Levi’s

E niente. Finita la pacchia. Per legge, gli sconti sui libri nuovi effettuati dalle librerie possono essere al massimo del 15%. Per un mese all’anno gli editori possono fare promozioni con il 25% di sconto sul proprio catalogo e in fiera possono venderli con il 20% di sconto (il che forse vuol dire anche la fine del rituale di sventolare pass davanti al naso di colleghi di altri stand a Torino dicendo “Ma lo sconto espositori lo fate?”).
Confessate, che tra le materie su cui speravate che il Parlamento legiferasse al più presto c’erano gli sconti sui libri.
Facciamola breve: la legge è una porcata, che nasconde dietro intenti apparentemente nobili – la difesa delle piccole librerie e delle piccole case editrici – uno sbarramento messo a un soggetto forte appena entrato sul mercato italiano, Amazon. Non è che qui si voglia difendere Amazon in generale, che ha le spalle larghe abbastanza per farlo da sola; quello che mi lascia basito è la quantità di fregnacce usate per difendere una legge che protegge uno status quo senza portare benefici a nessuna delle parti che dice di voler difendere.
La soglia di sconto del 15%, infatti, resta comunque molto alta e mi domando quante delle mitologiche piccole librerie possano permettersi sconti simili, con i chiari di luna che passano.
Però magari bisogna fare un passo indietro.
Come funziona la vendita di libri?
Grossomodo, una casa editrice acquista i libri stampati dal suo stampatore. Dal costo fisico di una copia l’editore stabilisce il prezzo di copertina applicando un moltiplicatore. Poi vende i libri a un distributore; il distributore acquista i libri con un tot di sconto dall’editore e rivende i libri con un tot di sconto al libraio. La differenza tra il costo di una copia e lo sconto praticato al distributore è il guadagno dell’editore; la differenza tra lo sconto di acquisto e lo sconto di rivendita al libraio è quello del distributore ; il guadagno del libraio su una copia è la differenza tra quanto paga il libro e a quanto lo rivende.
Diciamo che come editore stampo un libro con prezzo di copertina 10 euro.
Vendo i miei libri a un distributore con uno sconto del 70%, quindi per ogni copia che vendo prendo 3 euro.
Il distributore vende i libri a un libraio con uno sconto del 30%, quindi guadagna 70%-40% di 10 euro, 3 euro.
Se il libraio vende il libro a prezzo pieno, guadagna 3 euro a copia, se lo vende con lo sconto del 10% 2 euro, del 20% un euro.
Ovviamente ho detto “guadagno”, ma in tutti i casi è il guadagno della vendita; nel bilancio vanno poi considerate tutte le spese di esercizio (personale, affitti, utenze), per tutti gli attori coinvolti.
Perché ho fatto tutto questo esempio lungo (e con dati più o meno casuali, giusto per fare i conti tondi)? Perché vorrei che si capisse come quale che sia il prezzo di vendita finale, all’editore finisce in tasca la stessa cifra.
Quindi, se vi è venuto in mente che la storia fosse “i cattivi librai grossi vendono i libri dei piccoli editori a prezzo bassissimo e a questi vanno pochi soldi”… beh, non funziona così. Tutti i conti si fanno sul prezzo di copertina.
Inoltre, sempre sui “piccoli editori”: secondo voi è più facile trovarli in una Feltrinelli, tra muraglie di SavianoFalettiGrishamCuløghiacciässonMeyer, o vederli comparire tra i suggerimenti di una libreria online? O se avete un titolo e un ISBN, è più pratico ordinarli online o fare l’ordine in libreria?
Poi. Lo sconto della distribuzione non è fisso. Lo sconto della distribuzione è negoziato con il libraio a seconda dei casi. Ovvio che una Feltrinelli che fa ordini centralizzati (vale a dire che non è che Feltrinelli Genova ordina 100 copie di Lucarelli, Milano 200, Bologna 180 e via dicendo, ma Feltrinelli ordina 2000 copie che invia poi dove meglio crede) può negoziare sconti migliori della cartolibreria che ne ordina due copie. Secondo i dati pubblicati qui, al distributore va circa il 60% del prezzo di copertina di un libro; vale a dire che nel mio esempio di sopra, per dire, lo compra dall’editore a 4 euro (60% di sconto) e poi lo rivende al librario con il 30% di sconto:

Prendiamo una libreria in cui lavorino tre persone. Il costo del lavoro delle tre persone è, mettiamo, di duemila euro al mese per personea: seimila euro in tutto al mese. Il costo dell’affitto dei locali è, mettiamo, altri duemila euro al mese: ottomila. Lasciamo perdere tutte le altre spese generali (questo è solo un esempio per dare un’idea). Le spese di personale e affitto sono, dunque, calcolando 26 giorni di apertura al mese, 308 euro al giorno, che corrispondo a un venduto (se lo sconto è del 30%) di libri per un prezzo di copertina di 1.026 euro. Se consideriamo che il prezzo medio di un libro di varia è di 14 euro, per incassare 1.026 euro la libreria dovrà vendere 74 libri, ossia, date le 8 ore d’apertura, un libro ogni 6 minuti. Provate ad andare in una libreria di queste dimensioni (che sono più o meno le dimensioni classiche delle cosiddette «librerie indipendenti) e cronometrate le vendite; tenendo poi conto che restano da pagare ancora tutte le spese generali.

Certo: nelle grandi Feltrinelli è tutta un’altra storia. Ma per il libraio indipendente la vita è assai difficile. Se la libreria dell’esempio di cui sopra fosse costretta, dalla concorrenza di una libreria Feltrinelli, a praticare al cliente uno sconto del 10% sui prezzi copertina, per pagare solo personale e affitto si dovranno vendere ogni giorno 110 libri (cioè uno ogni quattro minuti e mezzo), per un totale di 1.540 euro di prezzo di copertina.

I librai guadagnano poco. Ed è per questo che le grandi catene avanzano e i librai indipendenti chiudono.

Insomma, dove voglio ad andare a parare?
Se veramente il criterio della legge era la salvaguardia delle piccole librerie, doveva puntare a soglie di sconto molto, ma molto più basse: la legge francese prevede il 5% (ma in Francia c’è un’abitudine alla lettura che da noi non esiste, oltre che redditi migliori), quella tedesca li vieta e basta. Così, si lascia invece la situazione ben poco variata.
Per tutta una serie di questioni legate al delirante mercato dei libri in Italia (160 libri pubblicati al giorno. AL GIORNO), una libreria indipendente di varia è un’impresa commercialmente suicida, oggi. Possono sopravvivere punti vendita che in qualche modo cercano di specializzarsi, di offrire qualcosa di più; e in fondo non è che una grande libreria di catena debba essere necessariamente un luogo orribile. Purtroppo nella realtà dei fatti è così, perché si è privilegiato un modello da GDO in cui il libraio è poco più che un commesso che ordina gli scaffali e fa ricerche al computer, ma pensate una grande libreria di catena gestita puntando sull’ampiezza dell’assortimento e non sulla profondità (i.e. poche copie di molti titoli invece che molte di pochi titoli), con librai anche solo un minimo competenti e coinvolti nell’organizzazione degli scaffali, dei banchi, ecc.
Insomma, i mali che desertificano il panorama dell’editoria e lo riducono a scaffalate e scaffalate di libri cloni di libri di successo (libri di successo che quando sono usciti non erano cloni di nulla; non è un paradosso affascinante?) vengono da molto più lontano e non saranno affatto risolti da questa legge cialtrona (che vieta gli sconti a dicembre, unico mese dell’anno in cui nessuna libreria ha mai fatto sconti perché a Natale i libri vanno come il pane).
Legge cialtrona che più la guardo e più mi sembra scritta per proteggere gli store online già esistenti (Ibs, Bol, Feltrinelli i principali) dall’attacco di un concorrente con le spalle più grandi delle loro.
Sul Fatto, Stefano Mauri è entusiasta della legge.
E lo sarei anche io, se fossi il presidente di GeMS:

L’editoria italica funziona grosso modo così: cinque grandi editori si spartiscono più del 60% del mercato editoriale: Mondadori, Rcs, GeMS (Gruppo editoriale Mauri Spagnol, che fa capo a Messaggerie), Giunti e Effe 2005, la holding del gruppo Feltrinelli. Il resto va suddiviso tra gli altri 2500 editori attivi in Italia. Cinque Golia e 2500 Davide che non hanno nemmeno uno straccio di fionda. Ma non finisce qui. Prendiamo il gruppo Messaggerie per esempio: oltre a possedere il 73,77% del gruppo GeMS (e cioè Garzanti, Bollati Boringhieri, Longanesi, Tea, Guanda e tanti altri) è anche il primo distributore italiano (25% del mercato) e controlla le catene librarie Giunti al punto, Ubik, Melbookstore, nonché Ibs.it, il quale a sua volta ha in mano più del 50% delle vendite di libri on-line. E non è che Mondadori o Feltrinelli stiano a guardare: quest’ultima ha comprato tre anni fa Pde, il secondo distributore italiano, e ha aperto 104 librerie in tutta Italia (che ora vendono pure ceramica, bleah!). [dall’articolo di Finzioni]

 

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6 commenti

Archiviato in Libri, politica, società

6 risposte a “Levi’s

  1. Riccardo

    Una delle tante leggi in difesa di qualcuno che non sono i consumatori. Alla fine per noi lettori si tratterà solo di avere meno sconti. Oddio, non credo che due euro in più o in meno cambino il mercato, ma se qualcuno si rendesse conto che il problema vero dell’editoria dalle nostre parti è che di libri se ne vendono pochi perché la gente non legge, magari anziché attaccarsi alle soglie massime degli sconti riuscirebbe anche a partorire qualche idea migliore.

  2. Come ho detto e ridetto altrove, le piccole librerie non servono più e infatti sono per lo più chiuse.
    Opporsi allo stato delle cose è solo stupido.

    PS
    Le leggi francesi e tedesche fanno ugualmente schifo, qualunque intervento legislativo che lavora sul prezzo dell’offerta è una roba distorsiva che fa male ai consumatori e al sistema.

    mi chiedo, ma amazon usa il distributore o tratta direttamente con le case editrici?

    • In Francia e Germania l’effetto è limitato dal fatto che sono paesi che hanno una fortissima tradizione di lettura (potrei sparare tutto un pippone su come in Italia la Controriforma abbia reso il possesso e la lettura di libri una gigantesca fonte di problemi, cosa che ha inciso profondamente nel lungo periodo sul nostro rapporto con i libri, ma mi astengo. Per la cronaca, il pippone si conclude con l’idea che lo stato dovrebbe chiedere i danni morali alla chiesa cattolica). In Italia mi sarà che sarà peggio.
      Ma del resto non mi pare di capire che la legge voglia aiutare a vendere più libri (a meno che l’articolo di Mauri non implichi che la gente non compri libri perché vedendo che costano poco pensa che fanno schifo, che sarebbe una teoria interessante).

  3. Ferruccio

    Ci sarebbe poi tutto il capitolo che per entrare da feltrinelli bisogna avere scontistiche dal 50% in su, e che in alcuni casi si paga per mettere il prodotto sugli scaffali.
    Quando lavoravo in fumetteria, una buyer feltrinelli mi disse che avevavno le cose panini con sconti del 55%, e possibilità di resa.
    Quindi la piccola libreria è comunque tagliata fuori.

  4. @groucho: scusa, mi ero dimenticato. Penso che amazon compri dai distributori, come tutti. Magari non ha sconti altissimi (almeno in Italia) perché le dimensioni del mercato online sono ridotte, però ha meno spese di gestione di una libreria (un inciso: amazon.it ha offerto dei prezzi molto convenienti all’inizio, appena aveva aperto e doveva fare una politica di prezzo aggressiva per erodere clienti a ibs, e il mese scorso con il fuori tutto. Nel mezzo i prezzi non erano così radicalmente inferiori a quelli di ibs).

    @ferruccio: ma infatti da sempre, prima ancora dei Malvagi Supermercati (che hanno una quota di mercato tutto sommata bassa e solo sui megabesteller), sono le librerie di catena che distruggono quelle piccole. La storica libreria Di Stefano, in centro a Genova, è sopravvissuta pochissimo all’apertura di una Feltrinelli a 200 metri, negli anni ’90. La Feltrinelli di Bologna nel corso della sua esistenza ha fatto chiudere quasi una ventina di librerie, vantava Romano Montroni qualche anno fa.
    Io non ho particolarmente il feticcio della piccola libreria con il librario amico; mi piacciono le librerie grandi ma, come dicevo prima, mi piacerebbe che fossero gestite meglio e il personale formato meglio.

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