Well NYC really has it all (6 di 10)

Eravamo rimasti a Bowling Green.
Appena attraversata la strada, proprio sulla punta meridionale di Manhattan si trova il Battery Park, detto anche il parco della sfiga, visto che pullula di memoriali a categorie di gente morta.
Appena entrati, però, c’è un bel monumento ai coloni olandesi che fondarono la colonia di Manhattan, gentilmente offerto dalla stessa Olanda. Un bassorilievo raffigura il momento in cui Peter Minuit acquista la proprietà dell’isola dagli indiani.
Fun fact: Manhattan, oltre a essere ricoperta di boschi, era collinosa. Nella lingua dei Lenape, gli indiani che la abitavano, Manhattan voleva dire “isola con un casino di colline ma proprio un casino che non ne hai idea”. Con il piano regolatore del 1811 si decise che era più pratico avere una tavola pianeggiante su cui stendere il reticolo delle vie. Così, la parte più antica di Manhattan ha vie irregolari, poi dalla 1st street in su è tutto ortogonale, con la sola eccezione di Broadway Avenue che va in diagonale (e in parte ricalca l’antico sentiero indiano che attraversava l’isola, ma solo in parte).
Battery Park si chiama così perché qui si trovavano le batterie di cannoni preposte alla difesa della città nei suoi primi anni di vita. Oggi c’è ancora un forte, Fort Clinton, che in passato è stato usato come centro di raccolta per immigrati, prima di Ellis Island (c’è un memoriale anche per gli immigrati passati da Fort Clinton).
Ma la cosa che più colpisce è la sfera che si trova oggi nel parco ma che in origine era al centro della piazza del World Trade Center. Estratta dalle macerie, oggi si presenta così:

Tra Battery Park e il World Trade Center c’è un forte legame, al di là della vicinanza, perché una parte del parco, Battery Park City, si trova su un’area creata versando nell’Hudson il terreno rimosso per scavare le fondamenta delle Twin Towers e degli altri edifici del complesso.

Il mio memoriale preferito tra quelli disponibili nel parco è quello ai soldati morti nei cartoni della Warner Bros:

Sfondare una porta sembra divertente, in televisione. Ma uccide.

Ce n’è anche uno, inquietantissimo, dedicato ai marinai morti affogati. L’ho fotografato male perché ormai eravamo controluce con il sole che tramontava, ma è così:

Quel poveretto affoga da chissà quando.

Battery Park comunque è pieno di antipatici scoiattoli viziati che mangiano solo noccioline e sdegnano i nostri semi di girasole amorevolmente conservati proprio per nutrire i simpatici roditori (che a New York sono comunque molto più socievoli dei loro colleghi genovesi dei parchi di Nervi – che ogni tanto vedi arrampicati su una palma che si domandano “ma che cazzo ci faccio qua, io?”).

Avete mai sentito parlare di Manhattanenge? Si tratta di un evento astronomico che si ripete solo alcune volte all’anno, in cui il sole tramonta perfettamente allineato con le street di Manhattan. Siccome quella è l’ultima sera di giugno in cui si può vedere il fenomeno (la prossima è l’11 luglio, se passate da quelle parti), ci piazziamo sulla 42nd street (dove siamo arrivati con la metropolitana, dopo esserci scontrati con l’orribile casino dell’ora di punta) e aspettiamo.
Forse è troppo tardi, forse siamo troppo a nord o troppo a sud, ma non vediamo niente. Niente di Manhattanenge, almeno. Mentre siamo davanti a un grattacielo che aspettiamo, però, vediamo che sul marciapiede si affollano un sacco di orientali in bicicletta, con sacchetti. Ogni tanto dal palazzo esce qualche impiegato, si avvicina agli orientali, ritira il suo sacchetto di cibo e rientra. E questo in continuazione: è un continuo via vai di impiegati, tutti grossomodo della stessa età, tutti grossomodo alti uguali, con gli stessi capelli, pantalone scuro e camicia chiara, che escono, puntano il loro fornitore di cibo e risalgono. Ho fatto un video perché lo spettacolo meritava.

Poi ci spostiamo più avanti, sempre sulla stessa strada, nei pressi di una fermata dell’autobus. Stiamo lì ad aspettare, davanti a un negozio, fino a che non arriva una specie di vigile urbano a chiederci molto cortesemente che cosa cazzo stessimo facendo fermi lì da un quarto d’ora. È gentile e simpatico sul serio, ma il concetto “siete un po’ sospetti” trapela con una certa chiarezza. Proviamo a spiegargli di Manhattanenge, lui ci dice che non ne ha mai sentito parlare e che comunque ormai il sole dovrebbe essere già tramontato. Mesti mesti ci infiliamo nella metro e torniamo in albergo, che siamo vagamente impresentabili, a prepararci per la cena. A Chelsea.

