Baschia (1 di 6)

Belin

È una tradizione consolidata: come metto piede in territorio francese, corro a cercare un posto che venda schifezze alla ricerca dei prodotti “Belin”. Per fortuna l’aeroporto di Parigi non ha deluso (almeno sotto questo aspetto).
Ma che ci facevo a Parigi? Ci facevo che quest’anno c’è scappato il secondo viaggio dopo quello newyorchese, un ameno giro in nove giorni di una fetta dei Paesi Baschi spagnoli. Poiché siamo vecchie faine della prenotazione dei voli su internet (e di tutto quanto), abbiamo trovato un comodo Genova-Parigi-Bilbao con un agevole scalo di tre ore e passa nel nulla del terminal 2G del Charles de Gaulle. Ma costava meno. E visto che io sono uno che corre a fotografare “Belin” trovandola una cosa divertentissima (chissà se i francesi ogni si domandano perché ci siano italiani che fotografano le scatole con il telefono) capirete che l’argomento è sensibile.
A ogni modo, il CDG è noiosissimo. Per fortuna ci sono delle poltroncine in pelle (verde, bleah) parecchio comode e ho un Kindle carico e non ho paura di usarlo. C’è giusto da andare a vedere la libreria/edicola e commuoversi nel vedere i fumetti venduti fianco a fianco ai libri, ordinati, belli, luminosi nella loro linea chiara, che ti guardano altezzosi dall’alto in basso e dicono “pë pë pë les italians”. Tu non arrossire e non abbassare il capo, ma digli “zitti che a voi in italia vi pubblicano Lanciostory e Skorpio sulla carta velina che neanche la guida tv, fate poco i furbi”.
Comunque così c’è tempo per ripassare il piano di battaglia, che non è semplicissimo.
Abbiamo un’auto prenotata che ci aspetta a Bilbao. Sei alberghi per dieci notti. Sette percorsi in auto stampati da Google Maps, con tanto di schermate di Street View delle svolte da fare per arrivare dritti dritti in faccia all’albergo.
Il tutto elegantemente spillato e disposto in ordine di utilizzo in due buste separate. Una per le prenotazioni, una per i percorsi.
Il piano prevede: arrivo a Bilbao, trasferimento immediato a Vitoria. Pernottamento a Vitoria, partenza per Pamplona. Due notti a Pamplona. Partenza per Zugarramurdi (in provincia di Oristano), visita della grotta delle streghe e ripartenza per Hondarribia, con pernottamento in loco. Trasferimento a San Sebastiàn, pernottamento in loco e ripartenza il mattino dopo per Mundaka. Giornata di ozio e mare con pernottamento e ripartenza il giorno successivo per Bilbao, dove si restituisce l’auto e si restano le ultime tre notti prima di tornare in Italia (a questo punto ci vorrebbe poi un’ulteriore settimana di ferie per smaltire il tutto, ma ahimè no).

In realtà io sono pure un po’ in ansia per il mio povero zaino, che al ritorno da New York si era trattenuto a Fiumicino molto più del dovuto.
Così, quando arrivati a Bilbao lo vedo uscire quasi subito dal nastro trasportare sono felice. Molto felice. Molto meno felice quando lo prendo e mi accorgo che i cursori delle cerniere, tenuti insieme da un lucchetto, sono scomparsi. Tutti e quattro. Puff. Per un attimo penso che mi abbiano fregato qualcosa, ma per fortuna no. Semplicemente, deve essersi incagliato da qualche parte il lucchetto nel nastro una volta sceso il bagaglio, con il risultato di portarsi via tutto. Miracolosamente, i miei capi di vestiario non sono sparsi in giro ma tutti all’interno dello zaino.
Lucilla ha così occasione di sfoderare il suo spagnolo nuovo di zecca con la signorina dell’assistenza bagagli, intanto che io mi deprimo e cerco di tenere insieme lo zaino per evitare che i miei vestiti finiscano a concimare la Baschia.
Baschia che ci dà la seconda parte di benvenuto quando andiamo a ritirare la macchina prenotata. Avevamo chiesto una macchina piccola, che tanto siamo in due, abbiamo giusto gli zaini e se dobbiamo infilarci in dei paesini… Sorridendo, la signora si scusa e ci dice che purtroppo le macchine di quella categoria le hanno finita ma per lo stesso prezzo può darcene una più grossa. Tipo una Citroen C4 dal profilo posteriore così aggraziato che mi è venuto da chiedere scusa alla Duna.

