Well NYC really has it all (5 di 10)

Gli autobus a Manhattan sono una cosa parecchio semplice: la maggior parte delle linee fa avanti e indietro lungo una street o una avenue, coprendo zone non toccate dalla metropolitana.
Così, per esempio, il 42 si fa la 42nd street da una parte all’altra, dal palazzo dell’ONU a est fino al molo 83 a ovest. Ed è proprio in direzione ovest che una bella, calda, mattina prendiamo il 42 a Times Square: il programma della giornata si apre infatti con un (mezzo) giro su un battello della Circle Line, compagnia di navigazione che offre giri attorno all’isola di Manhattan. È un’attrazione abbastanza storica, tanto che c’ero stato pure nel lontano 1982. Terrorizzati dall’idea di fare tardi, arriviamo con una fantozziana ora di anticipo e visto che la sera precedente eravamo svenuti appena toccato il letto decidiamo di andare a svaccarci nel parchetto sul molo di fianco.
Al molo di fianco ancora c’è ormeggiata una portaerei, che ho scoperto poi essere l’Intrepid, adibita a museo sui mezzi a disposizione dell’aviazione americana. Sapete cosa risveglia il bambino reaganiano che dormiva in me?
Questo, di cui avevo la versione dei G.I. Joe, uno dei più bei regali di natale di tutti i tempi:

HIGHWAY TO THE DANGER ZONE!

L’F14 è stato abbandonato nel 2006 dall’aviazione USA, mentre è ancora in uso in quella iraniana: gli USA avevano venduto dei Tomcat all’Iran pre-rivoluzionario nel 1976, che era alla ricerca di un caccia da opporre ai Mig. Nonostante gli USA non gli diano più i pezzi di ricambio, pare che l’Iran abbia ancora 20 aerei funzionanti. Spero che l’Iran faccia la sua versione di Top Gun, prima o poi.
Per completare l’esperienza, poi, mentre stiamo per andare a prendere il nostro battello passano pure un paio di grupponi di soldati che corrono con l’istruttore che li fa cantare canzoncine.

Il giro sulle Circle Line è una buona alternativa alla visita della Statua della Libertà (che è costosa, va prenotata in anticipo ed è parecchio menosa perché c’è da passare controlli tipo aeroporto; e poi la Statua della Libertà, lo dicono tutti, da vicino è molto piccola) (also, c’ero già stato. Nel 1982) per godersi la skyline cittadina. Conviene però fare il mezzo giro, quello che arriva fino al ponte di Manhattan e torna indietro, perché la parte nord di Manhattan non è così interessante da vedere dal mare, meglio vedere due volte lower Manhattan.
Il giro prevede anche una guida che mentre la barca va racconta la storia di New York (che non so se vi ho mai detto che è stata fondata dagli olandesi), descrive i palazzi, racconta aneddoti e facezie (tipo che stando all’IRS, l’agenzia delle entrate americana, la maggior parte dei milionari americani vive a Manhattan). Nel nostro caso, la guida è questo signore qua, disegnato evidentemente da Seth McFarlane:

La skyline di lower Manhattan, oggi, ha questa caratteristica: c’è un buco in mezzo. C’è poco da fare. Dieci anni dopo, l’assenza delle Twin Towers la cogli ancora, istintivamente. A quell’immagine mancano due pezzi per essere esattamente come l’hai vista per i primi vent’anni della tua vita in film, fumetti, fotografie (nel 1982 c’ero pure stato in una delle due, dicono i racconti di famiglia). E, allo stesso tempo, con tutta la buona volontà non riesci a immaginare cosa possa essere stata da vicino quella mattinata di settembre.
Tornati sulla terraferma, andiamo proprio là. Lower Manhattan, Ground Zero.
Passiamo prima per la City Hall, il municipio, nel cui parchetto si trovano, concessione obamiana?, scoiattoli dal pelo nero che nutriamo con i semi di girasole del bagel della colazione. E poi per la St Paul’s Chapel.
La St Paul Chapel è il più antico edificio pubblico ancora in uso a New York: è sopravvissuta all’incendio appiccato alla città dagli inglesi nel 1776, durante la guerra di indipendenza, e George Washington vi si fermò a pregare prima della prima seduta del neonato parlamento americano. La sua collocazione di fianco al World Trade Center ne fece una specie di zona ristoro ufficiale per coloro che lavoravano al recupero dei cadaveri da Ground Zero. Questo dimostra, se non altro, il grande pragmatismo degli americani: non riesco a immaginarmi in Italia una chiesa, monumento nazionale per giunta, il cui interno venga usato per fare dormire gente, per dar loro da mangiare o farsi fare dei massaggi. Addirittura il banchetto dove era solito sedere Washington venne adibito a postazione per i massaggi ai piedi (perché in ricordo quale battaglia molti suoi soldati avevano dovuto combattere a piedi nudi perché non ricevevano rifornimenti da così tanto tempo che gli stivali si erano tutti rovinati). La cancellata della chiesa diventò un memoriale improvvisato alle vittime, con foto, oggetti personali, messaggi. La cosa incredibile è che, nonostante la sua posizione, la St Paul’s Chapel non ha subito alcun danno l’11 settembre.
Comunque, ancora oggi è abbastanza tangibile qui l’atmosfera che si deve essere respirata tra queste mura nei mesi successivi all’attacco.

