Autodifesa – luglio 2011

Peter Gunnarson era uno svedese che arrivò in Nuova Svezia (la colonia svedese lungo il fiume Delaware) nel 1640. Giunto sul continente americano, prese il nome di Rambo, che era la contrazione di “Rambergetbo”, cioè “quello che viene da Ramberget”, un’isola nei pressi di Gothenburg. Coltivatore prima e uomo politico poi, diede il suo nome a una varietà di mele.
Nel 1968, in Pennsylvania, un giovane aspirante scrittore nato in Canada sta rimuginando sul nome da dare al protagonista del romanzo che ha intenzione di scrivere.  E quello che succede ce lo racconta lui:

One of my graduate school languages was French, and on an autumn afternoon, as I read a course assignment, I was struck by the difference between the look and the pronunciation of the name of the author I was reading, Rimbaud. An hour later, my wife came home from buying groceries. She mentioned that she’d bought some apples of a type she’d never heard about before. Rambo. A French author’s name and the name of an apple collided, and I recognized the sound of force.

Una delle lingue che studiavo era il francese e, un pomeriggio d’autunno, leggendo uno dei testi del corso, sono rimasto colpito dalla differenza tra come si scriveva e come si pronunciava il nome dell’autore che stavo leggendo, Rimbaud. Un’ora dopo, mia moglie è tornata a casa dopo aver fatto la spesa. Mi ha detto che aveva comprato alcune mele di una varietà di cui non aveva mai sentito parlare. Rambo. Il nome di un poeta francese e quello di una mela si scontrarono e riconobbi il suono della forza.

More about First BloodInsomma: uno dei personaggi iconici del XX secolo deve il suo nome, per vie traverse, a un colono svedese e a un poeta francese.
Tutto questo per dire che ho letto “First Blood“, il romanzo di David Morrell pubblicato nel 1972 dal quale Sylvester Stallone trasse un film dallo stesso titolo, che in Italia è arrivato come “Rambo”.
La storia credo che la conoscano pure i sassi: un reduce del Vietnam arriva in una cittadina, lo sceriffo del luogo lo scambia per un vagabondo e cerca di farlo andare via, lui non se ne va, lo sceriffo lo arresta, lui scappa, si rifugia nei boschi e inizia il suo Vietnam personale contro gli uomini che cercano di fermarlo.
Morrell è stato bravo e attento a caratterizzare entrambi gli antagonisti con la stessa cura. Rambo non è il protagonista assoluta, ma divide il ruolo con lo sceriffo. I capitoli alternano il punto di vista di ciascuno e i due uomini sono più simili di quanto non possa sembrare a prima vista. Alla fine, anzi, è sostanzialmente un romanzo sull’incapacità maschile di comunicare: a scongiurare tutto il macello sarebbe bastato che nel loro primo incontro i due si fossero parlati un pochino di più. E invece diventa uno scontro tra cazziduri ciascuno tutt’altro che disposto a cedere sul punto. Colpisce molto la caratterizzazione di Trautman, che invece che essere la figura paterna che ricordavo dal film è un freddo addestratore in serie di assassini. In generale, rispetto al film, è molto più radicale e problematico il tema dei reduci del Vietnam, che resta del tutto (e drammaticamente) irrisolto.
Ci sono ovviamente un sacco di sequenze di azione ben orchestrate, però Morrell non è che sia il più bravo scrittore del mondo.
Ha avuto un’ottima idea, l’ha messa giù ordinatamente e con tutti gli snodi al punto giusto, ma si sente comunque che è il tipico romanzo americano da “scuola di scrittura”, privo di quel qualcosina in più che lo renda davvero indimenticabile.

More about Assassinio sull'Orient ExpressSe c’è invece qualcosa che rende indimenticabile un classico come “Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie è quel distaccato contrasto che c’è tra la compostezza della messa in scena della storia, tutta molto in punta di forchetta, e la ferocia e la brutalità, degne di un romanzo noir, che c’è sotto all’atmosfera rarefatta dei vagoni di lusso. Non so se si possa parlare di spoiler per uno dei gialli più famosi dell’universo, ma immagino che come non l’avevo ancora letto io ci sia altra gente che non conosce i particolari della storia e sarebbe un peccato rovinare il gusto della sorpresa.
Per inciso, la mia edizione è quella uscita a luglio nella nuova veste grafica del Giallo Mondadori, che ha un formato più grande e un font di dimensioni più generose, per venire incontro alla triste realtà che il pubblico della collana è per la maggior parte composto da gente di una certa età che inizia a fare fatica a leggere. O questo o è Maurizio Costanzo, che tra le mille altre cose fa pure il direttore del Giallo, che non ce la fa più a leggere.

