Baschia (2 di 6)

Come promesso, la foto del murale di Vitoria con David Gnomo e i suoi amici con i maglioni di Charlie Brown che liberano i Territori Palestinesi (grazie a Luci per la foto)

Sarà strano io. Ma dopo aver cenato con peperoni ripieni di baccalà, la mattina ho bisogno di qualcosa di dolce.
Quando belli baldanzosi ci dirigiamo al bar nel parchetto indicato dalla guida come posto irrinunciabile per la colazione (che nello sciccosissimo albergo dove siamo costa 14 euro a cranio), scopriamo che sul bancone fanno capolino tortillas di patate e pintxos in cui si sono tuffati gamberi a testa in giù.
Le brioche sembrano essere un bene di consumo esotico per il quale c’è da aspettare. Aspettiamo. Quando arrivano scopriamo che sono un po’ più grandi di quelle a cui siamo abituati e che qui hanno la mania di darti queste posatine da bambino magro non solo per certi tipi di pintxos ma anche per le brioche.
Comunque belli carichi, siamo quasi pronti ad affrontare la prova del trasferimento a Pamplona.
Questa volta partiamo facile: in fondo si tratta solo di tornare indietro da dove venivamo, prendere l’autostrada e seguire le indicazioni per Pamplona. Non sembra, ma fino a che non arriviamo alle porte di Pamplona, è facile. Facilissimo.
Poi io perdo il conto delle rotonde, o i perfidi baschi ne aggiungono ogni tanto per sviare Google. Fatto sta che a un certo punto non capiamo più bene dove siamo. Ma finiamo davanti a un Decathlon. Culo! In albergo abbiamo fatto telefonare dalla ragazza alla reception (che aveva delle mani piccolissime, non riuscivo a smettere di guardarle stupito) all’assistenza bagagli di Air France per sapere che fare per il mio bagaglio rotto. “Fatevi fare un documento dal venditore che testimoni il costo del bagaglio rotto”. Siccome il mio zaino era un Quechua di Decathlon, ci fiondiamo dentro con lo zaino rotto, otteniamo l’agognato documento e nel frattempo io compro uno zaino identico al primo. Quando inizio a girare tra gli scaffali ho un momento di vertigine perché il Decathlon alle porte di Pamplona è esattamente identico al Decathlon di Genova Campi. Per un attimo ho seriamente paura di uscire e trovarmi davanti all’Ikea.
E invece no. Fuori c’è da capire come arrivare all’albergo.
Grazie alle mie precisissime indicazioni rischiamo di prendere un’autostrada direttissima per Bucarest, poi torniamo indietro e in qualche modo arriviamo al centro. Qui le indicazioni di Google ci fanno entrare in un dedalo di stradine che hanno tutta l’aria di essere pedonali e in cui comunque la macchina fa il pelo ai muri. A un certo punto dichiaro di essermi perso. Lucilla mi invita a scendere e chiedere informazioni al vigile. Io le faccio presente che non parlo spagnolo, ma la vista del cric è più efficace di un corso intensivo di sei mesi all’istituto Cervantes. Scendo dall’auto guardando bene a destra e a sinistra che non siano rimasti tori in giro dalla festa di San Firmino, poi vado dal vigile e sfodero un’improbabile lingua meticcia che neanche in un bordello della Tortuga. Il tizio è professionalissimo e attrezzatissimo, non si scompone davanti ai miei versi, estrae una mappa della città e mi disegna il percorso per arrivare all’albergo. Commosso, lo ringrazio in creolo e risalgo in macchina.
Finalmente arriviamo all’albergo, che è nel mezzo di una zona a sosta limitatissima.
La fedele Lonely Planet (d’ora innanzi, “la Santa”) è particolarmente esplicita sul parcheggiare a Pamplona: bisogna cercare un parcheggio a pagamento forfettario perché come sgarri di dieci minuti il parchimetro te la portano via. E parcheggi gratuiti vicini al centro non esistono. Dice la Santa. Consci di ciò, nutriamo di monetine il parchimetro e portiamo gli zaini in camera.
Il propietario della pensione è un ragazzo con la faccia e la testa da bambino, che ricorda vagamente Archie, ma con i capelli neri.
La camera è un gioiellino, con tanto di tavolinetto e terrazzino che si affaccia su una via piena di locali:

E c'è pure il WI-FI (io comunque ho controllato bene che non ci fossero tori nascosti sotto al letto, prima di appoggiare la roba)

Poi, quando stiamo scendendo per andare a mettere la macchina in un parcheggio, il tizio, muovendo le sue mani sotto il mento e parlando così sottovoce che io al confronto ho la voce di Freccia Nera degli Inumani, ci dice che se vogliamo c’è un parcheggio gratuito a una quindicina di minuti a piedi da lì. E anzi, che poco fuori dal parcheggio c’è una via dove si può parcheggiare tranquillamente. Così andiamo a parcheggiare dove ci è stato detto (davanti a un negozio della Games Workshop, perché quando sei nerd davanti ai ritrovi dei tuoi simili ci finisci sempre, che tu lo voglia o no), in neanche dieci minuti siamo di nuovo all’albergo e abbiamo il primo sospetto che, comunque, la Santa sia scritta per gente con il culo pesantissimo. Americani, probabilmente.