Ground Zero, invece, non esiste più. Non nel senso che uno si aspetta: non ci sono più piattaforme da cui osservare la zona dall’altro; o se ci sono non abbiamo trovato da dove si entrava. La zona è un cantiere: dopo anni di discussioni il progetto della Freedom Tower (o più correttamente 1 World Trade Center) è partito e l’edificio è già completo almeno per un terzo, mentre altri edifici stanno venendo costruiti. Lo spazio dove si trovavano le Twin Towers verrà occupato da due cascate artificiali quadrate circondate da alberi.

One World Trade Center; una volta completa dovrebbe essere alta 531 metri

Di tenere vivo il ricordo della mattina dell’11 settembre  si occupa l’antistante Visitor Center, che attraverso filmati, oggetti, testimonianze, racconta la vita nelle Twin Towers prima della loro distruzione e tutto quello che è successo dopo.
La trave d’acciaio divelta, uno dei pochissimi elmetti da pompiere ritrovati tra le macerie, metalli fusi, l’intelaiatura del finestrino di uno dei due aerei, carte di credito sorprendentemente intatte, posate di uno dei ristoranti. Frammenti.
Il Visitor Center non ne parla, perché non si concentra più di tanto sulle storie singole, ma merita un accenno la vita di John P. O’Neill: agente FBI, investigò sull’attentato del 1993 nel parcheggio del WTC (le cui vittime sono ricordate anch’esse nel Visitor Center) e sugli attentati in Arabia Saudita (1996) e nello Yemen (2000) in cui si sospettava il coinvolgimento della nascente al-Qaida. Il 23 agosto 2001, dopo aver lasciato il Bureau non propriamente in termini amichevoli, iniziò il suo nuovo lavoro come responsabile della sicurezza del World Trade Center. La mattina dell’11 settembre era in servizio. La sua storia è una parte consistente di The Looming Tower (in italiano “Le altissime torri”, Adelphi), lunga e documentata inchiesta sulla storia di al-Qaida.
A ogni modo, la visita di questo memoriale riesce a essere toccante senza spingere più di tanto sul tasto del retorico.
Fa una certa impressione trovarsi davanti a un gift shop, all’uscita. Ma in fondo da qualche parte that’s America pure questo.

Dal WTC bastano pochi passi per tuffarsi di colpo in uno dei toponimi più famosi del mondo.
Wall Street. La strada del muro: qui si trovava infatti il confine settentrionale della colonia olandese di Neuwe Amsterdam.
Fa angolo con una porzione di Broadway ribattezzata “Canyon of heroes“, che è dove si svolgono le “ticker-tape parades”, le parate stradali in cui il corteo avanza tra lanci di striscioline di carta dall’alto.
La cosa che mi ha divertito di più è stata questo furgone nella stradina di fianco al palazzo della Borsa (blindatissimo):

BUTTA VIA TUTTO! BUTTA VIA TUTTO!

A Wall Street si trova anche la Federal Hall, storica prima sede del Congresso americano. Lì davanti c’è una statua di Washington in cui il Generale cerca con molta disinvoltura di nascondere un fascio:

"Fascio? Quale fascio?"

La famosa statua del toro che carica, invece, non è proprio a Wall Street, ma sta davanti a Bowling Green. Fotografarlo senza nessuno che ci si faccia una foto di fianco è, semplicemente, impossibile. Forse all’alba, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Probabilmente c’è lo stesso qualcuno che gli tocca le palle o le corna.
Lì davanti c’erano pure due neri enormi con dei pitoni al collo che per qualche dollaro ti facevano fare delle foto con i besti. Noi ci siamo limitati ad accarezzare prudentemente il rettile (che è come accarezzare una borsetta di pelle di serpente molto piena in una giornata freddina di ottobre).
Bowling Green, comunque, è una manciata di panchine e di cespugli attorno a una fontana, ma è un luogo importantissimo per la storia di New York perché fu qui che gli olandesi acquistarono l’isola di Manhattan dagli indiani per una cassa di ciarpame del valore di 24 dollari attuali (un libro hardcover, tipo) (dice la Lonely Planet).

(continua)

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1 Commento

Archiviato in New York, viaggio

Una risposta a “Well NYC really has it all (5 di 10)

  1. torgul

    Vuoi dei fasci?
    Vai a Washington, il mall è pieno!

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