Well NYC really has it all (3 di 10)

She's been living in her uptown world

E così domenica mattina ci alziamo ed è il nostro primo giorno tutto intero da trascorrere a New York.
Superato agevolmente l’ostacolo “colazione” grazie al negozio sotto l’albergo che fa bagel, pancakes, waffle e quant’altro (in realtà “agevolmente” un paio di palle: per l’intera settimana ho avuto pesantissimi problemi di comunicazione con l’intero personale, la ragazza alla cassa in primis, culminati nell’aver rischiato la morte quella volta che stavo portandomi via il bicchierozzo di caffè di un altro cliente; però era un posto così comodo che ci siamo andati tutte le mattine) c’è da superare quello, apparentemente più ostico, della metropolitana. La Lonely Planet fa abbastanza terrorismo in proposito, spiegando che spesso gli stessi abitanti del luogo si sbagliano e prendono la linea espresso invece di quella locale, saltando la fermata a cui dovevano scendere; infatti, su ogni linea della metropolitana circolano due diversi tipi di treno, quelli locali che fermano in tutte e le fermate e quelli espresso che fanno solo alcune stazioni (indicate sulle cartine da un pallino bianco).
Però il primo impatto è decisamente user-friendly: a fare l’abbonamento settimanale, la Metrocard di cui sopra, ci vuole davvero un attimo: ci sono macchinette ovunque e, per dirla con Steve Jobs, they just work. La prima cosa che devi sapere quando prendi la metro è se devi andare verso nord o verso sud, ovvero uptown e downtown (la questione di uptown/downtown è sempre stata una delle bestie nere dei traduttori dall’americano; ci sono vecchi gialli in cui New York sembra Bergamo, divisa tra la “città alta” e la “città bassa”). Alcune stazioni della metropolitana hanno ingressi separata a seconda della direzione in cui devi andare. Una coppia di turisti italiani di cui non faremo il nome ha canticchiato per una settimana “uptown girl” tutte le volte che le è capitato di prendere la metropolitana uptown. La seconda cosa da sapere, se sali a una stazione in cui passano anche i treni espresso, è se alla tua stazione di destinazione fermano anche i treni espresso. La terza cosa da sapere è che durante il finesettimana la rete metropolitana viene gestita con le regole del Calvinball. Ma ci torniamo.

I confini tra finzione e realtà svaniscono

La prima tappa è Times Square, per trovare uno sportello dove cambiare gli euro che ci siamo portati dall’Italia (il giorno prima siamo andati avanti a colpi di bancomat; qui i bancomat si trovano spesso dentro ai negozi e, suppongo, la quota di 2$ a transazione che ti ciucciano è il guadagno del negozio ospitante). Times Square, nella domenica che precede il Memorial Day, la festa nazionale celebrata l’ultimo lunedì di maggio in cui si celebrano i soldati morti in guerra, si presenta con il suo vero volto: l’Inferno. Una bolgia infernale di luci, gente, luci, gente, tabelloni luminosi animati, headlines che scorrono alla velocità della luce, fumo misterioso che esce dalle viscere della città incanalato in camini bianchi e rossi, gente, luci, rumore, trappole per turisti a ogni passo. Cerchiamo il cambiavalute, non lo troviamo, chiediamo a due poliziotti scoglionatissimi, io esordisco con “excuse me officier”, uno dei due ha un gigantesco tatuaggio della Madonna con Gesù bambino sull’avambraccio. Alla fine ci indicano da che parte andare, arriviamo a cambiare i nostri soldi e ci rifugiamo di corsa nel ventre accogliente della metropolitana.
Lo sapevate? Le banconote americane sono stampate su tessuto, per l’esattezza 75% cotone e 25% lino. L’incremento del costo del cotone sta rendendo le banconote da 1$ troppo costose da stampare e prima o poi potrebbero venire soppiantate dalle monete (che già esistono ma sono abbastanza rare). Dal 2003 gli Stati Uniti hanno iniziato a differenziare le banconote per colore – altrimenti tutte le banconote hanno le stesse dimensioni e lo stesso colore, indipendentemente dal valore; con le monete è ancora peggio, perché la monetina da 10 cent, il decino di Paperone, per intenderci, è più piccola di quella da un centesimo.
Sempre per la serie “sapevatelo”, le stazioni della metropolitana, almeno quelle in cui sono stato io, sono fottutamente calde e umide. A dire il vero, per quattro giorni tutta New York è stata fottutamente calda e umida; ma anche quando la città ha smesso di sembrare una giungla vietnamita le stazioni sono rimaste l’equivalente di due topi che scopano in un calzino di lana (Joe R. Lansdale, come faremmo senza il tuo sguardo sul mondo?).
Comunque, sopravvissuti all’ordalia, sbuchiamo finalmente ad Harlem. Che come primo posto da cui iniziare a vedere New York immagino possa sembrare un po’ inusuale, però in questo modo si può andare a vedere una messa gospel.
Prima, però, facciamo due passi in un parco costruito sopra a un depuratore (un po’ come a Quinto), da cui si gode di una piacevole vista sul New Jersey, il Riverbank State Park.

