Well NYC really has it all (9 di 10)

Avete mai sentito parlare di Strand?
Strand è una libreria vicino a Union Square il cui claim è “18 miglia di libri”. Nel senso che hanno calcolato che le loro scaffalature si estendono per quella lunghezza, cioè circa 30 km. Come se non fosse abbastanza, tengono dei banchetti all’esterno con libri vecchi a 1 o 2 dollari l’uno.
Lo so che vi aspettate che dica che è il paradiso. Ma come sono entrato mi si è congestionato il naso e ho iniziato a lacrimare. Allergia a qualcosa? Raffreddore istantaneo e temporaneo? Non lo so. So solo che ho iniziato a starnutire. E io quando starnutisco, starnutisco. La mia onomatopea è qualcosa del tipo ATCHUM (Impact, extrabold, 72pt). Dico solo che una signora mi ha guardato e mi ha detto “God bless you”, che è la formula con cui gli americani dicono “salute”; solo che l’ha detto con un tono che secondo me voleva proprio dire “che dio ti benedica che ne hai tanto tanto bisogno”. Questo per dire che, ecco, la mia user experience è stata un po’ guastata dal fatto che stavo facendo attenzione a non morire. Però mi è piaciuto molto che c’erano tanti tavoli su cui erano disposti libri organizzati per percorsi tematici e che c’erano parecchi libri (remainders, direi) a basso prezzo. In realtà la cosa delle 18 miglia se guardi bene è un po’ un pacco, nel senso che tantissimi libri sono assolutamente irraggiungibili da chiunque perché sono tanto in alto e comunque c’è un sacco di fuffa che vegeta sugli scaffali da chissà quando. Ora che ci penso, sarei curioso di vedere come fanno a fare l’inventario, in quell’inferno di carta.

Una delle cose più belle, se non la più bella, che ho visto a New York è l’High Line Park, un parco cittadino che si trova sullo spezzone di una linea ferroviaria sopraelevata in disuso, che passa tra i palazzi del west side, tra il Meatpacking District e Chelsea (sha la la la) (questa è una citazione vergognosa, lo so). In pratica cosa è successo? Questa linea, costruita negli anni trenta, è stata chiusa nel 1980. Per anni è rimasto tutto incolto e mentre i proprietari dei terreni sottostanti spingevano per la sua demolizione, tra i binari crescevano erba, alberi, arbusti. Altri comitati chiedevano invece il ripristino del traffico. Alla fine degli anni novanta si è formato un gruppo di opinione che proponeva la sua trasformazione in un parco sopraelevato. E ha vinto. Il progetto è iniziato nel 2004 e il primo tratto è stato aperto al pubblico nel 2009 (il secondo, sfiga, qualche giorno dopo la nostra partenza).
Stare sopra all’High Line è bellissimo. I binari sono stati in gran parte rimossi, ma nelle “aiuole” sono rimasti e affiorano tra l’erba, un’erba lunga e verdissima che ondeggia sotto il vento.

Sei in mezzo alla città, ma è come essere da qualche altra parte.

Una specie di lunga terrazza dalla quale è facile capire che cosa è bellissimo di New York: è una città che riesce a offrire ai suoi cittadini dei posti che migliorano la qualità della loro vita, che sperimenta cose, idee e lo fa bene, con gusto e attenzione.
Tra l’altro pare che:

Crime has been extraordinarily low in the park. Shortly after the second section opened, The New York Times reported that there have been no reports of major crimes such as assaults or robberies since it opened. Parks Enforcement Patrols had written summonses for various infractions of park rules, such as taking dogs or bicycles on the walkway, but at a rate lower than Central Park. Park advocates attributed that to the high visibility of the High Line from the surrounding buildings, a design feature inspired by the writings of urbanist Jane Jacobs. “Empty parks are dangerous”, David told the newspaper. “Busy parks are much less so. You’re virtually never alone on the High Line.

Sempre sull’High Line ho visto una coppia di turisti italiani che usava l’iPad per farsi le foto. Per favore: NON FATELO. Sembrate dei cretini. Ho una foto ma non la posto per la privacy degli sconosciuti ritratti. Però fidatevi. NON FATELO.
Lì accanto c’era un parcheggio a pagamento. Ora, a parte che parcheggiare a Manhattan costa sui 14 dollari all’ora, qualcuno mi spiega come diavolo fanno a toglierle da lì, le macchine?

