Well NYC really has it all (8 di 10)

Il bello di dilazionare così tanto i resoconti delle vacanze è che in fondo è un po’ come prolungare la vacanza: guardi le foto, gli appunti, torni almeno per un po’ a quei giorni in cui la tua preoccupazione massima è non confondere le linee locali con quelle espresso e trovare un buon posto dove mangiare la sera.
Il brutto è che più ti avvicini alla fine più diventa faticoso scrivere perché la malinconia per la fine della vacanza si raddoppia: a quella provata allora devi sommare anche quella che stai rivivendo.
Comunque. Bando alle ciance.

Da Forbidden Planet ci arriviamo per caso di sera, dopo essere stati a cena nell’East Village in un ristorante marocchino (dove mi hanno portato una salsa così piccante che ne ho assaggiato una puntina e ha chiesto disperatamente del pane un mio collega che in quello stesso momento era davvero in Marocco). A dire la verità eravamo già stati nella fumetteria di St Mark’s Place in cui sono ambientate delle scene di una puntata di Sex and the City (ne ho parlato nella prima puntata) ma non avevo trovato niente di interessante. Poi, poco prima di Union Square, sulla Broadway, vedo questa vetrina con carte di Magic, miniature e fumetti e dico “oh, un altro posto per quelli come me…”. Dopo aver vista l’insegna siamo entrati a fare un giro.
Quello che colpisce di Forbidden Planet è che, nonostante non sia poi grandissimo (Fat’s Dream a Bologna alla fine degli anni Novanta aveva una sede più grande, se non ricordo male) ha un sacco di roba. Quando entrate, se mai ci entrerete, guardate in alto: quelle appese sono tutte magliette in vendita. Comunque gironzoliamo un bel po’ tra gli scaffali, io trovo una bellissima maglietta con Pinhead fatto a pupazzetto del Lego scandalosamente in offerta a 10$ e proprio della mia taglia, Lucilla prende un Calvin & Hobbes (che costa UN’INEZIA rispetto all’edizione italiana). Alla cassa mi sbaglio a dare i soldi nel senso che confondo i dime (che valgono 10 centesimi) con le monetine da un centesimo, perché la monetina che vale di meno è più grande dell’altra. La ragazzina alla cassa mi spiega l’arcano, io le faccio notare che è una roba folle che uno si debba mettere a guardare di che colore è la moneta invece delle dimensioni, che gli euro sono un casino più pratici, lei risponde che, ehi, è vero, non ci avevo mai pensato, è davvero stupido, a volte quando sono ubriaca mi sbaglio e do più di quello che dovrei dare. Sarò malizioso, ma non credo si fosse resa conto che ero accompagnato (I’m the alpha-nerd: sono stato broccolato da una cassiera di una delle più famose fumetterie del mondo).
Comunque da Forbidden Planet hanno la loro fanzine fotocopiata con le uscite della settimana e qualche recensione. In una città dove sembra che tutti siano dei designer è una scelta retrò stimabilissima.

Il Greenwich Village è l’ennesima città-nella-città di cui è composta New York. Anzi, Manhattan: è stupefacente la varietà di posti e di atmosfere che si respira in un territorio tutto sommato non poi così enorme. Anche se a onore del vero la famigerata gentrification mi sembra che stia finendo per trasformare tutto in un unico indistinto posto “carino” popolato dallo stesso tipo di gente (ricca).
Però, il passato del Village è glorioso, come cuore liberal della città, culla della Beat generation e focolaio di battaglie civili. Per esempio: la settimana scorsa lo stato di New York ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso. In qualche modo lo si può considerare il punto d’arrivo di un cammino iniziato con i cosiddetti Stonewall Riots del 28 giugno del 1969.

