Well NYC really has it all (1 di 10)

Pigia play qui sotto, che si va.

La prima volta che sono stato a New York era il 1982. Avevo quasi tre anni e i miei genitori mi avevano portato con loro per due mesi in America d’estate. Ovviamente di quel viaggio ho pochissimi ricordi, giusto dei flash: il cabinato di Pac-Man, mia madre che allarmata dice “No! Stasera non prendi la Pepsi!”, il giro sull’elefante allo Zoo del Bronx, Central Park che secondo me era uguale al parco di Genova dove mi portava sempre mia nonna.
Qualche tempo fa ho ritrovato in casa il quaderno su cui mia madre aveva annotato le sue impressioni sul viaggio, dal quale risulta che sono stato l’unico membro della famiglia a trovare eccitante il giro a Central Park, ma nel quale non si fa purtroppo alcun riferimento al mio incidente con la Pepsi (devo ricordarmi di chiedere a mio padre, ma dubito ne abbia alcun ricordo). Da quel quaderno, ho scoperto che il momento più bello fu il giro in barca attorno a Manhattan (la compagnia era la Circle Line, che esiste ancora) e che quello più teso fu quando mio padre sbagliò strada guidando e si trovarono in un quartiere di case diroccate o bruciate, con gente minacciosa seduti sui gradini delle scale (un evento di cui ho un pallido ricordo, a livello di sensazioni).

E così, quasi trent’anni dopo, rieccomi nella Grande Mela, insieme a L., che ha avuto l’idea del viaggio. In origine dovevamo andare a trovare una sua amica che lavora là, ma ovviamente avevamo ferie più o meno nell’unico periodo dell’anno in cui lei e il futuro marito sono in Europa. Però ci sono i primi due giorni e hanno promesso di venirci a prendere a Newark e di portarci in giro per due serate newyorchesi. Considerato che entrambi lavorano in banche ad alto livello avverto una lieve ansia da prestazione per più o meno tutto il volo (con scalo a Fiumicino), accompagnata da frequenti voice-over di Carrie Bradshaw.
Highlight del volo: la proiezione del film di Checco Zalone (che avevo visto al cinema) sui microschermi su cui di solito si vede la rotta, con il ronzio dei motori interrotto da occasionali scoppi di risa qua e là per l’aereo.
Un’altra cosa che mi piace tantissimo è quando tirano le tende per non farti vedere che a quelli in business class portano da bere anche appena salgono sull’aereo. Per il resto, siamo nell’orrida fila centrale, lontani dai finestrini quindi niente di eccitante da vedere.

Sestri Ponente. Togli le colline e moltiplica le gru e ottieni Newark

Dai finestroni dell’aeroporto di Newark non si direbbe di essere andati via dall’aeroporto di Sestri Ponente, da cui siamo partiti, al massimo di essere finiti in una Sestri Ponente più grande e senza colline alle spalle: ci sono le stesse gru sui moli, solo molte di più. Faccio appena in tempo a fotografare la scritta “Welcome to the United States” (e rendermi conto che sotto c’è il cartello “No Photo”) che ci troviamo invischiati nella gigantesca coda del controllo passaporti, un serpentone ripiegato su se stesso come non ne vedevo da quando avevo un cellulare Nokia e ingannavo il tempo con  Snake. Inganniamo il tempo guardando i video che ti spiegano che devi dichiarare se porti in valigia frutta o verdura (e si vede una messicana con la valigia che trabocca di peperoni) o sbirciando i passaporti altrui (quello svizzero sembra il manuale di istruzioni di un elettrodomestico). Quando alla fine arriva il nostri turno mando avanti L., che ha sul passaporto il gigantesco visto del suo viaggio in Iran. La faccia che fa il simpaticissimo omino al bancone quando lo vede è straordinaria, ma la fa passare lo stesso. Impronte destra, impronte mano sinistra, foto e siamo dentro. I bagagli arrivano entrambi al nastro trasportatore, li prendiamo e siamo dentro.
Iu-ess-ei! Iu-ess-ei!