A Union Square, invece, ho visto passare un tizio che girava con un cartello con su scritto “PEACE THROUGH FACE SITTING”. Dice Internet che è un habitué della piazza. C’è anche un video in cui spiega il suo messaggio, però quando l’ho visto io non ha avuto molto successo.
Union Square comunque è un posto dove si dovrebbe passare un pomeriggio intero solo a guardare la gente, perché c’è l’universo. Su una stessa panchina abbiamo visto una sequenza tipo: tizio che fa delle robe sull’iPad, ragazza che mangia insalata (ore 16.30, i newyorchesi sembrano mangiare senza grossi problemi di orario), signora che cambia il pannolino a un bambino, tizio in giacca e cravatta che lavora sul laptop, barbone. E lo stesso tutte le volte che passavamo dal Madison Square Park.
Forse può sembrare un po’ triste, questo vivere immersi ciascuno nella propria bolla. A me piaceva un sacco, perché in realtà credo che sia da questa indifferenza che nasce anche la strepitosa spinta creativa che attraversa la città: se sono uno in un milione e tutti quelli attorno a me sembra che abbiano già visto tutto, allora forse voglio impegnarmi ancora di più per far sì che mi notino, se voglio essere notato.

Mi pare che si sia capito che il nostro soggiorno newyorchese è stato manhattan-centrico. L’unica sortita dall’isola l’abbiamo fatta per andare a Brooklyn. A Brooklyn c’era una via dove per motivi squisitamente personali dovevo andare: Keap Street. Il perché è presto detto: con un paio di amici ho una specie di progetto musicale che si chiama KEAP. Il nome è semplicemente la sigla di un quattro parole del testo di “I am the walrus” ed è incredibile che una strada di Brooklyn porti quello stesso nome.
La storia in effetti è assurda e merita di essere raccontata.
Thomas McKean era un avvocato e politico americano, che partecipò come rappresentate della colonia del Delaware alla guerra d’indipendenza americana. Partecipò alla stesura della dichiarazione di indipendenza ma al momento della firma era impegnato come colonnello nella difesa della citta di New York. Probabilmente riuscì a firmarla solo dopo il 1777, perché nella copia autenticata di quell’anno la sua firma non c’è. Dopo questo ebbe ancora una lunga e soddisfacente carriera politica.
Non si sa bene quando sia stato deciso di intitolare alcune vie della zona di Williamsburg, a Brooklyn, ai firmatari della dichiarazione di indipendenza. Si sa però che la firma di McKean era questa:

E si sa che che la M venne letta come un’iniziale del middle name e lo svolazzo della N come una P. Ed ecco servita Keap Street.
Una storia che ci insegna a firmare leggibile sempre, perché altrimenti rischi che invece che intitolare una via a te la intitolino per puro caso a tre nerd.

E nessuno di noi è dovuto morire, per avere una via

Per raggiungere Keap Street dalla fermata dello metropolitana abbiamo sbagliato strada e, di colpo, ci siamo trovati in un ghetto ebraico della Polonia di fine Ottocento: uomini tutti vestiti con cappotti e cappelli a tesa rotonda, con i ricciolini ai lati del volto; donne con gonne alla caviglia e maniche lunghe, pallidissime, i capelli raccolti e coperti da una specie di turbante; bambine vestite come le madri e bambini vestiti come i padri. Per la prima volta da quando eravamo a New York, della gente ci fissava. Ci fissava con una certa ostilità anche. Sarà che avevamo le macchine fotografiche al collo e pensavano fossimo venuti a fotografare la gente che si fa i cazzi suoi. Non so. Ma ci fissavano tutti. Dopo un attimo l’impressione, più che da ghetto ebraico polacco dell’Ottocento era da paesino lovecraftiano i cui abitanti custodiscono qualche oscuro segreto e guardano con sospetto gli stranieri.
Per la cronaca, si tratta di ebrei  chassidici, che tengono appena appena all’ortodossia religiosa. Vi ricordate la faccenda del giornale ebraico che pubblicò la foto dello staff della Casa Bianca che osservava l’uccisione di Osama bin Laden da cui mancava Hillary Clinton perché la linea editoriale lo imponeva (le donne non si mostrano perché turbano gli uomini) (Hillary Clinton)? Ecco, era un giornale chassidico di Brooklyn. La cosa buffa, tanto perché il mondo è complicato (ed è bellissimo per questo) è che ci sono gruppi chassidici, come i Satmar, che stanno proprio a Brooklyn, antisionisti perché sostengono che gli ebrei potranno tornare nella Terra Promessa solo guidati dal Messia; quindi fino a che non arriva, ognuno a casa sua. Immagino che comunque l’implicito sia che il giorno che dovesse arrivare, altro che Striscia di Gaza per i palestinesi.
Nozioni di storia delle religioni a parte (ho tagliato con un’accetta molto grossa il discorso, potrebbero esserci imprecisioni), Williamsburg è abbastanza noto per essere un quartiere amato dagli hipster, che la notte si anima di locali dove impazza l’indie rock (ho sempre sognato scrivere che una frase da matusa così). Di giorno, però è un posto abbastanza squallido. Tuttavia è probabile che se il trend continua a poco a poco si infighetterà pure questo quartiere; un paio di palazzi in costruzione, che sembravano avanguardie mandate in avanscoperta, lo lasciano supporre. Speriamo che lei faccia buona guardia (stando al manuale di AD&D 2nd edition dovrebbe poter uccidere un hipster medio di primo livello con 1d4 punti ferita in un round):

