Autodifesa – marzo 2011

La mattina del 7 marzo, mentre dormivo in treno, qualcuno ha avuto la bella idea di fregarmi la borsa dove tenevo il Kindle e scendere al volo alla stazione. Io dormivo. Un signore seduto dall’altra parte del corridoio ha visto la scena ma non ha fatto niente perché pensava che il tizio seduto davanti a me (di cui io non ho memoria) fosse un mio amico. Stupido lui, stupido io a dimenticarmi di tenere bene a tracolla il borsello invece di lasciarlo sul sedile di fianco a me. Stupido io.
More about La Musica LiberataComunque, l’ultimo libro letto sul mio primo Kindle (nel frattempo sono arrivato al terzo, perché quello ordinato per rimpiazzarlo si è rivelato difettoso, ma ne ho già parlato) è stato “La musica liberata” di Luca Castelli, pubblicato da Arcana ma messo a disposizione lo scorso dicembre come pdf gratuito per un periodo limitato. Una scelta coerente con l’argomento del libro, vale a dire gli scenari aperti per il music business dalla diffusione di internet e la storia del processo di digitalizzazione della musica. Il racconto di Castelli ha il pregio di presentarsi, appunto, come un racconto, i cui capitoli prendono sempre il via dalle esperienze personali dell’autore, che è del 1976: le vicende narrate, dall’affermarsi del cd a quello dell’iPod e dei servizi di musica in streaming, vanno di pari passo con i cambiamenti reali portati nel modo quotidiano di rapportarsi con la musica di un’intera generazione. Infatti, dal punto di vista “nostalgico”, l’impatto è fortissimo. Per dire, leggendo il capitolo sulla nascita del p2p, mi sono trovato di colpo il ricordo delle prime, avventurose, connessioni a Napster con il 56k, le mezz’ore per tirare giù un brano, i file “incomplete” che bivaccavano nell’hard disk, le bestemmie quando qualcuno a cui eri collegato si sconnetteva, il senso di colpa quando dovevi proprio staccare la connessione e c’era qualcuno che stava scaricando da te, l’emozione di trovare finalmente pezzi rari che non avrei mai saputo dove recuperare altrimenti (la versione originale di Defender dei Manowar – e Orson Welles – tanto per dire, o la Stayin’ Alive di Ozzy e Dweezil Zappa). Ma in generale, quella di Castelli è una storia dell’industria discografica degli ultimi vent’anni, dei suoi errori e dei suoi tentativi di riguadagnare forme di controllo sulla diffusione dei propri prodotti. Il difetto principale è forse quello di peccare un po’ di ottimismo, specie per quanto riguarda l’Italia, dove giganteschi limiti strutturali (disponibilità di connessioni veloci) e culturali (“minchia oh, con Internet puoi avere tutto gratis, tipo che invece di andare di andare al cinema puoi scaricare il film ripreso dal cinema con il cellulare, troppo figo ahahahah”) temo che freneranno sempre la diffusione di servizi di streaming legalizzato a pagamento. Ma l’ottimismo entusiasta credo serva anche per provare a convincere chi legge a provare ciò di cui si parla. Scritto bene, scorrevole, divertente quanto serve, senza nemmeno fastidiosi picchi di indie-fighetteria. Per chi si interessa di musica, è un libro da leggere.