More about I delitti della speranzaI delitti della Speranza” di Javier Calvo (Baldini & Castoldi Dalai Editore) (l’ultimo chiuda la porta) è un romanzo ambientato nella Barcellona del 1877, sconvolta da una serie di efferati delitti proprio mentre l’industrializzazione sta cambiando il volto della città. Si presenta apparentemente come un giallo (e in effetti l’impianto narrativo è quello del giallo) ma rapidamente si capisce che Calvo non sta scrivendo un bel romanzo in costume di menti razionali alla ricerca di un assassino con addosso i loro bei abiti ottocenteschi. Uno dei personaggi sembra un incrocio tra Sherlock Holmes e uno scienziato pazzo (più scienziato pazzo, a dire il vero), l’atmosfera è quella di un horror che sembra flirtare con il sovrannaturale (l’irrazionale ha una buona parte nella storia, senza però che si arrivi mai nel fantastico vero e proprio) e tutto il romanzo è come se si svolgesse in un pozzo nero. Se un paragone va fatto è con la Londra descritta da Alan Moore ed Eddie Campbell in “From Hell”, il capolavoro sulla storia di Jack lo Squartatore (il film con Keanu Reeves è solo un buon giallo in costume, il fumetto è un’opera letteraria colossale che tutti dovrebbero leggere o morire provandoci).
Il romanzo di Calvo non cerca la strizzata d’occhio post-moderna, nemmeno quando introduce nella storia uno scrittore super-star autore di un immaginario best-seller a puntate, Città segreta, ma fa terribilmente serio: usa gli strumenti del romanzo gotico ottocentesco con la massima consapevolezza, aggiornandoli a un gusto contemporaneo e a una scrittura densa ed evocativa. Insomma, vince.
(Un plauso alla casa editrice per essere sfuggita alla tentazione dell’uomo in frac per la copertina)
(E un plauso anche alla traduttrice, che ha fatto un lavoro notevole)
(Per la trasparenza, devo dire che è una mia amica. Ma sono davvero convinto abbia fatto un bel lavoro di eliminazione del “traduzionese”)

More about Ai miei cari compagniLa questione dell’eredità letteraria di Luciano Bianciardi è un po’ confusa. Anni fa ISBN fece uscire due volumi che raccoglievano la sua produzione, ribattezzati “AntiMeridiani“, prendendo in modo un po’ snob le distanze dalla storica collana Mondadori ma ripetendone formato, prezzo e alone prestigioso. Una scelta che l’altro figlio di Bianciardi, Ettore, non ha trovato consona allo spirito del padre, cristallizzato in un’edizione di lusso non proprio accessibile; a dimostrazione di ciò, Ettore Bianciardi è diventato collaboratore di Stampa Alternativa per la riproposta delle opere del padre, presumo quelle rimaste fuori dai due balenotteri ISBNiani.
Ai miei cari compagni” (Stampa Alternativa) è una raccolta di scritti di tema risorgimentale, alcuni inediti, di Luciano Bianciardi, assemblati da Ettore in una specie di romanzo a posteriori. Il diario garibaldino è la parte meno interessante, se non altro perché non fa altro che riprendere la memorie di Giuseppe Bandi, garibaldino, di cui lo scrittore toscano aveva curato un’edizione (ne ho parlato giusto un anno fa). La parte spettacolare e che vale i soldi del libro è il pirotecnico racconto delle Cinque Giornate di Milano, in cui Bianciardi fa collidere, senza dare alcuna spiegazione ma in totale scioltezza, la Milano di metà Ottocento e quella a lui contemporanea. L’effetto è straniante – doveva esserlo di più all’epoca della stesura del testo perché oggi quella Milano e quell’Italia sembrano pure loro lontanissime come gli Austriaci a Milano – ma efficace. Il grande merito è quello di scuotere lo sterile monumento nazionale in cui è stato trasformato il Risorgimento e ridargli vita, mettere a nudo le contraddizioni, i germi di problemi storici di lunga durata insiti in un’unificazione fatta quasi per sbaglio e tutto sommato non voluta davvero nemmeno dai Savoia.
Non mi ha colpito particolarmente, invece, la serie di “esercizi” proposti al lettore dal curatore del volume.