(che poi io di macchine non ne so nulla, non ne capisco nulla e, in generale no. Però quella roba lì dietro non si poteva vedere)

Il tempo di sistemarci, prendere il percorso stampato, estrarre i cd preparati per il viaggio e siamo già sulla strada.
Grazie alle ineffabili istruzioni di Google (“procedere in direzione sud-est”, come fossimo tutti boy-scout) ci accorgiamo di stare andando in direzione sbagliata dopo appena una decina di chilometri e ne approfittiamo per spingerci fino alle ridenti prime case di Mungia, un posto che ci finisci giusto perché hai sbagliato strada, dove facciamo inversione e prendiamo l’autostrada dalla parte giusta. Sbagliamo ancora una volta e finiamo dentro a Bilbao, poi gli dei del viaggio la smettono di ridere di noi, si impietosiscono e ci lasciano andare verso la nostra destinazione. Nel frattempo, l’abitacolo risuona di conversazioni come
“Poffarre, da che parte devo andare, Ale?”
“Diamine, queste buffe indicazioni paiono al mio occhio lacunose. Sono perduto, tentiamo codesta via”
“Santi numi, dove stiamo finendo?”
“Opperbacco, forse era quella dopo. Perderemo minutame prezioso, accidempolina. O forse ci perderemo per codeste lande e non troveremo la nostra destinazione”
“Perdiana, cerca di comprende un poco meglio le indicazioni dinnanzi al tuo naso”
“Sarà fatto, mia signora”
(o qualcosa del genere)

Insomma, alla fine ci infiliamo dentro Vitoria, arriviamo nei pressi dell’albergo e iniziamo a cercarlo. Siamo in un punto in cui le vie sono disposte un po’ come capita, abbiamo prenotato due mesi prima e non ricordiamo nulla dell’aspetto dell’albergo. In fondo al viale c’è un bell’albergo, di quelli che non guardi nemmeno perché dai per scontato che non può essere il tuo. “Aspetta, guarda bene…”
“Ma è quello?”
“Davvero?”
“No, dai, sarà uno sbaglio”
“Boh, fuori c’è scritto così”
“Mmmhhh”
“Fai così, entra e chiedi se è quello giusto. Come se fossi sicura che non lo sia”
E così entriamo nella hall di questo albergo fico a quattro stelle, con gli zaini sulle spalle, i pantaloni con i tasconi, pronti ad andarcene mesti e invece… è lui. Dentro è tipo così:

Che poi prenotando su internet abbiamo pagato un quinto della tariffa standard. Grazie, l'internet.

Ci abbracciamo commossi in ascensore per il primo atto di benevolenza della Baschia nei nostri confronti.
E poi ci dedichiamo all’esplorazione di Vitoria, il cui nome completo è in realtà Vitoria-Gasteiz: Gasteiz era un villaggio dei Vasconi (una popolazione locale) distrutto nel VI secolo dai visigoti, che fondarono lì accanto una nuova città, Vitoria, appunto. Oggi, Vitoria-Gasteiz è la capitale della regione amministrativa dei Paesi Baschi (che non comprende un’importante regione culturalmente Basca, la Navarra, che fa regione a sé) (si sono un sacco di targhe del “gobierno Vasco” che fanno un effetto un po’ strano)
Nella sua parte storica, il centro con la strade che si arrampicano su una collina, ai cui piedi si stende la città moderna, è una cittadina piacevole che ricorda un po’ il Portogallo.
A parte che puoi trovarci dei baschi con il basco:

Semplificando, viene 1 (basco su basco)

Il ricordo di Vitoria vuoi perché è la prima città vista dopo il volo, lo zaino rotto, la giga-macchina, è vagamente offuscato.
Di sicuro c’erano diverse pareti di case del centro storico decorate con giganteschi murales parecchio belli, il genere di cose che ti dà l’idea di un posto vivo, dove non c’è troppa paura a sporcarsi le mani e fare qualcosa di apparentemente spiazzante.