Lo Stonewall Inn oggi

All’epoca la polizia era solita fare irruzione nei locali frequentati da omossessuali e travestiti su base mensile e arrestare tutti gli uomini in abiti da donna.
Com’è come non è, quella notte le cose non andarono come al solito, i clienti rifiutarono di essere identificati, la polizia decise di portali tutti via in arresto, fuori dal locale iniziarono i primi atti di ribellione, le prime borsettate agli agenti, poi si misero in mezzo anche dei senzatetto da una via vicina. Dieci poliziotti si barricarono dentro al locale, portandosi dietro come ostaggi diverse persone ammanettate. Poi  arrivò l’equivalente della Celere per rompere l’assedio e venne bellamente sbeffeggiata da un gruppo di dragqueen che accolse gli agenti mettendo in scena una kick line (avete presente il can-can)? C’è una testimonianza, in proposito:

I just can’t ever get that one sight out of my mind. The cops with the [nightsticks] and the kick line on the other side. It was the most amazing thing…. And all the sudden that kick line, which I guess was a spoof on the machismo … I think that’s when I felt rage. Because people were getting smashed with bats. And for what? A kick line.

Insomma, il Pink Bloc una trentina d’anni prima. Da lì sono cariche e cacce all’uomo, che però per le vie tortuose e brevi del Village non vengono propriamente bene, tanto che pare che a volte erano i poliziotti a trovarsi inseguiti da cittadini incazzati sbucati alle loro spalle (tutti black bloc provenienti da Germania, Inghilterra e Olanda, organizzati in modo paramilitare).Chi riesce a rimettere piede nello Stonewall lo trova completamente devastato, probabilmente dalla stessa polizia.
Nei giorni seguenti si registrano altri scontri con la polizia ma, soprattutto, il movimento per i diritti degli omosessuali inizia a prendere coscienza di sé e organizzarsi. Nasce il Gay Liberation Front e l’anno seguente il primo anniversario dell’insurrezione viene ricordato attraverso il primo Gay Pride della storia.
E così un altro pezzo di storia del mondo passa per quest’isola.

Abbiamo trovato Washington Square un po’ sottotono rispetto a quello che immaginavo (forse andarci di mattina non è il massimo; in altre parole, non c’era nessuno e una parte del parco era chiusa per lavori).
Però quando usciamo di lì a un certo punto vedo una via sulla destra, chiusa da un cancello, con le casette basse e un muro in fondo e di colpo ho la sensazione di trovarmi in un posto che conosco, solo che leggermente diverso e…
Washington Mews. La via dove abita Martin Mystère. La Ferrari non c’è, l’ha venduta anni fa. Ma la via è quella. È una strada privata e in teoria non si potrebbe entrare, ma gli abitanti ormai devono essere abituati agli italiani che si mettono a farsi foto davanti al 3 (in teoria Martin abiterebbe al 3/a, ma non c’è). Tipo me.

MGHR!

Washington Mews, nerdismi a parte, è una via interessante perché è rimasta sostanzialmente intatta dai tempi in cui ospitava le stalle di alcuni dei palazzi di Washington Square. A parte il fatto che oggi le stalle sono principalmente uffici della vicina università, ecco.

Proseguendo per le vie del Village, a un certo punto ci si imbatte in una casa la cui facciata è diversa dalle altre: è come se ne avessero girato di 45° un pezzo:

Siamo al 18 West dell’11 Street. Qui aveva un appartamento Cathy Wilkerson, leader del movimento di sinistra chiamato Weatherman; attorno all’ora di pranzo del 6 marzo del 1970, tre membri del gruppo erano in cantina a preparare una bomba, non si sa bene per utilizzarla in quale attentato. Nessuno aveva esperienza di esplosivi, ma lo stesso stavano mettendo insieme una bomba con dinamite, chiodi e circuiti elettrici. Nessuno potrà mai dire che cosa andò storto, perché a un certo punto saltò tutto per aria. Morirono i tre che lavoravano alla bomba, la Wilkerson e un’altra persona al piano di sopra si salvarono nonostante la casa venne ridotta a poco più che un cumulo di macerie e si incendiò. Nel palazzo di fianco abitava Dustin Hoffman, pensa un po’ come è piccola New York.
Alla fine la casa è stata ricostruita così, per segnalare che non è esattamente come tutte quelle vicine, ma che anche lì è successo qualcosina, una volta.

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2 commenti

Archiviato in New York, viaggio

2 risposte a “Well NYC really has it all (8 di 10)

  1. Ci ho messo un po’ a leggerli tutti, ma i tuoi resoconti su NY sono fichissimi (temo per comune background nerd nell’approccio a cose e luoghi).

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