Ora: perché due italiani dovrebbero uscire a cena a New York con il piano di andare a mangiare una vera pizza italiana a Chelsea?
La domanda non è mal posta, mi rendo conto, ma se non lo avessimo fatto ci saremmo persi un piccolo spaccato di – enigmatica e incomprensibile – vita americana. Il locale prescelto è Company, di cui la Lonely Planet parla parecchio bene e che è forse dopo il club jazz il posto più figarino in cui abbiamo messo piede. Arredi minimalisti, quartiere “in”, cibo italiano.
Il menu è abbastanza divertente, perché contiene alcuni piatti italiani con ingredienti che non riusciamo a decifrare e che decidiamo siano probabilmente nomi dialettali in dialetti che non conosciamo. Le pizze sono indicate come “pie” e sotto una nota avvisa i clienti che non sempre escono perfettamente tonde. Immagino che l’abbiano aggiunta per prevenire lamentele di chi è abituato a vedere pizze cotte in teglie tonde. Mentre siamo lì che decidiamo che cosa ordinare, ci accorgiamo che intorno a noi tutti i tavoli da due persone sono occupati da gente che sta dividendo una pizza. Ora, vi chiederete voi, la suddetta pizza che dimensioni ha? Quelle di una pizza media da pizzeria italiana, niente di che. Ci guardiamo un filo preoccupati, del tipo “ci prenderanno per dei pozzi senza fondo? Sarà poco chic mangiarsi una pizza intera a Chelsea? Gli americani sono tutti come la ragazza media italiana, quella che appena mette piede in pizzeria si preoccupa di trovare qualcuno con cui fare a metà di una pizza?”. Alla fine, decidiamo che la fame ha la meglio, che comunque la pizza è roba nostra e che è il caso di far vedere a questi yankee come lo si affronta a viso aperto, il carboidrato serale. Lucilla prende una margherita con bufala (spolverata di parmigiano, che non è una cattiva idea), io una salsiccia e funghi. Purtroppo cadiamo vittima del gap culturale, perché la cameriera immagina che prima divideremo una pizza e poi ne divideremo un’altra, così arriva prima la mia pizza e dopo dieci minuti quella di Lucilla. Ogni tanto mi guardo attorno per vedere se ci stanno guardando come fenomeni da baraccone. Ma ci ignorano. Comunque la pizza, fatta nel forno a legna, è buona. Forse più romana che napoletana, perché la base è abbastanza secca, ma buona.
Come dolcino per riprenderci dalle fatiche della giornata optiamo per una roba che abbiamo visto mangiare a dei vicini, una specie di gigantesco Oreo con del gelato al posto della crema e frutti di bosco sopra. Questa volta uno in due. Nel frattempo, nel tavolo di fianco è arrivata una coppia che ha ordinato due pizze. Ne lasciano nel piatto circa metà ciascuno, però. Guardo i bordi avanzati e quasi quasi mi verrebbe voglia di chiedergli se posso prenderli, visto che non li mangiano. Barbari.
Affogo il dispiacere nel biscottone.
Per pagare, decido di lasciare perdere il contante e buttarmi sulla carta di credito. Lo fanno tutti, sarà mica così difficile. Pagare al ristorante americano con la carta di credito funziona così: tu dai la carta alla cameriera dopo che ti ha portato il conto, in cui non è compresa la mancia, quella torna con lo scontrino da firmare che ha uno spazio per indicare quanto lasci di mancia e qual è il totale. Tu aggiungi la mancia, firmi e ridai indietro e vai. Almeno questo è quello che ho visto fare, anche nei giorni seguenti, a chiunque. Quindi faccio così e vado. Mi arriva un sms per l’uso della carta, ma solo per l’importo del conto senza mancia. A tutt’oggi, non mi risulta che sia mai stato prelevato l’importo della mancia. Mi domando: ho sbagliato qualcosa? Ho lasciato una povera cameriera senza la sua mancia? Chi lo sa.
Intanto che mi macero nel dubbio, arriviamo davanti a uno di quei posti di New York che solo a leggere i nomi di chi ci ha vissuto ti mozzano il fiato.

Un pensiero per quei due poveretti di Sid e Nancy e le loro morti (solo Nancy Splugen è morta al Chelsea, però) e via a passeggiare per la New York by night fino in albergo. Una passeggiata tranquilla, che tanto davvero New York non dorme mai e girare di sera non è poi così diverso da girare di giorno. C’è gente in giro, ci sono negozi aperti, la metropolitana gira comunque…

La mattina dopo New York continua ad assomigliare alla giungle vietnamita, solo un filo più umida.
Quale giornata migliore per visitare Chinatown (e Little Italy) con i suoi meravigliosi odori?
Per quanto riguarda Little Italy, lo saprete già, come nel peggior incubo leghista è stata inghiottita da Chinatown. Ristoranti italiani sopravvivono concentrati in alcune strade che hanno l’aspetto di una specie di parco a tema:

Mamma mia!