More about I Beatles in IndiaI Beatles in India” di Lewis Lapham (e/o) è un reportage scritto dall’unico giornalista ammesso a Rishikesh nell’ashram del Maharishi all’epoca in cui i Beatles soggiornarono là per approfondire la meditazione trascendentale. Va detto che il titolo, tanto quello italiano quanto quello originale, è leggermente fuorviante perché Lapham con i Beatles a Rishikesh ha avuto pochissimo a fare, un po’ perché in realtà non gli interessavano neanche tanto e un po’ perché erano comunque, pur tra tutte le star del cinema e della canzone che affollavano in quei giorni il santuario, gli ospiti meno avvicinabili di tutti. Che cos’è allora il libro? È soprattutto un racconto dell’ambigua figura del Maharishi e della sua dottrina, tra tradizione spirituale e spiccatissimo senso degli affari (l’impressione che si trattasse di un furbone di tre cotte che è stato bravissimo a cavalcare i cavalli giusti al momento giusto resta fortissima, dopo aver letto il libro). I Fab Four appaiono ogni tanto, quasi in secondo piano, e tutto sommato quello che viene detto su di loro non fa altro che confermare la vasta galassia di aneddoti su quel periodo indiano, a partire da quelli Ringo Starr – il primo ad andarsene – con la sua avversione per il cibo, gli insetti e la meditazione in generale.
Il reportage è bello, si legge alla svelta e ha ancora quel buon sapore di giornalismo di viaggio di una volta. È una bella testimonianza di una delle pagine più pittoresche di quella straordinaria storia del Novecento che è stata l’avventura dei Beatles (al di là della musica, la storia dei Beatles è così strettamente intrecciata con buona parte della cultura di almeno un ventennio del secolo scorso che mi stupisco non la facciano studiare a scuola).

More about CicatriciCon la storia dei Beatles ha dei legami – poco più che un inside joke, ma che fa immediatamente drizzare le orecchie a chi familiarità con le date – “Cicatrici” (Guanda), romanzo di Gianluca Morozzi appartenente alla sua vena “seria” (come Blackout o la serie a fumetti con Michele Petrucci FactorY). In realtà Morozzi non ha lasciato del tutto da parte le tragicomiche avventure sentimentali di trentenni non abbastanza cresciuti: semplicemente ha preso un personaggio parecchio border-line innamorato di una donna bellissima ma che c’ha grossa crisi pure lei e invece di virare la storia in commedia è andato verso atmosfere tragiche. Non è il romanzo migliore di Morozzi e l’ambizione di unire a una storia di dominazione psicologica una sfumatura sovrannaturale non si realizza completamente, perché l’innesto tra le due parti stride un po’. Però come sempre si legge bene, i dialoghi filano che è un piacere e le pagine vanno via una dopo l’altra.

(e con questo siamo arrivati al 15 del mese. Poi ho iniziato a leggere A Dance with Dragons e ci ho messo venti giorni. Era un po’ lungo.)

6 commenti

Archiviato in Libri, Libri del mese, musica

6 risposte a “Autodifesa – luglio 2011

  1. Io ti stimo un casino per la mole di libri che riesci a leggere ogni mese. Anche se avessi la stessa quantità di tempo a disposizione credo che ne finirei un terzo.

  2. Ma parliamo invece di A Dance with Dragons!

    Senza dirmi assolutamente nulla sulla trama, è all’altezza dei primi tre della serie?
    (Mi arriverà nelle prossime settimane e voglio essere pronto!)

  3. uriele

    A proposito di Martin, lo conosci questo sito? http://www.cookingiceandfire.com/

    • Bellissimo. Non vedo l’ora di organizzare una cena con il menu del Red Wedding.

      (secoli fa, avevo le ricette di diversi piatti della saga di Dragonlance. A dirla tutta, facevo delle patate speziate di Otik da 1d6 danni da piccante)

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