Baschia (3 di 6)

Quando ti svegli a Pamplona, come puoi non volere andare a fare colazione nel bar dove andava sempre Hemingway, che tanto è proprio a due passi dalla pensione?
“Desidera?” fa il cameriere.
“Vuole quello che prendeva sempre Hemingway” risponde per me Lucilla.
Il cameriere fa una faccia tipo eccone un altro. “Seguro?” chiede.
Annuisco con fare distratto e intanto mi guardo attorno. Cerco di assaporare l’atmosfera, di captare molecole del fumo del sigaro rimaste intrappolate chissà dove.
E poi torna il cameriere. Con un toro.
Vivo.
Il toro ha il manto nero e un corno spezzato e non riesce a scordare la giornalista americana partita per Parigi due settimane fa. Mi coglie di sorpresa con un jab al mento e poi cerca di entrare nella mia guardia con una serie di colpi di disturbo.
Urlo.

“Che c’è?”
Sono in camera. A letto. Lucilla mi guarda preoccupata.
“Ehm. Niente. Un brutto sogno. Mi sa che quell’ultimo pintxos ieri sera non dovevo prenderlo”
“Quello con sopra quella che credevi essere una fettina di zucchina fritta a tempura e che invece era sì fritta ma piena di prosciutto e formaggio?”
“Quello”


Il posto del centro storico di Pamplona che ci è piaciuto di più è “el Rincon del Caballo Blanco”, unica porzione conservata degli spalti della cerchia muraria della città (ci si arriva dalla cattedrale, andando a sinistra). La vista sulla campagna non è spettacolare come ci si potrebbe aspettare, ma il posto ha un aspetto squisitamente medievale e c’è un prato ombreggiato da alberi dove è bello sedersi, mangiare un panino, bere una birra e leggere.
È lì vicino che ho scattato la foto a questo buffo simbolo, che si trova un po’ dappertutto in Baschia:


A seconda dei momenti, può ricordare una svastica disegnata da Asterix o il simbolo dell’aria condizionata della macchina. Su alcuni souvenir è disegnato con un tratto troppo sottile e sembra davvero una svastica; in realtà si tratta di un tradizionale simbolo basco, il lauburu, probabilmente un simbolo solare imparentato con la svastica “storica”, che dovrebbe rappresentare i quattro elementi o le quattro regioni in cui vive il popolo basco. Come detto, si trova un po’ ovunque e sulle prime l’impatto è un po’ spiazzante perché ti sembra di essere nella Baviera del 1936. Poi, quando inizia a fare davvero caldo ti domandi perché diavolo non la accendano, la maledetta aria condizionata che sembrano evocare in continuazione. Per dire, la seconda notte che eravamo a Pamplona, alle nove e mezza di sera il termometro segnava 37 gradi.
Tra il duomo e il museo della Navarra ho incontrato alcuni dei miei santi preferiti:

San Jack Torrance

Quello con il pugnale nel collo

Sant'Agata, la mia santa splatter preferita insieme a Santa Lucia

E poi un Gesù che finge di fare Rocky in cima alla scalinata:

(o anche "I believe I can fly, I believe I can touch the sky")

Tra l’altro in quegli stessi giorni vediamo alla tv che abbiamo in albergo il Papa che assiste a questa spaventosa via crucis in cui ogni stazione è un diorama a grandezza naturale, con tutte le statue ricoperte di abiti veri. Una cosa spaventosa, come è spaventosa l’immagine di un sacco di gente ammassata sulla spianata di asfalto di Madrid, sotto un caldo inumano.
Certo che di tutti i modi che aveva la Spagna per farci sentire come a casa, far comparire il Papa ogni volta che si accendeva la tv era il meno gradito.
È invece più divertente quando ti imbatti in un gruppo di musicisti che suona le loro robe tradizionali per strada e si forma un gruppo di ballo spontaneo:

Il signore in blu era incontenibile

Per gentile concessione di Lucilla

Grandissima professionalità di tutti, giovani e meno giovani, abilissimi nel ballare con in mano bicchieri pieni senza versare neanche una goccia.

Alla fine, un po’ a malincuore, lasciamo Pamplona dopo la solita colazione fianco a fianco con gente che beve birra e mangia panini con la salsiccia alle nove di mattina (probabilmente è l’ultimo spuntino della serata).
La macchina è ancora miracolosamente dove l’abbiamo parcheggiata due giorni prima e intatta.
Destinazione Zugarramurdi, al confine con la Francia. Il percorso di Google Maps prevede il doppio di punti rispetto a tutti gli altri già fatti o da fare. È la tappa di cui ho più paura: visti i precedenti, sarebbe un attimo ritrovarsi alle porte di Lisbona.
E invece miracolosamente va tutto benissimo, nonostante un’interruzione dell’autostrada che ci fa cambiare strada e perdere un bel po’ di punti di riferimento, arriviamo senza grossi intoppi e godendoci una strada che attraversa boschi che ricordano un po’ quelli dell’Appennino, paesini e colline. Tanto per non perdere l’abitudine, incrociamo anche un bel po’ di cartelli del Cammino di Santiago (nei Paesi Baschi spagnoli praticamente tutto è su uno dei tanti percorsi del Cammino; mi domando quanti siano veramente storici e quanti non siano invece “tradizioni inventate” – e quanto sia stata un’invenzione della tradizione il Cammino stesso).