È un po’ lo stesso approccio che c’è anche nei lavori di restauro della cattedrale: il cantiere è visitabile, basta prenotarsi per tempo e puoi partecipare a una visita guidata con tanto di elmetto protettivo (ovviamente non lo sapevamo e non eravamo prenotati).
Ma in realtà mentirei se non dicessi che la cosa che ho apprezzato di più di Vitoria è stata un’inaspettata mostra fotografica sui Motörhead ospitata in uno spazio parecchio serio. Una bella selezione di foto recenti di Lemmy e soci realizzate durante i tour del 2010, con un sacco di bianco e nero di grande effetto. Più invecchia e più quel brutto ceffo di Lemmy diventa fotogenico (a un certo punto mi sono incantanto davanti allo schermo su cui davano Overkill dal vivo; credo di averla ascoltata tre volte di fila)

Amen (anche se forse preferisco nella sua brutale onestà "We are Motörhead and we're gonna kick your ass")

E poi c’è l’impatto con il mangiare in Baschia. Ora, voi che siete stati tutti in Spagna milioni di volte direte “sbuf, adesso parla delle tapas come se non le avesse mai viste prima, che palle”. Sì, esatto. O meglio. Nei Paesi Baschi le tapas si chiamano pintxos (pron. “pìncios”) e da quello che mi è stato dato di vedere sono generalmente fettine di pane su cui è stato impilato tutto l’impilabile, laddove mi pare che le tapas si presentino più “a piattino”.

Pintxos

Questa è Pamplona, ma è per capirsi.

Comunque, il concetto è lo stesso. Entri, ti appollai su uno sgabello al bancone o stai in piedi, ordini da bere e prendi un paio di robine da mangiare. Un rituale non solo piacevole ma assolutamente necessario per sopravvivere fino all’ora in cui qualcuno si degnerà di servirti da mangiare in un ristorante, visto che saremo pure (quasi) sull’Atlantico ma gli orari sono mediterranei. Per tenerci leggeri e ripagarci del fatto che a pranzo non abbiamo mangiato che eravamo in volo e l’ultimo cibo ingerito è un tramezzino a Parigi, ci facciamo tagliare due fette di tortillas di patate, una liscia e una con la salsiccia e buon appetito.
Mentre siamo lì appollaiati al bancone, Lucilla nota che la birra alla spina (caña; al secondo giorno mi sentivo René Ferretti) viene spesso tagliata con la limonata. “Ma che schifo” dice. “No, non è male, poi magari provala” dico io.
Tempo un giorno ed è diventata la sua bevanda preferita di, tipo, tutti i tempi.

(continua)

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9 commenti

Archiviato in baschia, viaggio

9 risposte a “Baschia (1 di 6)

  1. L. di LonelyPlanet

    m u o i o.
    e cmq: vergogna! non hai MAI citato la Santa in questa puntata.

  2. Standing ovation per la didascalia della foto “Basco con basco”.
    E aspetto suggerimenti per come riuscire a staccare gli occhi dalla foto n°2 dei murales, saggiamente riproposta come immagine del blog: roba che se la vedevo dal vivo, il viaggio per me era finito lì.
    MERAVIGLIA.