More about Lasciami entrareUn po’ un indie-fighetto, invece, lo deve essere John Ajvide Lindqvist, il cui “Lasciami entrare” (Marsilio) in originale riprende il titolo da un verso degli Smiths (“Let the right one in”), oltre a schifare più volte i Kiss. Però glielo si può anche perdonare, perché con questo romanzo (da cui è stato tratto un film svedese, bellissimo, nel 2008 e un remake americano nel 2010) (non si sa se il remake uscirà in Italia; forse, se esce, si chiamerà “Amami, sono un vampiro“) ha scritto l’anti-Twilight definitivo. Ma anche senza pensare a Twilight, ha comunque scritto una delle migliori storie di vampiri di sempre: Eli, la creatura co-protagonista della storia, è feroce e minacciosa, inquietante. La sua presenza porta morte e distruzione, sconvolge vite. Cerca di ristabilire una qualche forma di umanità, certo. Ma l’happy ending non c’è. Ambientato in una grigia periferia svedese degli anni ottanta, il romanzo è una storia d’amore sui generis tra un dodicenne complessato e vittima di bulli che sembrano usciti dritti dritti da un romanzo di Stephen King e quella che sembra essere una sua coetanea, ma vampira, che arriva nell’appartamento vicino al suo insieme al servitore umano che la aiuta a procurarsi il sangue. In mezzo, sangue, morte, alcolismo, grigiore, neve, freddo. Il titolo si riferisce a una credenza sui vampiri, quella secondo la quale non possono entrare in un’abitazione se non vengono invitati. Lindqvist la inserisce nel romanzo e la scena in cui Eli dimostra a Oskar che cosa succede se lei entra se lui non le dà il permesso è un capolavoro di inquietudine. Su schermo come su carta. La scrittura distaccata e asettica del libro aumenta il senso di disagio della storia: si assiste ad atrocità e a gesti di tenerezza come osservandoli da lontano, per non disturbare. È un libro potente,  che forse si dilunga un po’ troppo nella parte centrale, ma che riesce a ridare nuova linfa alla povera figura del vampiro, restituendogli fascino, ferocia e spessore.

More about Harry Potter and the Half-Blood PrinceMentre dormivo ignaro del furto di cui stavo cadendo vittima, di fianco a me c’era “Harry Potter and the Half-Blood Prince” di J.K. Rowling (Bloomsbury), sesto e penultimo tomo della saga, ormai quasi finito. Credo che, dopo il secondo libro, sia il primo della serie che non mi convince del tutto: difficile sorpassare le vette di Goblet of Fire e, soprattutto, Order of the Phoenix, però sembra che qui la Rowling si sia dedicata principalmente a sviluppare un lungo antefatto per il volume finale. La caratterizzazione dei personaggi, qui in un momento fondamentale della loro crescita per quanto riguarda i ragazzini, è sempre degna di ogni ammirazione, però, salvo l’accelerazione degli ultimi capitoli, succede davvero poco: ci si trascina da una visione sul passato di Voldemort all’altra, aspettando la fine dell’anno scolastico che, da che mondo è mondo, è il momento in cui a Hogwarts succede la qualunque. Avevo già visto il film, quindi sapevo che cosa sarebbe successo alla fine, ma lo stesso il modo in cui la Rowling lo racconta è toccante e misurato. Peccato appunto che tutto quello che viene prima sia non così interessante.

More about Il Vangelo secondo Gesù CristoChiudo con “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” di José Saramago (Feltrinelli). Tra me e Saramago c’è una sorta di lotta: mi piace il suo tono, mi piace il suo sguardo sul mondo, il modo discreto e minimale che ha di raccontare, ma soffro tantissimo ad affrontare le sue pagine fatte di infiniti muri di testo, con le frasi lunghissime, i dialoghi senza virgolette, pochissimi punti a capo. Però trovo che spesso valga decisamente la pena di affrontare queste vere e proprie pareti di parole per ascoltare il suo modo di raccontare le storie. Come in questo caso. Il tema della riscrittura della vita di Gesù è sempre carico di fascino per gli scrittori (vi ho già detto che “Il Vangelo secondo Biff” di Christopher Moore è un capolavoro?), forse anche per l’incredibile laconicità dei Vangeli canonici, che fanno venire voglia di “tappare i buchi”. Alcuni lo fanno appoggiandosi ai vangeli apocrifi (a volte in modo un po’ cialtrone, vedi alla voce Dan Brown, o sfornando dei capolavori, vedi La buona novella di Fabrizio de André).