Del resto, se Pamplona è parecchio famosa nel mondo è merito di un americano. E che americano.
Fu infatti Hemingway a rendere famosa la festa di San Firmino, descrivendola nel suo romanzo Fiesta (oggi invece probabilmente avrete visto le foto delle ragazze che si levano la maglietta nella colonna di destra di Repubblica.it). A lui oggi è dedicata una strada vicino all’arena delle corride, ma la sua immagine aleggia un po’ ovunque. Per esempio in un bar sulla piazza principale, al cui bancone potete trovare la statua dello scrittore che vi fissa.

È al caffè Iruña; in realtà sta in una saletta a cui si accede dalla porta sulla destra della sala principale, almeno durante il giorno

La festa di San Firmino si tiene nella seconda settimana di luglio, ma la città campa parecchio sulla sua fama e su quella della sua attrazione più spettacolare ed emblematica: l’encierro, la corsa con i tori per il centro della città.

È divertente la nascita di questo rituale, che è tutto sommato recente: è infatti solo nella seconda metà del XIX secolo che a qualcuno viene in mente di mettersi a correre tra i tori che la mattina vengono fatti passare per la città per andare dalle loro stalle all’arena, dove saranno uccisi nella corrida del pomeriggio. Sulle prime, le autorità proibiscono questa pratica. Ma la gente continua a farlo. Essendo la Spagna un Paese latino, il passaggio da “attività proibita” a “tradizione regolamentata” è piuttosto breve e dal 1878 la corsa con i tori ha il suo regolamento e la sua organizzazione.
Tutte le cose che ho imparato sulla corsa le ho imparate nel simpatico museo dedicato all’encierro, che si trova proprio in prossimità della curva in cui i bestioni solitamente scivolano e partono in derapata (deve essere un bel momento, quando ti arrivano addosso quelle centinaia di chili di carne bovina incazzata e frastornata che scivola senza controllo verso di te). All’ingresso ti accoglie un toro imbalsamato, che la ragazza ci tiene a farci vedere che è proprio quello che si vede nel filmato della corsa del 2010 che incorna un tizio in una gamba (“Il corno è entrato per una decina di centimetri, ma il ragazzo ha detto che aveva talmente tanta adrenalina in circolo che si è accorto di essere stato incornato solo quando ha visto il sangue. LOL”; a Pamplona impressionare una ragazza deve essere un affaraccio). Un’altra grande attrazione del museo dell’encierro è il simulatore di corsa: un tapis roulant dov e corri con addosso un bel casco da realtà virtuale (ed è subito 1992, tutti in coda al cinema per vedere “Il tagliaerbe”). Puoi scegliere che tratta fare. Io prendo il lungo rettilineo finale; onestamente non ci capisco molto, perché la tizia mi dice che devo correre con la testa girata verso sinistra. Però mi sembra di avere capito che non sono stato travolto da nessun toro. Lucilla, per una tragica incomprensione, sceglie il ferocissimo tratto iniziale, una salita di cui maledici ogni centimetro già a farla da pedone, figurati con una mandria di bestie incazzate alle calcagna. Non finisce bene.
Però, a furia di guardare filmati, il fascino della corsa inizia a farsi sentire. Mi piace l’idea che il concetto non dovrebbe essere quello di scappare dai tori (che corrono più veloci di te, comunque) ma quello di correre con i tori. E poi mi diverte che tradizionalmente si corre con un giornale arrotolato in mano, che dicono dovrebbe servirti per tenere la distanza tra te e il toro. Come se dovessi sgridare il cane che ha fatto la cacca in salotto.

Un trucco: più il toro ha le corna larga meno è pericoloso, perché sono minori le possibilità che dandoti una musata ti infilzi.

Il benaugurante monumento alla corsa con i tori.

Un’attrazione abbastanza immateriale di Pamplona è il Cammino di Santiago. La città è infatti una delle tappe storiche del percorso del pellegrinaggio (altri percorsi passano sulla costa, toccando anche Bilbao e San Sebastian), che la attraversa segnalato dalle tipiche conchiglie stilizzate.