Sullo sfondo il New Jersey, in primo piano giovani harlemiani e i loro sederi.

Harlem non è più da parecchio tempo il quartiere pericolosissimo e off-limits che era una volta. Ha avuto la sua bella gentrificazione e oggi è un posto dove passeggiare, caldo vietnamita a parte, è piacevole. L’archiettettura di molte vie è quella di case di pochi piani con mattoni a vista, una di fianco all’altra. Harlem deve il suo nome alla cittadina olandese di Haarlem ed nasce nel 1658 come insediamento orange nella parte nord di Manhattan. Ma, miei adorati olandesi a parte, il motivo per cui siamo qui è vedere una messa gospel. La Lonely Planet sull’argomento è un po’ evasiva: cita una chiesa in cui si fanno delle messe spettacolari ma dice che tanto tutti i turisti vanno lì quindi è sempre un casino e allora tanto vale infilarsi nella prima che si incontra che comunque non si rimane delusi. Possiamo forse opporci al volere della Santa?
No. E allora ci rivolgiamo alla Convent Avenue Baptist Church, proprio sulla strada che stiamo percorrendo. La messa, che dura due ore, è già iniziata, ma sono attrezzatissimi per accogliere i visitatori curiosi e un tizio enorme con delle treccine lunghissime e le mani come badili ci invita ad accomodarci sulla balconata, dove si trovano già un buon numero di curiosi dotati di guide turistiche. Dentro non si possono fare foto, quindi ci mettiamo buoni buoni a goderci lo spettacolo. Che è più o meno esattamente come te lo immagini: c’è gente che urla “yeah!” e “halleluhia!” durante le prediche o in certi momenti di canto particolarmente intensi, ci sono le donne dell’alta borghesia nera in meravigliosi abiti che neanche la zia di Willie e i loro mariti elegantissimi. Poi c’è anche quello che non ti aspetti, tipo che a un certo punto tre giovani parrocchiane mettono in scena un balletto su una base registrata che sulle prime ti fa un po’ l’effetto di saggio di fine anno della scuola. Poi vedi che una delle cantanti del coro nella balconata di fronte è esaltatissima da questa cosa e inizia a saltare come una matta, che tutti sono contenti e ti rendi conto che, in fondo, ma neanche tanto in fondo, questa gente ha un modo di vivere il suo rapporto con la propria fede molto più sano e spontaneo. Vuoi lodare il Signore cantando? Fallo. Vuoi farlo ballando? Fallo. Il pastore dice una roba figa? Urlagli “bella lì, fratello”. Insomma, questi passano due ore a tessere le lodi del Signore e sembrano parecchio contenti di farlo e di farlo tutti insieme.
Poi, vabbeh, io sono totalmente rapito da quei piccoli tocchi protestanti tipo le copie della Bibbia sparse ovunque (così vai a controllare quello che dice il pastore) e, soprattutto, dal fatto che lette con l’accento afroamericano le citazioni del Vangelo fanno tanto Pulp Fiction e ti aspetti che da un istante all’altro il pastore spari sulla folla con la pistola in orizzontale.
