha neanche un mese di vita (quello vecchio mi è stato allegramente rubato in treno qualche tempo fa), lo accendo e una porzione di pixel in cima allo schermo si brucia. Ogni volta che provo a riaccenderlo la situazione peggiora. Tornato a casa, scrivo una mail all’assistenza di Amazon, spiegando il problema. Mi arriva una cordiale risposta pre-compilata in cui mi si consiglia di provare a ricaricare del tutto e fare un reboot; se questo non dovesse funzionare, chiamarli. C’è anche scritto che si scusano, ma che è l’unico modo in cui possono fare la sostituzione. Ok. Provo la soluzione consigliata, ma non succede niente. Ok. Chiamo da Skype il numero dell’assistenza di Amazon e mi risponde Brian. Brian parla come Raj di Big Bang Theory. Quattro minuti dopo abbiamo finito di dirci quello che abbiamo da dirci, c’è un Kindle nuovo in viaggio verso di me e una mail con i documenti da stampare per il corriere che verrà a riprendersi il Kindle difettato. Spesa totale dell’operazione, una quarantina di centesimi di credito Skype. Questo domenica.
Stamattina mi risponde Michele, dal servizio clienti Trenitalia. Mi dice che devo portare il biglietto nella biglietteria dove l’ho fatto. È una mail scritta apposta per me, ma al confronto quella precompilata di Amazon sembra un biglietto di San Valentino. Rispondo subito a Michele e gli spiego che il biglietto è stato acquistato su internet; gli chiedo se devo andare alla stazione dove ho stampato il biglietto (sì, questo è sarcasmo). Mi arriva quasi subito un’altra risposta, in cui mi viene detto:

Gentile Cliente la preghiamo di inviare gli originali dei tagliandi del biglietto ********, a:

Biglietteria Telefonica Nazionale
Ufficio Rimborsi Internet
Viale dello Scalo S. Lorenzo,16
00185 – Roma

Fate conto che nel fine settimana mi sono dedicato alla lettura di Fantozzi e subito, leggendo “Biglietteria Telefonica Nazionale – Ufficio Rimborsi Internet”, mi sono venuti in mente tavoli in formica, schedari a muro, signorine con la voce da signorina del radiotaxi che cercano gli orari dell’accelerato Genova – Limone Piemonte del 7 febbraio 1972. A quel punto ho iniziato a fare due conti. Sicuramente devo mandare una raccomandata. E poi fare un sollecito, almeno uno. Il biglietto costa 17 euro. La possibilità di ottenere un rimborso è, al solito, remota (Trenitalia avrebbe un sistema più o meno automatizzato dal sito, ma non vale in caso di sciopero) (non chiedetevi perché: è così e basta). Il gioco vale la candela?

Ora.
Michele lavora per una società che tratta i suoi clienti come fastidi necessari.
Brian lavora per una società che ai suoi clienti cerca di fornire un servizio il più soddisfacente possibile.
Brian può essere nella vita di tutti i giorni uno stronzo, forse mentre mi parlava faceva disegnini con su scritto “italiani merda” e forse quando gli ho chiesto se poteva ripetermi una frase che non avevo capito ha fatto dei gesti al tizio nel cubicolo di fianco al suo. E Michele può essere una bravissima persona e sentirsi mortificato tutte le volte che spinge un cliente nel gorgo della burocrazia di Trenitalia.
Però, appunto, le società per cui lavorano hanno un approccio radicalmente diverso alla soddisfazione dei propri clienti. Amazon lavora in regime di concorrenza e sa che un cliente scontento è un cliente che la prossima volta si compra un lettore Sony (o ordina da un altro negozio online). Trenitalia no. Trenitalia ha sostanzialmente il monopolio sulla rete ferroviaria: pensate ai problemi che sta incontrando Arenaways per far fare fermate intermedie ai suoi treni tra Milano e Torino o ai misteriosi treni austriaci che effettuano servizio anche in territorio italiano nel silenzio più o meno assoluto (adesso, rispetto a un anno e mezzo fa, c’è un po’ di pubblicità in più). Quindi Trenitalia può sostanzialmente fregarsene. Può decidere di rimborsare solo i ritardi superiori ai 60 minuti, per esempio, senza alcuna reale conseguenza.
Quello che mi ha colpito nei due casi che mi sono capitati in questo weekend è che nel caso di Trenitalia, la responsabilità dei fatti per cui volevo il reclamo è interamente dell’azienda: sono i suoi dipendenti che scioperano e impediscono all’azienda di onore il contratto stipulato con il passeggero. È l’azienda che dovrebbe assumersi le responsabilità verso i clienti danneggiati (“Ehi, ma così l’azienda è danneggiata dallo sciopero!”: sì, l’idea di uno sciopero è proprio quella). Nel caso del Kindle, poteva benissimo essere colpa della mia negligenza: sì, Brian mi ha chiesto se l’avevo per caso bagnato o picchiato contro oggetti di ferro, e io gli ho detto di no. Immagino che quando riceveranno il Kindle rotto controlleranno se ho mentito; ma nel frattempo, sulla fiducia, me ne rimandano uno nuovo.
Morale?
Ho ordinato da Amazon, già che c’ero, una custodia per il Kindle, per evitare che il prossimo faccia qualche altra brutta fine e perché ero, da consumatore, contento di come ero stato trattato.
La prossima volta che dovrò fare un cambio di treno, invece, col cazzo che compro il biglietto giusto. Mi tengo quello che ho e, italianamente, pretenderò che il controllore (che tanto poi non è passato) mi faccia valere quello perché insomma, tanto non funziona niente, e dai e su, il biglietto ce l’ho io, mica non l’ho fatto, è anche più costoso (in realtà i biglietti degli intercity non so neanche se valgono più per i regionali; l’ultima volta che avevo chiesto, no. E probabilmente con il nuovo orario sarà obbligatorio salire in treno con la biancheria sopra agli indumenti).

(A mo’ di titoli di coda: curiosamente, Amazon guadagna un sacco di soldi e Trenitalia no. Sì, non bisogna sommare le mele con le pere, ma tant’è…)

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