Well NYC really has it all (7 di 10)

Se c’è una cosa che a volte può essere difficile da comprendere, questa è la passione degli anglosassoni per gli acronimi, sigle e abbreviazioni.
SoHo, NoHo e NoLIta, per esempio, sono tutte contrazioni, rispettivamente di South of Houston Street, North of Houston Street e North of Little Italy (ci sono anche TriBeCa, Triangle below Canal Street, NoMad, North of Madison Square e il mio preferito, DUMBO, Down Under Manatthan Bridge Overpass).
Onestamente, non abbiamo capito esattamente dove iniziasse un quartiere e finisse un altro. Nel complesso, la zona è abbastanza omogenea ed è un’area da shopping, con qualche sorpresa dal punto di visto artistico.
Per esempio, il MoCCA (Museum of Comic and Cartoon Art), al 594 di Broadway  (quarto piano), che è un raccolto spazio espositivo dedicato, come dice la sigla, a fumetti e cartoni animati. Noi siamo capitati proprio quando era allestita una mostra che più New York di così non si poteva: la Grande Mela vista da Will Eisner, partendo da Spirit e arrivano alle graphic novel. Vedere da vicino tavole originali di fumetti è sempre un’esperienza piacevole, perché l’originale mostra tutte le correzioni, i ripensamenti e le imperfezioni che poi vengono “bruciati” in stampa. Nel caso di Eisner, gli originali sono praticamente identici alla versione stampata e mostrano una sicurezza incredibile.
Il tratto e le capacità di narrazione per immagini di Eisner sono una delle meraviglie del mondo; e sono felice di aver potuto vedere da vicino un saggio della sua abilità, proprio nella città in cui ha vissuto e lavorato.
La mostra di Eisner finisce proprio in questi giorni, purtroppo.

Più prosaicamente, uno degli obiettivi del pomeriggio è l’acquisto di un paio di Converse per me. Le trovo da Zacky’s, un grande magazzino specializzato in scarpe e jeans, sempre sulla Broadawy, al 686. Le Converse in America costano decisamente meno che in Italia: pago le mie 45 dollari, lo stesso modello qui costa 75 euro. Lì avevano anche modelli meno recenti a prezzi da saldo (29 dollari, tipo).
Ma la cosa bella è che hanno anche un modello di scarpa che presto o tardi devo trovare una scusa per comprare. Queste:

Queste scarpe (che non sono più ridicole di quelle con la suola curva che stanno andando un sacco di moda in questi mesi) sono state al centro di una mia allegra figura di palta in metropolitana un paio di giorni prima, quando vedo un signore davanti a me che le ha ai piedi. Facendo finta di niente, accendo la macchina fotografica e provo a fotografarle.  Una signora seduta di fianco a Lucilla inizia a fissarmi, poi guardo incrocia il mio sguardo fa: “Ti intesessavano QUESTE?” e tira su i piedi calzati dalle sue five fingers shoes pure lei. “Ah uh eh oh” faccio io, “le ha pure lei, cool“. “Sì, è mio marito” risponde lei. Raccolta la mia brava figura da turista cretino che fotografa qualunque cosa vedo le spiego che le avevo viste su internet e che non le avevo mai viste dal vivo. Comunque pare che siano parecchio comode e la suola è assolutamente a prova di bomba. Ora, ecco, dovrei trovare una scusa, tipo un hobby che mi permetta di calzarle dove non mi vede nessuno (anche se, come ho detto, mi sembrano più ridicole quelle scarpe ortopediche da Ercolino sempre in piedi).
Più avanti sulla Broadway c’è anche lo store ufficiale della Converse; i prezzi sono sempre quelli, ma hanno anche un servizio di personalizzazione delle scarpe con disegni e font. Se proprio ci vuoi scialare, puoi chiedere un appuntamento con un grafico per progettare la decorazione che ti aggrada di più. All’ingresso c’era questa sobria bandiera americana fatta con le scarpe:

E poi, potevamo farci mancare una visita all’Apple Store di SoHo?
Certo che no.
Le cose fighe degli Apple Store sono diverse. Per prima cosa, un’ottima rete wi-fi gratuita (le reti wi-fi libere a New York sono certamente più numerose che in Italia, ma non è esattamente che a ogni angolo della strada ne trovi una e quando le trovi può capitare che siano intasate) per dare un’occhiata alla posta. Poi, la possibilità di giochicchiare e navigare liberamente con tutte le macchine Apple a catalogo. Sono lì, a disposizione. Ovviamente, c’è subito chi ne approfitta per bullarsi con gli amici:

... e i momenti KEAP non finiscono qui.

 E poi, come saliamo al piano di sopra c’è una tizio che fa lezione di inDesign:

I newyorchesi non sembrano interessati a inDesign

Comunque acquistare all’Apple Store è fighissimo. I commessi hanno tutti un iPod touch con attaccato il macchinino per leggere le carte di credito; fanno tutto da lì, ovunque siano nel negozio, e la ricevuta ti arriva per email. Se hai già un account Apple in cui è registrata la carta di credito non devi neanche dargli l’indirizzo.
Sì, è spaventoso. Ma alla maniera Apple: it just works.