(Foto gentilmente fornita da Lucilla)

Abbandonata Williasmburg, ci siamo tuffati nella Brooklyn più scenografica, quella affacciata sull’Hudson river, da cui si gode una vista strepitosa dello skyline di Manhattan intanto che si passeggia. È curioso perché hai lì sotto i pali marciti di moli ormai scomparsi che affiorano dall’acqua e sullo sfondo il trionfo di vetro e acciaio dei grattacieli.

E poi un vento che ti porta via.
Lì in fondo alla passeggiata c’è il ponte. Quello delle gomme da masticare.

Quintessenza (foto gentilmente fornita da Lucilla)

In realtà, anche se si tende a dimenticarlo, lì in fondo i ponti sono due. C’è quello di Brooklyn, in muratura, con i piloni che sembrano tagliati via dai campanili di una cattedrale gotica e poco più in là quello di Manhattan, tutto in acciaio:

Il ponte di Manhattan, però, ha permesso il più acronimo della città, quello del quartiere noto come DUMBO (Down under Manhattan bridge overpass). A DUMBO abbiamo mangiato la pizza americana; non quella alta, quella tonda che si vende a fette. Che dire? Era buona. Ho mangiato pizze molto peggiori in Italia dalle pizzerie con consegna a domicilio. Sarà che avevamo fame, ma due fette a testa, belle farcite, sono sparite in un attimo. Ordinando, mi sono reso conto che l’accento di Brooklyn è contagioso: il tempo di rispondere a una domanda che mi aveva fatto il pizzettaro sull’ordine e già mi sentivo come se gli stessi facendo il verso. A un tavolino vicino a noi erano seduti due poliziotti in pausa pranzo. Ho mangiato senza riuscire a smettere di pensare a quante volte una scena del genere nei film o nei telefilm finisce in tragedia.  Ma per fortuna nessuno ha sparato a nessuno da nessuna parte e abbiamo potuto mangiare tranquilli.
Per tornare a Manhattan abbiamo fatto a piedi l’omonimo ponte, meno trafficato da turisti rispetto al suo fratello più famoso, che ti porta fino a Chinatown.
La traversata è piacevole e ha il vantaggio di darti un punto di vista invidiabile per fotografare il ponte di Brooklyn:

Era anche mezzo fasciato, chissà che fastidio fare tutto quel pezzo al coperto

E poi permette la visione di un enigmatico cartellone pubblicitario:

Cioccolata calda ghiacciata. Ok, fateci estinguere subito.

(nel prossimo episodio – l’ultimo – parleremo della divinizzazione di John Lennon)

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4 commenti

Archiviato in New York, viaggio

4 risposte a “Well NYC really has it all (9 di 10)

  1. Anna Luisa

    Io ho avuto modo, la scorsa primavera, di osservare il “cugino” dei tuoi 2 ponti americani rimanendo in Italia. Eccolo.
    http://www.prolocobagnidilucca.it/ponte.html
    (per la precisione, Bagni di Lucca è un pezzo d’Inghilterra vittoriana trapiantato in Italia; è un viaggio nel tempo, un tuffo nel diciannovesimo sec.)

    Lo avresti mai detto?

    • @AL: no, non l’avrei mai detto :-) in compenso a Lisbona ho visto il clone del golden gate

      @carlpaz: il boh lo sostituisco solo quando sono certo. Prima di mettermi a scrivere ieri ero convinto sarebbe stato questo l’ultimo :-D

  2. Errore.
    9 di boh e poi scrivi che sarà l’ultimo?
    ahi ahi ahi ahi

  3. MrPotts

    Seppellite il mio cuore da Strand.

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