Saramago, invece, ha preso una strada diversa. Ha preso alcuni elementi fondamentali della vita di Gesù e li ha impastati in un romanzo che interpreta il rapporto tra uomo e Dio (e Diavolo). Il Gesù di Saramago non nasce da una madre vergine, si salva dal massacro voluto da Erode perché Giuseppe ascolta per caso una conversazione tra due soldati e nasconde la famiglia (invece di scappare in Egitto perché avvertito da un angelo), perde il padre crocifisso dai Romani perché confuso per un ribelle; soffre la fame quando ancora ragazzino abbandona la casa della madre per cercare fortuna altrove, vive insomma per lungo tempo al normale vita di un palestinese qualunque della sua epoca. In questo quadro realistico, tratteggiato con molta attenzione, Saramago fa entrare il divino come una presenza misteriosa, inquietante, che lascia segni agli uomini il cui senso sfugge (la misteriosa terra luminescente) e che non è mai possibile capire con esattezza se sia benigna o maligna. Dio e il Diavolo, così come gli angeli dell’uno e dell’altro, non sono facili da distinguere. E lo stesso Dio è un personaggio ambiguo, più simile alla sua versione bibilca (immensamente potente) che a quella cristiana (immensamente buono).
Per quanto mi riguarda ci sono due vette straordinarie, nel libro: una è quando Gesù spiega che, sì, potrebbe resuscitare Lazzaro ma che non lo farà perché nessuno dovrebbe meritare di provare due volte l’esperienza del morire. Una frase buttata lì che deflagra come una mina, sempre più potente ogni volta che ci si ripensa. L’altra è il dialogo che Gesù ha con Dio (alla presenza del Diavolo) su una barca in mezzo al lago di Tiberiade. Dio spiega a Gesù che ha bisogno di una morte in suo nome perché possa venire venerato al di fuori dei ristretti confini della Palestina. Gesù chiede “e basterà la mia morte per questo?”. Dio dice che, in effetti, no, ci sarà bisogno anche del sangue di qualcun altro. E partono cinque-sei pagine fitte fitte di martiri cristiani, con le cause della loro morte, indifferenziati per epoca (compare persino Maria Goretti); è un elenco vertiginoso e sanguinoso di atrocità. A cui seguirà poi la notizia che, una volta diffusa la fede, oltre a chi ha creduto in Dio, dovrà morire anche chi non vi ha creduto: eretici e miscredenti. La storia della fede diventa così una lunghissima scia di sangue, di cui Gesù è solo la primissima tappa.
È un libro per niente amichevole, come già detto, ma che ripaga il lettore con una storia potentissima che trasuda intelligenza e forza polemica (mai fine a se stessa) da ogni parola, senso dell’umanità e pietà. Non sorprende più di tanto che questo libro non sia amatissimo (eufemismo) nel mondo cristiano o che su ibs si trovino commenti rancorosi come questi:

Sconcertante la descrizione. Scrivendo “ritenuto blasfemo da alcuni cristiani ortodossi” spero che l’autore di questa descrizione stesse scherzando. Il libro assume un’ideologia materialista che appare evidente a qualsiasi persona sia minimamente informata sul Gesu’ vissuto nella storia, neanche credente. Se poi uno crede, non ne parliamo neanche. Altro che “ortodossi” :-)

Sono stupefatto da quanto riportato nella descrizione in quarta di copertina: «Questo libro è ritenuto blasfemo da alcuni Cristiani Ortodossi…». Il contenuto di questo libro è osceno e blasfemo per qualunque cristiano, a qualunque confessione appartenga. Saramago si diverte a sputacchiare sul Cristianesimo e a sporcare la figura di Gesù; c’è tutto il livore di un fallito ideologico comunista come il nostro caro “coraggioso” autore. Dipinge il Cristianesimo come male assoluto, mentre si è guardato bene dallo scrivere qualche riga sugli islamici dopo l’11 Settembre, Beslan, Madrid, Bali etc… A mio parere non vale la carta su cui è stato scritto. Brutto, volgare, banale, oscenamente penoso!

Una rara immagine del blogger impegnato nella lettura del Vangelo secondo Gesù Cristo

È anche un grandissimo romanzo fantastico; è un tratto che si prende poco perché Saramago è uno scrittore “serio” e quindi la “letterarietà” ingloba tutto, però va detto che il modo che ha lo scrittore portoghese di usare l’elemento sovrannaturale in questo romanzo è davvero potente e intrigante. Se si prova ad astrarre la storia dal suo ri-raccontare il mito fondativo di una religione realmente esistente e la si immagina come una vicenda originale, ci si accorge di quanto sia misterioso e intrigante il lato sovrannaturale della vicenda, quanto siano ben tratteggiate le figure di Dio e del Diavolo. Se non fosse così faticoso (vedi la foto di fianco) da leggerlo, potrebbe anche essere consigliato come un grande romanzo fantastico (come i testi da cui è ispirato, si potrebbe dire); ma anche se è fatico, forse è il caso di consigliarlo come grande romanzo fantastico.
Fate uno sforzo, concentrazione, e sarete ricompensati da un grande libro.

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