Well NYC really has it all (4 di 10)

Spero che nessuno si aspetti da me una descrizione approfondita del MoMA, il Museum of Modern Art.
Per darvi un’idea, da una sala a caso dell’ultimo piano, il MoMa è questa cosa qui:

C’è talmente tanta di quella roba famosa che l’effetto è quello di camminare dentro le pagine del tuo libro di storia dell’arte dell’ultimo anno di superiori.
Io però con i musei ho questo problema che è un po’ l’opposto della sindrome di Stendhal: il sovraccarico. Forse è una variante della sindrome di Stendhal, non lo so. Fatto sta che una volta che supero una certa soglia di esposizione a capolavori dell’arte è come se fossi pieno e inizio ad aggirarmi apatico tra le sale, come esemplificato da questo dialogo:

L. : cerchiamo l’uscita?
Io: Sì, guarda, deve essere di qui…
L.: oddio, dove siamo finiti?
Io: uhm, deve essere la mostra dei quadri di Picasso sulle chitarre. Vieni, forse di qua.

(L. condivide la mia sindrome)
Mi rendo conto che non si faccia una bella figura a dirlo, ma per me è così: non ho una particolare preparazione nel campo dell’arte e non ho gli strumenti per apprezzare approfonditamente le opere. Quindi a un certo punto “stacco”. E potrebbe esserci esposto Lichtenstein o le tavole originali di Kill Killer che non cambierebbe moltissimo.
Però la parte dedicata al design, dove si trovano anche font come il Bell Centennial (che secondo me è una delle cose più geniali e ingegnose della storia dei caratteri per stampa), è davvero figa e ti dà l’idea di un museo che ha gli occhi costantemente aperti, alla faccia di quella scema della nottola di Minerva.
Comunque se volete vedere come è fatto da vicino un Pollock, il MoMA è il posto giusto:

L. dice che si poteva anche toccare la tela senza che nessuno dicesse nulla.

(davanti ai quadri di Pollock vale sempre l’obiezione che fece mio fratello a un esame di semiotica dell’arte: ma perché li espongono in verticale, visto che lui li faceva per terra?)

Fuori dal MoMA, distrutti dalla stanchezza, ci concediamo il nostro primo hot dog newyorchese. Fact: tutti i banchetti che abbiamo visto sono gestiti da tizi mediorientali che hanno solo hot dog halal, quindi di manzo. E i più grandi fanno anche shish kebab e altri piatti. Mi immagino che cosa succederebbe ai poveri leghisti se invece che essere stanziali gli esercizi che vendono cibo infedele fossero mobili.
L’hotdogghettaro lì fuori parla perfettamente italiano, ovviamente.

Con il biglietto del MoMA abbiamo preso in bundle anche quello per il Top of the Rock, la terrazza panoramica del GE Building, parte del Rockefeller Center. Il GE Building, al 30 di Rockefeller Plaza, è anche sede della NBC, la rete televisiva e, come penso tutti tranne me sappiano, il titolo della serie tv 30 Rock si riferisce proprio a quello.
Ciò detto, dopo i controlli da aeroporto sulle borse e il metal detector, superato il fotografo che se vuoi ti fa la foto seduto sulla trave sospesa nel vuoto come in quella famosa foto che riprende proprio la costruzione di questo edificio, ti infili in un ascensore che in una trentina scarsa di secondi (accompagnati da suoni e video) ti spara 67 piani di grattacielo.

Una volta in cima, hai tre terrazze panoramiche per guardarti New York dall’alto in tutto il suo splendore. Il vantaggio rispetto alla terrazza panoramica dell’Empire State Building è, ovviamente, che vedi anche l’Empire State Building. Chi l’avrebbe mai detto, eh? (Che poi a me l’ESB non dice tantissimo: è vero che la sua sagoma è una delle icone di New York, ma il Chrysler Building è incomparabilmente più bello).
Ovviamente, sulla cima c’è anche chi si fa foto tipo “sto sorreggendo la torre di pisa”; qui va molto di moda fare finta di pungersi il dito con il puntale dell’Empire. Una piccola selezione di foto fatte lassù è questa (che comprende anche misteriose antenne collocate dentro a un palazzo; sarà il progetto HAARP. Oppure sparano scie chimiche)

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Quando scendiamo, stanno imbandierando gli spazi di Rockefeller Plaza, perché è il Memorial Day. Mi ha fatto molto ridere vedere che avevano una cassa intera di bandiere:

A ogni modo, il Rockefeller Center, costruito alla fine della Grande Crisi, con il suo gigantismo e la sua architettura Art Deco è uno splendido monumento al sogno di un’era di grandezza, di progresso, di ricchezza. Mi ha interessato come nei fumetti della DC Comics New York sia come scissa in due: da un lato c’è Gotham City, che è la parte oscura, la metropoli opprimente e pericolosa. Dall’altro Metropolis, scintillante e monumentale dove tutti, anche un orfano stellare, possono avere la loro opportunità. (Sì, lo so che nel DC Universe c’è anche la vera New York, ma il discorso resta lo stesso). A Rockefeller Plaza, davanti al Prometeo, sembra davvero di stare a Metropolis e ti aspetti da un istante all’altro che piombi dall’alto Superman a salvare un bambino caduto dal Top of the Rock.