Comunque usciamo dopo un’oretta, soddisfatti di quello che abbiamo visto e sentito. Fateci caso: dai cori gospel delle chiese sono decenni che escono cantanti spaventose. Il Concilio Vaticano II al massimo ha generato cretini che suonano la chitarra classica con le corde di metallo (“sì ma le messe cantate di Vantellino da Pusurpino per la cattedrale di Sbrillona del 1632…” ecco: 1632, appunto).
Ci infiliamo a mangiare in un Applebee, catena di ristoranti che ci offre il wifi gratis, permettendomi così di scaricare controllare cosa fa l’internet in mia assenza per la prima volta da quando abbiamo lasciato Roma. Credo sia stato il mio più lungo periodo senza connessione da quando ho un iPhone. Sul menu, sommo terrore, sono indicate la calorie di ogni piatto; il numero più frequente si aggira sul migliaio. Ce la caviamo con chips, condite con una salsina al formaggio che fa subito amicizia con le tue arterie e una bistecchina di un tenero, ma di un tenero, ma di un tenero che faccio finta di dimenticare tutto quello che ho letto in Ecocidio di Rifkin sull’industria alimentare della carne e mi godo lo spettacolo. Una cosa a cui scopro di non essere ancora abituato è la disponibilità di chi ti serve a tavola. In America i camerieri sono pagati dal datore di lavoro con un minimo sindacale e portano a casa la pagnotta grazie alle mance lasciate dal cliente. La buona creanza impone di lasciare dal 15 al 20% del totale al netto delle tasse – sempre indicate a parte, dell’8 e qualcosa per cento – e una regola rapida è quella di lasciare giù il doppio della cifra indicata come tasse (ricorderete la puntata di Friends in cui Ross si vergogna perché il padre di Rachel lascia solo il 4% di mancia a un cameriere). Il risultato di questo meccanismo è che chi serve ai tavoli deve pensare di stare lavorando non tanto per il datore di lavoro (che in pratica è come se gli desse un posto per esercitare il suo lavoro) ma per il cliente. Di conseguenza la cordialità e la disponibilità (almeno nelle persone che ho trovato io) è incomparabile con la media dei loro colleghi italiani. C’è chi si presenta, chi ti chiede come va prima di ordinare, chi passa ogni cinque minuti a riempirti il bicchiere d’acqua… Quando ho fatto notare alla cameriera che mi avevano portato una birra light (nel senso di “con meno calorie” WTF) invece di quella che avevo chiesto, venti secondi dopo avevo sul tavolo la bottiglia giusta e neanche un mugugno. È sempre un po’ menoso stare lì a pensare a quanto ti costerà davvero un pranzo, sommando ai prezzi sul listino tasse e mancia, però i vantaggi tutto sommato superano la rottura di scatole.
Mentre gironzoliamo per le vie di Harlem guida alla mano, mi domando quanto dovesse sembrare più aliena una volta agli occhi di un italiano questa porzione di città. Oggi siamo abituati a vedere persone di colore in giro, ma un tempo doveva sembrare davvero un mondo strano ed esotico. Poco lontano dallo storico Apollo Theatre, c’è appesa questa bandiera:

Afro-American Flag

È opera dell’artista David Hammons e riproduce la bandiera degli USA con lo schema di colori della bandiera pan-africana. Un bel promemoria sulle origini della presenza dei neri in America, a New York soprattutto. Nieuw Amsterdam prima e New York poi hanno fatto grandissimo uso di schiavi e la compagnia olandese delle indie occidentali (che fondò l’insediamento) era una delle principali organizzazioni nella tratta degli schiavi dall’Africa. Nel XVII e nel XVIII secolo il commercio degli schiavi era uno dei pilastri della fortuna economica della città.
Oggi si trova una traccia di questo a Lower Manhattan, dove vent’anni nel corso di scavi vicino a Elk Street è stato riportato alla luce un cimitero in cui si seppellivano gli schiavi. Secondo le stime nel corso dei due secoli sarebbero state seppellite lì sotto oltre 15.000 persone. Oggi sul posto è stato eretto un memoriale, noto come Africal Burial Ground, che cerca di rendere omaggio a queste persone e alla loro storia. Fa impressione leggere sul pavimento del memoriale il contenuto delle bare portare alla luce, uomini, donne, bambini tutti senza nome, senza identità. E fa sorridere (in un certo modo strano) leggere che per legge ai funerali degli schiavi non potevano partecipare più di un numero molto ristretto di persone, mi pare sette.
I neri americani di oggi sono discendenti di schiavi e i più anziani di loro non hanno potuto sedersi sugli autobus insieme ai bianchi per buona parte della loro gioventù. È difficile riuscire a immaginare come una società possa continuare a reggere con una simile frattura al suo interno. Eppure, in qualche modo, lo fa (c’è da notare che tutte le volte che siamo incappati in qualche scolaresca era sempre tendenzialmente mono-etnica: bianchi, latinos, neri; e se faccio mente locale di coppie miste ne ricordo pochissime, o forse non ne ricordo affatto).
Esaurito il giro da quella parte di Harlem, abbiamo in mente un giro abbastanza intricato di metropolitana per arrivare a East Harlem. Ma incappiamo nel grande Calvinball del weekend. Funziona così: sabato e domenica il Joker (o Trenitalia) diventa direttore della metropolitana. E decide che, per dire, tutte le linee locali dalla 72nd street a chissà dove diventano espresse. O vengono soppresse. O diventano zucche. Il tutto viene annunciato con cartelli affissi unicamente sul binario (al centro della terra) o con annunci che suonano più o meno così “pffzzz ‘ouncem pfzzz Q line pfzzzzz ‘oca’ pzfzzzz ‘zzi vostri”. Così prima prendiamo un treno espresso invece che uno locale e poi, cercando di tornare indietro, ne prendiamo un’altro che era espresso ma era diventato locale perché c’erano sopra più di dieci persone con meno di 12 $ dollari nel portafoglio, che ci riporta al punto di partenza (c’è da dire che questo cambiamento era stato annunciato da un qualche messaggio all’altoparlante, a seguito del quale il vagone si è svuotato. Ma io ho tranquillizzato L. fingendo la stessa sicumera di Fantozzi al ristorante giapponese. Il fatto che non mi abbia mandato a girare per Harlem con un cappuccio del KKK mi lascia ancora adesso basito).
Alla fine, visto che abbiamo perso un sacco di tempo, elaboriamo un piano d’emergenza con visita alla facciata del Dakota Building e alla porzione antistante di Central Park (in cui poi torneremo con più calma) e torniamo in albergo a cambiarci che ci aspetta la seconda serata newyorchese organizzataci da un’amica di L. e suo (futuro) marito.
Facciamo esperienza dei taxi newyorchesi (pratici, relativamente economici, si fermano solo se hanno la sola luce centrale accesa, altrimenti sono fuori servizio. Per fermarsi tagliano la strada a qualsiasi cosa si frapponga tra loro e il marciapiede, non è uno spettacolo per deboli di cuore) e incappiamo nell’unico taxista taciturno, quindi niente aneddoti buffi.
La serata, tanto per stare in tema con Harlem, è dedicata al jazz: concerto al Lincoln Center, nel Dizzy’s Club, che è un posto da cui si gode una vista eccezionale sulla skyline di Manhattan.

Mi domando ogni quanto debbano ripristinare la "A" di jazz cancellando la "I" fatta dai buontemponi

La serata prevede l’esibizione di Ernestine Anderson (voce) e Houston Person (sax), accompagnati da una band di contrabbasso, batteria e piano. Il luogo mi dicono essere una specie di istituzione e il livello della musica è effettivamente bello alto. Inizia la band da sola e mette in mostra un gran bel tiro (il bassista va che è un piacere e suonano belli sciolti e compatti), poi la signora Anderson (83 anni) si fa strada verso il palco sorretta dal gestore del locale e il suo passo infermissimo mi fa temere il peggio. Poi però si siede e tira fuori da non so dove (pesava cinquanta chili con la parrucca) una voce sicura e potente, che se intanto che canta ti distrai e guardi fuori dalla finestra non ti passa nemmeno per l’anticamera del cervello che abbia più di ottant’anni e non una quarantina di meno. Il jazz non è propriamente il mio campo e sono più a mio agio quando il gruppo sta su territori più vicini al blues, però tutto l’insieme, il panorama, il suono, la compagnia, il posto, è squisitamente metropolitano. New York, o meglio una delle tante facce di New York, esattamente come te lo aspetti. Sotto di te sfrecciano veloci i taxi, le luci della città si accendono una per una e tu sei a sentire musica sofisticata in un posto fico. Forse avrei dovuto ordinare un Manhattan, per completare il quadretto (o più probabilmente per svenire sul tavolo per la stanchezza)