Se guardate una piantina turistica del centro di Pamplona, scoprirete che il Cammino e il percorso dell’encierro si sovrappongono in diversi punti. Mi domando come mai Buñuel non abbia sfruttato la coincidenza per “La via lattea“.
Comunque non è che ci sia nulla di particolarmente significativo da dire sui pellegrini che si incontrano in giro per la città: hanno la loro conchiglia sullo zaino, degli zaini pesantissimi e la sera girano in ciabatte chiedendo se qualcuno ha un accendino per sterilizzare l’ago con cui bucarsi le vesciche (proprio di fianco a dove siete seduti voi, eh).
Comunque in due giorni a Pamplona abbiamo fatto un sacco di strada sul Cammino; nel caso, spero che ne tengano conto (è un po’ come tutte le volte che entro a Santo Stefano a Bologna, che gironzolo attorno alla colonna che dà 200 anni di sconto in Purgatorio: non si sa mai).
In compenso, visto che siamo in Spagna negli stessi giorni della visita del papa a Madrid per la GMG, ci imbattiamo in un terrificante gruppone di cattolici italiani, delegazione di quattro parrocchie romane con tanto di stendardo, che hanno occupato una piazza e fanno uno strano ballo in tondo attorno a dei tizi che zappano fortissimo sulle chitarre classiche con le corde di metallo.
Per riprenderci dall’apparizione, cosa c’è di meglio che buttarsi in un piacevole bar a strafogarsi di pintxos? Magari in uno con i prosciutti appesi al soffitto che trasudando grasso e rendono l’aria spessa come un muro di gomma? E con la spina per la birra fatta a forma di zampa di maiale?

La spina è quella in primo piano. Le cose bianche attaccate ai prosciutti sono vaschette che raccolgono il grasso che trasuda. Non ho chiesto se ti ci fanno fare la puccia con il pane.

Venti minuti dopo avere scattato la foto qui sopra scopriamo l’esistenza delle crocchette di besciamella con dentro i pezzi di prosciutto crudo e il mondo non è più lo stesso di prima.

Mentre torniamo in albergo la prima sera a Pamplona ci rendiamo conto di una cosa che a Vitoria non avevamo avuto il tempo di mettere bene a fuoco: gli spagnoli parlano tanto. Ma tantissimo. Fuori da ogni bar, dentro ai bar, sui gradini delle fontane, davanti ai negozi chiusi, ovunque, ci sono capannelli di persone che parlano. E sembra che parlino tutte assieme. Telefonini, colpi di pollice alla velocità della luce, visi raggelati dal basso dalla retroilluminazione: assenti. Se in determinate circostanze è lo zaino Invicta o la maglietta dell’Hard Rock Café di chissà dove a qualificarti come italiano, qua deve essere tirare fuori l’iPhone davanti a un bar.
Di colpo mi rendo conto come hanno fatto questi ad andare in piazza e restarci settimane: probabilmente qualcuno aveva iniziato un discorso un po’ più lungo e poi una cosa tira l’altra e ne parliamo domattina, ma magari restiamo a dormire qua così facciamo prima, ehi è una grande idea, vale, vale, vale e Valerio o Valeria o Valentina* hanno portato le loro tende e…

Quando alle quattro di mattina sei milioni di Pamplonesi sono ancora tutti lì a chiacchierare sotto alla finestra della nostra stanza (che non ha l’aria condizionata) però questo tratto del popolo spagnolo lo apprezzo un po’ di meno.

(continua)

* BATTUTONE.

ps: Angry Bulls, per iOS, permette di correre l’encierro dalla parte del toro (olè!). Mai più senza.

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3 commenti

Archiviato in baschia, il cotone nell'ombelico, viaggio

3 risposte a “Baschia (2 di 6)

  1. julio

    La seconda puntata non fa rimpiangere la prima. Mi hai fatto rivivere le sere passate al “Museo del jamon” a Madrid. Che museo non è ma un enorme hangar con migliaia di prosciutti appesi (vaschette bianche comprese) rintronato dalle interminabili chiacchiere dei consumatori di “serrano” o “jabugo”. Mi è sembrato di intravedere, tra la folla dell’encierro, Luci. Quella che ha spaventato i tori. Aspetto la terza.Abrazos

  2. Tytty

    Il toro che ha fatto la caxxa in salotto.. Muoio 0___0

  3. paola

    ma io non capisco perchè continui a viaggiare con gente così pericolosa…..
    bellissimo racconto, comunque, i gamberetti a testa in giù e i milioni di spagnoli che parlano tutti insieme sono esilaranti

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