  3. paola

    la descrizione degli appunti spillati in due blocchetti, con prenotazoni e indicazioni stradali, mi ricordano quelle del mio viaggio in scozia (buon sangue non mente), e anche il minuzioso dettaglio delle esclamazioni nella macchina corrisponde!
    ho dovuto smettere di leggere perchè sono al lavoro,non riuscivo a smettere di ridere…rischiavo di essere buttata fuori

  4. julio

    Muchas gracias por tu interesante y divertido relato. Confio en que el “boh” sea muy largo. Muy, muy preciosas las fotografìas, sobre todo las de los murales. Hasta la proxima entrega. Ciao

  5. Devo dire che hai fatto un viaggio spagnolo fuori dal comune!! Finalmente qualcuno che va in Spagna e non sempre nelle solite città :)
    Presumo che questo viaggio non risalga ai primi di luglio, perchè altrimenti avresti senz’altro scritto qualcosa sulla festa si san Fermin a Pamplona; io ci sono stato nel 2007 e credo di non aver mai visto una festa del genere :) Però ho sempre avuto l’idea che Pamplona, al di fuori di quella settimana, fosse una città morta…tu che dici?
    Mi ha fatto piacere leggere questo post, mi hai riportato al tempo del mio erasmus a Santander, approfittando per fare un salto pure a Bilbao e San Sebastian :)

  6. Bella roba, magari ci siamo pure incrociati, tra Pamplona e San Sebastian (anche se ne dubito, io ci son stato a cavallo tra luglio e agosto).
    Il tuo racconto m’ha fatto tornar la voglia di buttar giù due righe sulla mia esperienza basca, trascorsa però per buona parte nell’Euskadi francese a Bayonne e dintorni.

    Ah… non sapevo della birra e limonata, credevo fosse esclusiva tirolese (il Radler che per abitudine mi bevo in montagna), curiosi ‘sti incroci.

  7. Ma i murales a Gasteiz ci sono per coprire le centinaia di scritte “Euskal presoak Euskal Herrira” che ancora si vedono nei paesini?

    A Granada invece va molto il tinto de verano (vino rosso+limonata), che sembra una bestemmia e invece si lascia bere. Comunque attendo con ansia la puntata in cui affrontate la bevanda nazionale basca: il kalimotxo. Ah, e spero anche che tu abbia re-incontrato i carissimi percebes, i frutti di mare preistorici di cui parlammo quando eri in Portogallo!

  8. @L: la Santa entra in scena nella prossima puntata, pazienta :-)

    @Sì: era parecchio bello, per idea e realizzazione. Dal vivo rende ancora di più!

    @paola: :-D questo blog favorisce la disoccupazione.

    @Julio: obrigado (mi sono dimenticato di dire che io ho continuato imperterrito per nove giorni a salutare e ringraziare la gente con quelle 3-4 parole di portoghese che ricordavo dall’anno prima)

    @Roberto: grazie! A Santander non ci siamo passati, dovendo fare delle scelte abbiamo tagliato quella. Il viaggio è stato nella seconda metà di agosto, quindi niente encierro e firmines; però due robe le ho captate sulla corsa. A suo tempo ne parlo. Noi Pamplona, o meglio il suo centro, l’abbiamo trovata parecchio vivace (ma può essere solo perché avevamo la camera che dava su una via piena di locali e fino alle 4 di notte era come avere tutta Pamplona che parlava di fianco al tuo letto)

    @iguana: in francia abbiamo sconfinato per qualche chilometro andando via da Zugarramurdi. Birra e limonata non mi aspettavo neanche io di trovarla lì, ma è stata una piacevole sorpresa.

    @byron: chissà. In realtà quelle scritte sono molto presenti come bandiere alle finestre, più o meno ovunque dove siamo stati (con dei picchi spaventosi a Pasaia). Vicino al primo murales che ho fotografato (che era vicino a un centro sociale occupato che è di fianco alla questura, meraviglioso) ce n’era un altro, bruttino, in cui dei tizi con degli alti copricapo a cono sfondavano il muro che chiude i territori palestinesi. Era una roba serissima e allo stesso tempo assolutamente ridicola per quei cappelli da david gnomo. Chissà perché non l’ho fotografato.
    Il calimotxo l’ho provato a suo tempo quando delle mie coinquiline invitarono a casa degli Erasmus baschi che si presentarono con l’orrido beverone. Non è una di quelle cose che spero di riassaggiare presto.
    Vino e limonata sembra interessante, invece.

  9. L. come Lonelyplanet

    Forniró foto del murales che citi, dietro adeguato compenso,s’intende.

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