(continua)

They are blue, yes indeed

Bonus track: se viaggiate in treno in America e il capotreno vi dice di mettere su la vostra valigia invece che tenerla tra i piedi, anche se non sta dando fastidio agli altri passeggeri, fatelo. Subito. La nostra ospite non l’ha fatto e si è trovata alla stazione dopo due poliziotti che l’hanno fatta scendere dal treno ammanettata in quanto “persona non gradita”, trattenendola un paio d’ora in cella alla stazione di polizia e ora ha un processo penale per questa cosa. Land of the free, home of the brave.

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9 commenti

Archiviato in musica, New York, viaggio

9 risposte a “Well NYC really has it all (3 di 10)

  1. torgul

    Se non erano cattolici non era messa.
    Ci conosciamo da dieci anni e più e ti mancano ancora le basi!
    Allora, i cattolici fanno la messa, i protestanti, come i battisti di cui sopra no. I protestanti, alla parola messa cominciano a sbavare e roteare la testa in senso antiorario sul collo, poi cercano di gettarsi su di te e strapparti il cuore. Questo in Italia, dove siamo un po’ sensibilini. In ammmeriga, se ti complimenti per la “bbiutiful mass” non ti capiscono e basta, annuiscono accondiscendenti e ti danno grandi pacche sulle spalle con le loro manone abbadilate…

    In compenso anche le chiese protestanti in italia hanno problemi con robe tipo “il corale valdese del 1546”, quindi direi che è una roba tipica italica, non particolarmente legata alla confessione… Comunque noi, tipo, ci proviamo ad essere un po’ più modernini…

    • La lonely planet scrive “messa”. Non potete adeguarvi? :-D

      Il discorso sul passato fa parte di uno più ampio che spero di infilare da qualche parte più avanti e che è incentrato sull’italia…

  2. L. come Lonelyplanet

    …e se la Santa la chiama messa, non può essere che messa! Così è scritto!

  3. torgul

    La Santa non sbaglia, sono i traduttori che ora hanno una fatwa sulle loro teste. Se vedete della gente hai lati della strada, sbranata da lumache senza guscio, sono loro…

  4. @Negrodeath: tra l’altro Houston Persona è un nome bellissimo. Classe a pacchi, comunque.

    @Torgul: in effetti i traduttori della Santa qualche problema ce l’hanno, visto che continuavano a parlare di “collinette erbose” in parchetti piatti come tavoli da biliardo. Suppongo fosse un qualche false friend particolarmente insidioso.

  5. s|a

    “La terza cosa da sapere è che durante il finesettimana la rete metropolitana viene gestita con le regole del Calvinbal” è strepitoso.

  6. Barbara

    Mi ricorda una puntata di “how I met your mother” in cui Lily rivela di parlare il “conduttese” o qualcosa del genere, ovvero la lingua dei conducenti della metropolitana… mi è sempre sembrata geniale…

  7. Sja: fa ridere perché è vero!
    Barbara: (HIMYM prima poi dovrò decidermi a vederlo) i conducenti della metro in effetti sono un po’ incomprensibili, ma credo dipenda anche dal fatto che i vagoni hanno un impianto audio vecchissimo, in media (in generale, la metro di new york sembra un po’ abbandonata a se stessa; in una stazione dei cartelli annunciavano in pompa magna che stavano installando i pannelli per sapere quanto manca al prossimo treno).
    Però sono abbastanza gentili con i turisti che si guardano attorno sperduti e sanno fornire al volo tragitti alternativi.

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