RSD

Oggi è il Record Store Day, giornata in cui per il quinto anno consecutivo si cerca di celebrare e sostenere i negozi di dischi indipendenti:

A Record Store Day participating store is defined as a retailer whose main primary business focuses on a physical store location, whose product line consists of at least 50% music retail, whose company is not publicly traded and whose ownership is at least 70% located in the state of operation

C’è tutta una serie di artisti che incide o mette in commercio cose apposta per questa giornata e nei giorni scorsi più o meno tutti i blog che leggo hanno pubblicato qualcosa in proposito.
Io non è che sia mai stato un grande frequentatore di piccoli negozi di dischi. Per gran parte delle mie necessità Ricordi è sempre stata sufficiente (la mitologica Ricordi di Genova, con il cartellino “Sepoltura” corretto a pennarellone da una mano anonima in “Sepultura”, dove andavi a mandare a memoria i giri di accordi delle canzoni dei Nirvana leggendoli sugli spartiti); e spesso quando penso a “negozio di dischi” mi viene in mente quello che c’era in via Sestri a Genova, gestito da una coppia spocchiosissima che probabilmente avrebbe voluto vendere solo jazz rock e invece si trovava costretta ad avere a che fare con i gusti non propriamente elitari degli abitanti della delegazione. Tra l’altro gente con un immenso intuito: quando uscì la prima canzone delle Spice Girls, mia madre andò a chiedere se avevano fatto disco perché voleva regalarlo alla figlia di un’amica a cui quella canzone piaceva tanto. “Ah no” le rispose il tizo, “questi gruppi è raro che arrivino a fare un disco intero”. L’augurio che in molti gli facevamo di spendersi in medicine i soldi che per un motivo o per l’altro finivamo per dargli (tipo per i biglietti dei concerti) e che accettavano come fosse stata merda fumante si è rivelato a suo modo profetico, visto che al suo posto ora c’è una farmacia.
Però tutto questo parlare di negozi di dischi mi ha ricordato che qualche settimana fa mi sono accorto che, chissà quando, ha chiuso l’unico negozio di dischi che abbia mai visto come un luogo dotato di una sua aura positiva, vale a dire il buon vecchio On Stage.
On Stage era più o meno quello che ti aspetteresti da un negozio di dischi: un antro buio, con grandi scaffalature a parete pensate per ospitare i vinili, uno schedario di copertine fotocopiate di cd tra cui scartabellare e un proprietario scontroso dall’età indefinibile (tra i 50 e 200 anni) che tutte le volte che uscivi di lì con il tuo acquisto nel sacchettino ti domandavi come mai avesse deciso di specializzare il suo negozio in heavy metal. Già, perché On Stage era un negozio che trattava prevalentemente metal, quello dove andavi sicuro di trovare più o meno tutto quello che trovavi recensito sulle riviste (e senza dover correggere la U di Sepultura). Uno dei rituali quando ci si andava a curiosare o comprare qualcosa era sempre quello di guardare in vetrina i cd dei gruppi black metal e cercare di indovinare cosa diavolo ci fosse scritto nel logo del gruppo.

Alcuni loghi di gruppi black metal (clicca per ingrandire, tanto non si leggono lo stesso)

Il servizio, dentro, non è che fosse propriamente impeccabili. Il meccanismo “scartabella tra le fotocopie delle copertine nella plastica” permetteva al proprietario di concludere spesso l’intera transazione senza doverti dire nemmeno una parola. Ma anche questo faceva parte del fascino del luogo, e anche molto in linea con il fatto che, insomma, eravamo giovani metallari. Volevamo avere in fretta il nostro fottuto metallo per potere andare a casa a spararcelo a tutto volume. Mica avevamo tempo per parlare con un vecchio. Da qualche parte, mi pare in delle vetrinette vicino all’entrata, On Stage aveva anche delle cassette (!) e dei cd di musica normale. Ma in tutte le volte che ci sono andato non ricordo di avere mai visto nessuno entrare per chiedere qualcosa del genere.
Ora, appunto, On Stage ha chiuso. Mi pare di aver capito siano già un paio di anni.
Onestamente, non è che provi tutta questa nostalgia, se non quella per quando si era più giovani, stupidi e con un sacco di tempo per bighellonare in più. I dischi li compro online o in mp3 (o li scarico) e l’esperienza dell’andare in negozio, magari implorare perché ti facessero ascoltare qualche pezzo di un disco che ti incuriosiva sembra lontana milioni di anni. Anche se in realtà erano solo 15 anni fa, e anche qualcosa di meno; ma il tipo di esperienza era lo stesso, supporti a parte, di quando mio padre andava a comprare dischi alla mia età.
Non so bene come sopravvivano oggi i negozi di dischi, di fronte all’offensiva di vendite online, vendite di mp3, streaming e p2p. Immagino male. Forse tra un po’ finiranno a essere tutelati come la lirica, i conservatori, il balletto classico.
Testimonianze di un tempo lontano, di diversi modelli di trasmissione della cultura e dell’intrattenimento.

3 commenti

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3 risposte a “RSD

  1. Il mio negozio di riferimento è sempre stato Disco Club, anzi, The Old Disco Club, come mi sembra si chiami realmente. (E’ ancora aperto, fra l’altro?)
    All’inizio era solo il più vicino alla scuola che frequentavo e ci passavo davanti tutte le mattine, poi ho fatto amicizia col proprietario e mi facevo dare due dritte sui dischi che non avrei comprato perché mi mancavano i soldi.
    Era (è?) il negozio più simile a Championship Vinyl, quello del romanzo Alta Fedeltà, tanto che quando è venuto a Genova Nick Hornby è andato a visitarlo. E vabbè che se arrivi in una città che non conosci e uno ti dice che guarda c’è un negoziodidischi uguale preciso al tuo e ti ci porta tu te ne stai, anche se in realtà è la drogheria Torielli.

  2. si Disco Club è ancora aperto e ha mantenuto le caratteristiche da te descritte,luoghi di culto con On Stage e Romero Rock & Trend

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