Quando i nostri ospiti ci guidano fuori dall’aeroporto verso il parcheggio e, per la prima volta da oltre dodici ore, impatto con dell’aria non condizionata, capisco immediamente che ho maglioncini, felpa e giacchettina abilmente arrotolata nello zaino potevo anche lasciarla a casa. Fa CALDO. È il New Jersey, ma qui ci sono 7.800° F. These days è così, in più è umido e tutti sanno che Slippery when wet (ok, la smetto; è il New Jersey)

La bandiera del New Jersey secondo i Simpson, con il "ciccione pomicione" (in cui mi piace vedere Meatloaf, che però è texano)

Arriviamo a New York attraverso l’Holland Tunnel, che passa sotto all’Hudson (non so se lo sapete, ma New York nasce come colonia olandese a Lower Manhattan, con il nome di Nieuw Amsterdam, nel XVII secolo. Ma ci torneremo. Comunque Holland in questo caso era l’ingegnere progettista. Hudson invece era il navigatore che scoprì l’isola di Manhattan per conto della compagnia delle Indie olandese). Dentro è tutto piastrellato tipo una friggitoria di Sottoripa e quando usciamo all’aria aperta e non abbiamo più un sacco di acqua sulla testa sono più contento. Anche perché là fuori c’è New York City. Tribeca, per l’esattezza. Quella del festival di De Niro.
Mi guardo attorno imbambolato, mezzo rintronato dal jet lag (per il mio orologio biologico è sera, ma la luce là fuori dice il contrario).
Mi riprendo giusto al momento di arrivare in albergo.

La sistemazione che abbiamo scelto è un po’, come dire, pittoresca. Non so se avete mai cercato un albergo a Manhattan su internet: di solito vi escono fuori dei posti con camere gigantesche, letto kingsize a seimila piazza, televisore con tutti i canali del mondo, telefono, frigo e microonde, bagno tipo SPA. Oppure escono fuori posti nel Queens. A noi hanno segnalato questo “Ye olde Carlton Arms“, sottotitolo “Artbreak Hotel”, che ha la peculiarità di avere ogni stanza decorata e progettata da un artista diverso. Costa poco per gli standard del posto (820 dollari una doppia con bagno per 7 notti), è centrale ed è un posto unico.
All’arrivo promette più o meno quello che mantiene: è un posto con tanta personalità, piccolo e strambo. Ogni minimo spazio dell’albergo è decorato, anche i corridoi, le scale, la minuscola lounge. Si paga in contanti e tutto in una botta per avere la tariffa ridotta (gli 820 dollari di cui sopra) e a noi tocca questa stanza, all’ultimo piano, affacciata sulla 25th street:

stanza

La stanza (dopo qualche giorno di permanenza)

Un esempio delle scale dell'albergo

C’è il grande mistero della luce del bagno, che troviamo accesa e non capiamo come spegnere, e quello meno misterioso della finestra che non riesco ad aprire fino a che non capisco che è come quelle dei treni: non devo spingere verso l’alto ma tirare in basso la parte sopra… Però si sta bene (l’ultima notte troveremo uno scarafaggio che ha deciso che il mio sacchetto del MoMA era un buon posto per passare la notte, ma vabbeh). Io tra l’altro crollerei svenuto sul letto, ma dobbiamo uscire a cena.
Quando arriviamo al luogo dell’appuntamento, capisco che quando uno è nerd non deve cercare le cose: sono le cose che vengono a cercarlo.
Passo indietro: l’unica serie a fumetti americana che seguo è The Boys, di Garth Ennis, i cui protagonisti hanno sede nel Flatiron Building, il famoso palazzo a cuneo. E spesso nelle storie li si vede seduti in un parchetto a mangiare hot dog fuori da un chiosco. Immaginate la mia faccia quando ho scoperto che l’albergo era a due passi dal Flatiron e dal parchetto (il Madison Square Park) e che il chiosco era lì esattamente come era disegnato.
Il Madison Square Park, dal quale saremmo poi passati ogni giorno per andare a prendere la metropolitana o per tornare in albergo, si è rivelato il nostro parchetto preferito di tutta Nuova Yorche. O almeno della Nuova Yorche che abbiamo visto. Perché? Perché è una piccola isola verde in mezzo a un gruppo di palazzi alti abbastanza da farti sentire nel cuore di una città ma non così affollati da soffocarti, silenzioso e sempre pieno di persone. E l’erba aveva un bel colore. E c’erano degli scoiattoli parecchio socievoli che non disdegnavano i semi di girasole staccati dal bagel (mica come quegli snob di Battery park che volevano solo le noccioline). In mezzo al prato principale c’era questa statua, che da qualunque parte la guardassi faceva lo strano effetto di essere un effetto speciale in computer-graphic:

La statua si chiama "Echo"

Scoiattolo socievole

Il Flatiron, in biancoenero che fa più New York di una volta

Un’altra caratteristica del parco (comune a tanti spazi pubblici newyorchesi) è che è pieno di sedie e tavolini a disposizione di tutti. Ma non arnesi di ghisa incatenati al suolo: cose leggere che, volendo, chiunque potrebbe portarsi via. E che invece pare che restino davvero lì. Gente strana.
La sera, poi, in uno slargo dove c’è una specie di vasca dei pesci  ma senza pesci, qualcuno accende dei lumini, li mette in delle vaschette di plastica e li lascia lì a galleggiare.
Il chiosco che vende hamburger si chiama The Shake Shack e nel 2005 il New York Times l’ha decretato miglior posto per hamburger della città. Avrei voluto provare l’affermazione, ma c’era sempre una coda inumana, anche a tarda sera. Per vedere com’è la situazione, c’è anche una webcam.
Di fianco c’è la sede newyorchese di Eataly e poco più in là un po’ che offre il “Mango Mateccino”: matè al mango. Mi domando se ci sia pure del latte in mezzo, ma non credo di volerlo sapere. Di sicuro non sono andato ad assaggiare.

(fine della prima parte. Nella prossime puntate meno fredda cronaca, più indicazioni)

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6 commenti

Archiviato in fumetti, New York, viaggio

6 risposte a “Well NYC really has it all (1 di 10)

  1. torgul

    Per ora tutte cose che ho visto pure io. A Tribeca mi sono volontariamente perso a piedi per godermi il quartiere… Sconsigliato a quelli sotto i 100 kg con la faccia anche solo vagamente raccomandabile; il Madison Square Park, conosciuto prima di The Boys, mi è piaciuto un sacco pure a me, uno dei pochi posti di NY dove sono tornato più volte, e poi davanti c’era una catasta di monnezza così partenopea da farti sentire a casa…

  2. MrPotts

    Sono belli questi racconti, aspetto il seguito.
    Condivido molte cose, la più piccola delle quali è la tendina in aereo…

  3. Stefano rubuano

    Ciao βuoni presagi, avessi saputo ti avrei consigliato una visita al Pelham Bay Park, nel Bronx, il parco più grande di New York. Ormai tutto è degradato, ma se riesci a trovare il noleggio delle bici, era un posto bellissimo. Nel Bronx ci ho vissuto dal ’61 al ’68 e il Pelham era il mio parco personale meraviglioso, come l’Acquasola dove mi portava mia madre da piccolo, ma un poco più grosso; Manhattan la conosco poco, ci son stato forse 30 volte in vent’anni, come un qualsiasi turista. Poi siamo tornati in Italia.
    StefanoR

  4. Julio

    Letto e apprezzato. Aspetto il seguito. Ciao julio

  5. Torgul: beh, non aspettarti posti particolarmente esoterici. Con così poco tempo abbiamo fatto i turisti classici (l’imbarazzo quando ti accorgi che hai davanti, o di fianco, un’altra coppia di italiani che stanno facendo lo stesso percorso consigliato dalla LP, non ti dico)
    MrPotts: grazie (ma anche i titoli dei dischi di Bon Jovi? :-D) (che poi c’è un intruso che serviva solo per il gioco, ma neanche con un bastone lungo mille metri)
    Stefano: deve essere molto bello. Ne avevo letto sulla guida, ma appunto con solo una settimana abbiamo fatto i turisti a Manhattan, con giusto una puntata a Brooklyn sulla passeggiata di fronte a Manhattan (e un bizzarro salto nel tempo e nello spazio a Williamsburg, ma poi ci arrivo). Hai vissuto a New York un sacco di tempo e in anni in cui doveva essere davvero un mondo incredibile (nel bene e nel male, immagino)
    Julio: grazie! Il seguito è arrivato…

  6. Pingback: Diario americano – Flatiron district « pablog

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