Incappiamo nelle bancarelle della festa di Sant’Antonio da Padova (che poi sarebbe da Lisbona, ma fa lo stesso) a cui i fedeli lasciano banconote da un dollaro in offerta (ce ne sono poche perché era mattina):

(la foto è gentilmente concessa da Lucilla)

Chinatown, invece, è decisamente più vivace e vitale. Ci sono intere strade in cui siamo gli unici non orientali in mezzo alle torme di gente che assaltano i banchi di negozi carichi di frutta, verdura, pesci e qualsiasi cosa immaginabile e inimmaginabile essiccata. E poi c’è un odore indescrivibile, che spero sia semplicemente spazzatura che fermenta da qualche parte.
Per la prima volta visitiamo un tempio buddhista, proprio di fianco all’imbocco del ponte di Manhattan. Dentro c’è un grande Buddha dorato e una serie di stampe (bruttine) che raccontano la vita dell’Illuminato. Per essere un luogo sacro, ci sono un sacco di tette in queste storie.

Io comunque ho caldo. Tanto caldo.
Sbuffo, mi trascino. Maledico il caldo, i capelli, la barba che mi sono lasciato crescere nei mesi precedenti.
A un certo punto, passando davanti al centesimo barbiere, Lucilla mi convince quantomeno a farmi tagliare la barba, che almeno sto un po’ più fresco.
In realtà sospetto che il suo scopo principale sia quello di trovare un modo per non doversi sopportare le mie lamentele per quei 7-8 minuti, però la cosa mi fa gola.
Mi presento da questo barbiere cinese e gli dico nel mio migliore inglese che avrei bisogno di levarmi la pelliccia d’orso che ho in faccia. E un istante dopo mi rendo conto che non parla una parola di inglese. Alè.
Per fortuna però ci intendiamo, passo la mano sulla barba di taglio, lui tira fuori un rasoio elettrico, annuisco, lui annuisce, io spero che almeno mi lasci i baffi come il dottor Fu Manchu.
E poi succede.
Che mi taglio la barba a Chinatown.

(la foto è gentilmente concessa da Lucilla, che in quel momento stava tirando un sospiro di sollievo perché almeno stavo zitto per un po')

Ovviamente, ho offeso mortalmente quel pover’uomo lasciandogli un solo dollaro di mancia su otto di taglio barba.

(continua)

5 commenti

Archiviato in New York, viaggio

5 risposte a “Well NYC really has it all (6 di 10)

  1. Ma è possibile vedere le altre foto, da qualche parte?

  2. La mancia: quando chiudono la contabilita’ ( della settimana o del mese ) prendono tutte le ricevute con mancia, c’e una funzione Tips sulle macchinette per pagare con la carta di credito, inseriscono il codice della transazione e l’amount della mancia. A questo punto avviene il pagamento. In alcuni posti dove ho lavorato i gestori trattengono le tips da carta di credito con la scusa che pagano fees sulle trasanzioni elettroniche ( ma e’ ovviamente una supercazzola colossale ). Comunque sia… waiters love cash tips…

  3. Anna Luisa

    Cavolo, ma avevi tanta, tantissima barba!

    OT: grazie per le dritte inviate per mail

  4. MrPotts

    Noi siamo andati tre volte dal grande Buddha dorato, e ogni volta abbiamo osato di più. L’ultima volta siamo capitati in piena celebrazione, se così si può chiamare, e siamo stati lì un po’, tranquilli.

  5. grugef: ah-ah! tu vuoi una proiezione di diapositive. Abbiamo fatto una prova domenica: solo con quelle di Lucilla tiriamo avanti per un’ora abbondante. Sei ancora sicuro di volerle vedere?

    Fra: ah, ecco. Grazie della spiega. Comunque poi abbiamo sempre pagato cash i ristoranti per evitare questi problemi

    AL: era un circolo vizioso di pigrizia. Non avevo voglia di tagliarmi la barba, quindi cresceva e ogni giorno l’idea di tagliarla diventava più faticosa… spero che le dritte ti siano state utili!

    Mr. Potts: visto che sei passato anche tu di lì, tu l’hai mica visto un semaforo in cui la mano del “rosso” per i pedoni aveva dei led bruciati sull’anulare così che ricordava il mudra del budda? Perché io sono sicuro di averlo visto mentre ci stavamo avvicinando, non ho fatto a tempo a fotografarlo e poi quando siamo usciti non l’ho più trovato. (sarà stato il caldo?)

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