Se vai a New York, non vedere un musical a Broadway fa brutto. I biglietti dei musical costano abbastanza tanto. Ma c’è un ma. A Times Square c’è un chiosco, che si riconosce dalla lunga coda davanti, che vende biglietti per gli spettacoli della serata (o del pomeriggio) con uno sconto tipicamente del 50%. Tocca adattarsi a quello che c’è disponibile (indicato da un onestissimo tabellone luminoso) e i posti possono non essere perfetti, come in ogni buon last minute, ma lo stesso è un affarone.
Times Square non è una piazza vera e propria, o almeno non come la concepiremmo noi europei, è più l’incrocio di alcune vie, una parte del quale è stato pedonalizzato e dotato di tavolini e sedie (che curiosamente, come già notato al Madison Square Park, nessuno si porta via). Secondo me Times Square è tipo l’inferno. Un inferno che va visto, ma l’inferno. I suoi giganteschi tabelloni luminosi animati, le trappolone per turisti, i personaggi pittoreschi. A Times Square ho visto il Naked Cowboy (c’era anche una Naked Cowgirl, un’altra volta, ma era più una Naked Cowgranma) e il tizio che suona una Flying V gigantesca. Cose che credevo esistessero solo su You Tube. E invece.
(Mi stavo dimenticando: da qualche parte ho visto passare una Delorean. Ovviamente non mi sono messo a urlare “88 miles per hour! 88 miles per hour!” in mezzo alla strada. Proprio per niente)
Comunque, fatti i biglietti per versione musical di Priscilla, si va gambe in spalla verso Grand Central Terminal, la stazione ferroviaria di Manhattan. Che se da fuori può sembrare una qualunque stazione un po’ monumentale italiana, dentro non c’è storia. È grande. Ma grande grande. Tipo che ha un centinaio di binari. Per caso scopro che c’è pure il ristorante di Michael Jordan, dentro.

Devono servire bistecche morbide come la suola di una Nike Air del 1993 (improvvisamente mi torna in mente che avevo una maglietta della Nike con stampato su il catalogo delle Nike Air, all'epoca. Santi numi)

E poi, ecco, là fuori c’è il Chrysler Building. Per me, se a New York ci fosse solo il Chrysler Building meriterebbe lo stesso di essere visitata.
Il Chrysler, con la sua corona, i suoi gargoyle-parafanghi, i suoi fiori-tappi del serbatoio, è una delle cose più belle che abbia mai visto. È il sogno di un altro mondo, molto più di quanto non lo sia, con la sua iconografia mitologica, il Rockefeller Center. Ogni volta che passando da qualche parte scorgevamo in lontananza la sagoma del Chrysler, mi fermavo e gli facevo almeno una foto. È straordinario. Purtroppo, dentro non è visitabile. Si può entrare a malapena nella hall, che è ha delle decorazioni fantastiche, ma niente di più.

Dato a fatica l’arrivederci al Chrysler, ci accingiamo a una leggerissima passeggiatina, durante la quale tocchiamo prima il negozio dell’HBO (a proposito: faccio “aaaw” anche tutte le volte che vedo il Chrysler nella sigla di Sex and the city, adesso) (sì, ho iniziato a guardare Sex and the city. Mi fa ridere. E c’è New York), dove sono esposti abiti e oggetti di scena di Game of Thrones. Tra l’altro ci offrono anche un assaggio della bevanda di True Blood. Se vi state domandando di che cosa sappia, è praticamente aranciata sanguinella con un po’ di sciroppo di fragola. Qualcosa del genere.
Poi, in questa passeggiatina ci facciamo in pratica la 5th avenue dalla 42nd street fino alla 57th. Con l’umidità e il caldo di una giungla cambogiana. L. voleva andare da Tiffany e alla fine ci arriviamo, ma è chiuso. È così chiuso che nel portone c’è sdraiato un homeless che ha l’aria di divertirsi (giustamente) un casino a complicare la vita a tutti quelli che vogliono farsi una foto davanti a Tiffany.
Il ritorno, a piedi, a Times Square è possibile solo grazie all’acquisto di un Gatorade (non ho tenuto il conto, ma una delle spese maggiori del vitto devono essere state le bevande per strada.
E così eccomi a uno spettacolo di Broadway. Per tenere un basso profilo, un musical che parla di drag queen (appunto la versione teatrale del film Priscilla – sembra esserci una forte tendenza nel genere ad assemblare musical con canzoni già edite; tra gli spettacoli in cartellone c’era “Rock of ages”, che si basa sul rock radiofonico anni ’80 fin dal titolo, che è una canzone dei Def Leppard).
Il tutto è all’altezza delle aspettative: scenografie, musica, coreografie, interpreti… mi immagino lo sbattimento che ci sia dietro all’arrivare a fare anche solo un ruolo di contorno in una produzione del genere (di cui proponiamo un sobrio momento):
L’unico problema è quando ti rendo conto che Tony Sheldon, l’attore australiano che interpreta Bernadette lo fa con lo stesso stile di Leo Gullotta quando fa la signora Leonida. È il genere di cose che ti rovina un po’ il piacere dello spettacolo.
Dicevo di Times Square che è l’inferno, giusto?
Ecco, immaginatevi di entrare a teatro alle 19.30, con il crepuscolo e di uscire alle 23 che c’è la stessa identica luce. La. Stessa. Identica. Luce.
Maledetti cartelloni luminosi.
(continua)

4 commenti

Archiviato in il cotone nell'ombelico, musica, New York, viaggio

4 risposte a “Well NYC really has it all (4 di 10)

  1. trasloco

    “La sindrome del sovraccarico” è una definizione perfetta! Io amo i musei e l’arte in genere, ma dopo un po’… BASTA! Forse devo visitarli a piccole dosi…

  2. Il Chryslerone!
    Pure il mio preferito.
    Una volta tornata mi sono anche presa il puzzle (con la scusa di regalarlo al moroso per Natale)

  3. Zuccannella

    Ecco, ora alla mia lista delle chrysleronità posso aggiungere anche l’ombrello (preso dai cinesi).
    Oooh!

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