Se mai doveste capitare da quelle parti e avere voglia di qualcosa di dolce, un salto al 30 di Prince Street, dove si trova la succursale del Little Cupcake Bakeshop a SoHo, potrebbe essere una buona idea. È un posto arredato con i colori vivaci dell’America anni ’50 come ce la immaginiamo tutti, pieno di torte, cupcake e cheesecake. Tra l’altro secondo me la cheesecake newyorchese sa vagamente di caramella Alpenliebe; e questo la rende ancora di più una delle cose più buone del mondo. Un paio di foto di Lucilla dovrebbero rendere l’idea:

Sì, probabilmente è la fiera del colorante. In compenso però hanno l’iced tea, che non è il tè freddo come siamo abituati a pensarlo (aromatizzato e zuccheratissimo) ma normale tè tenuto in frigo, a cui se vuoi aggiungi zucchero (ma anche no).
Aggiungeteci gli Sha-Na-Na come colonna sonora e il ripristino del buon umore dopo caldo cambogiano e stress da fuso orario e mail che ti hanno innervosito un pochino è assicurato.

Al 52 di Prince Street ci imbattiamo per caso in una libreria che invoglia ad entrare, McNally Jackson Books. È una libreria non di catena, di dimensioni umane e con all’interno un bar. In realtà la cosa che più mi colpisce, però, è il macchinario che campeggia in vetrina, che altro non è che una Espresso Book Machine. L’EBM è una macchina da stampa di dimensioni ridotte pensata per il print on demand, sia di testi fuori commercio o di pubblico dominio sia di testi inediti. In pratica, tu puoi cercare sul sito i libri che ti interessano, ordinarli e andarli a ritirare in negozio (o farteli spedire). Possono stamparti anche tutto quello che c’è su Google Books libero da diritti e consegnartelo nel formato di un libro vero, non come fotocopie rilegate. Addirittura, se hai scritto qualcosa e vuoi tentare la carta dell’autopubblicazione cartacea, puoi stamparlo da loro (pagando, si intende).
L’ambizione di questa libreria, non da poco, è quella di diventare il centro della cultura letteraria di Manhattan. It’s a long way to the top, probabilmente, ma solo il fatto che ospitino tra le loro mura una tecnologia ancora non diffusissima fa pensare che siano sulla strada giusta.
(un’osservazione assolutamente non scientifica e forse pure un po’ idiosincratica: i termini che ricorrono più spesso sulle quarte di copertina e sulle fascette dei libri americani sono, per esempio, “entertaining”, “enjoyable”, “storytelling”. In pratica, ti dicono che un libro è divertente, che è piacevole, che è ti racconta una storia bene. Sfido chiunque a leggere per intero l’aletta di un qualsiasi Montalbano senza cadere in narcolessia per la prosa ampollosa che ammanta di improbabili significati non richiesti libri che sono, semplicemente, divertenti, piacevoli e raccontati bene) (come se la Sellerio si vergognasse, di pubblicare dei libri che vendono)

Un negozio che non ha particolari ambizioni di conquista del mondo è l’Evolution Store, specializzato in teneri oggetti da regalo come insetti nell’ambra, scheletri di animali o animali impagliati. Se avete bisogno di uno scoiattolo volante da appendere in salotto, è proprio il posto che fa per voi. Se siete dei medici, vi vendono anche teschi umani veri. Poi hanno anche frammenti di meteoriti e altre pietre. Ma probabilmente quello che uno si ricorda sono le ossa del pene dei piccoli mammiferi.

In realtà, però, la cosa ancora più bizzarra vista da quelle parti è la Earth Room, una al primo piano di un palazzo completamente piena di terra. Terra umida. Lì dal 1977. Non so. C’è molto da dire su una stanza piena di terra?
Quando arrivi, di solito incroci qualcuno che sta andando via. A noi è successo, quelli che scendevano ci hanno fatto un sorrisetto enigmatico e ci hanno detto “ci siete quasi”. Noi siamo arrivati su, abbiamo visto questa stanza piena di terra, siamo rimasti un po’ lì indecisi che provare a camminarci sopra o no e alla fine siamo andati via. Sulle scale incontriamo questi altri tizi che salgono, li guardiamo con un sorriso un po’ così e diciamo “ci siete quasi”.
Forse è quello il senso dell’installazione. Forse c’è una macchina fotografica per le scale che da quasi 35 anni fotografa le facce della gente che se ne va.
Facce che sono più o meno come quella che farete vedendo questa foto:

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2 commenti

Archiviato in New York, viaggio

2 risposte a “Well NYC really has it all (7 di 10)

  1. MrPotts

    Mi è piaciuto tutto, con una predilezione, devo ammetterlo, per la bandiera di Converse…

  2. L. di LonelyPlanet

    Non capisco perchè la Santa non abbia citato i Senders!

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