On the road

Ma perché Zugarramurdi, con questo bel nome da paesino sardo?
Facile: perché Zugarramurdi, paesino di 250 anime a dir tanto, è stato  al centro di un famoso processo di stregoneria nel XVII secolo, forse il più grande della storia con oltre 7.000 casi esaminati dal tribunale.
La storia di questo processo è abbastanza buffa e inizia quando una ragazza di nome Maria de Ximildegui torna a Zugarramurdi dopo che la famiglia ha vissuto per qualche anno in un villaggio poco distante, oggi in territorio francese. Maria inizia a raccontare che in Francia si era data alla pazza gioia ed era diventata una strega, andava al Sabba, trombava con il Diavolo e via discorrendo, salvo poi pentirsi, confessare tutto a un prete e venire perdonata. E fin qui tutto bene. Poi, evidentemente perché la povera ragazza doveva essere quella che oggi definiremmo una “attention whore”, prende a raccontare che comunque pure a Zugarramurdi c’è una bella scena e ogni tanto una seratina nel prato davanti alla grotte per  ballare il mambo degli orsi con il vecchio Nick e qualche amiche si riesce a organizzarla. Maria fa dei nomi. Il marito di una delle donne coinvolte la affronta fuori da casa sua, Maria ripete la sua versione dei fatti, si forma una folla, Maria aggiunge altri dettagli. I compaesani sembrano convinti dalla versione di Maria e incitano l’altra donna a confessare. L’altra donna confessa. È l’inizio del delirio. A Zugarramurdi e nei dintorni la psicosi si propaga come un incendio nella paglia: le streghe! Ci sono le streghe! La gente inizia a fare incubi, tutti sospettano di tutti, le streghe sono ovunque. Non ci vuole molto per attirare l’attenzione del Santo Uffizio: il paese è sulla strada per la Francia, c’è sempre qualcuno che controlla che nessun viaggiatore porti con sé libri proibiti. L’inquisitore incaricato di istruire il processo, Alonso de Salazar, riceve circa 2000 confessioni, più della metà da bambini, per un totale di 7000 persone coinvolte.
La prima fase del processo si conclude con una trentina di auto-da-fè e una decina di condanne a morte.
Ma a mano a mano che studia le carte per i casi meno evidenti, Salazar si rende conto che c’è davvero troppo che non va. L’inquisizione spagnola dell’epoca trattava solitamente casi molto più materiali: eresia, ebrei o musulmani convertiti che continuano a praticare la loro religione. Era un tribunale politico e, nella sua ferocia, comunque razionale. Per schiarirsi le idee, Salazar torna a Zugarramurdi, da solo, e ci resta otto mesi. Ripete gli interrogatori, senza fare uso di tortura, si rende conto che emergono contraddizioni su contraddizioni: per esempio, nessuno ha visto le streghe. Butta nel cestino tutte le testimonianze dei bambini. I colleghi iniziano a sospettare che sia passato dalla parte del Diavolo e lo denunciano ai superiori. Lui risponde denunciando gli errori procedurali e le ingenuità (anche da parte sua) commesse nella prima fase del processo.
Scrive:

The real question is: are we to believe that witchcraft occurred in a given situation simply because of what the witches claim? No: it is clear that the witches are not to be believed, and the judges should not pass sentence on anyone, unless the case can be proven with external and objective evidence sufficient to convince everyone who hears it. And who can accept the following: that a person can frequently fly through the air and travel a hundred leagues in an hour; that a woman can get through a space not big enough for a fly; that a person can make himself invisible; that he can be in a river or the open sea and not get wet; or that he can be in bed at the sabbath at the same time… and that a witch can turn herself into any shape she fancies, be it housefly or raven? Indeed, these claims go beyond all human reason and may even pass the limits permitted by the Devil.

E in un altro documento dice una cosa che ne fa probabilmente il primo debunker moderno: se davvero c’entra il diavolo, perché è così scemo da lasciare che persino dei bambini di neanche otto anni possano svelare i suoi piani?
Insomma, Salazar è semplicemente un uomo pragmatico che pensa che l’Inquisizione abbia altro da fare che preoccuparsi dell’isteria dei contadini e limitare i processi per stregoneria a quei casi in cui si sono prove certe e non dicerie. E la sua linea passa: nel 1614 il processo di Zugarramurdi è praticamente annullato e negli anni successivi molti altri processi per stregoneria in Spagna vengono fermati o si concludono con pochissime condanne a morte. Sull’esempio di Salazar aumenta l’attenzione con cui vengono esaminate le accuse di stregoneria prima di essere seriamente prese in considerazione.

In realtà le streghe volavano con la saggina in avanti, perché quando sai far volare una scopa dell'aerodinamica puoi anche sbattertene

Ovviamente, su tutta questa vicenda e sui suoi luoghi il paesino ha costruito la sua fortuna turistica.
Appena fuori dal paese c’è il museo dedicato alla stregoneria, un’esposizione su due piani che racconta la stregoniera prima secondo la prospettiva della Chiesa e poi secondo quella del folklore locale. Potrebbe essere una cialtronata e invece è fatto piuttosto bene, con un allestimento suggestivo ma discreto e video in tre lingue che raccontano la storia del processo e la mitologia basca. La tesi del museo è che sia stata scambiata per stregoneria, come al solito, una forma di cultura pre-cristiana legata alla natura, con i suoi riti e le sue tradizioni, e che su quella sia montata l’isteria collettiva. È una visita piacevole, che prepara bene al piatto forte, cioè le grotte.

Lo stemma dell'inquisizione. Mentre uscivamo dal museo, alla biglietteria c'era una signora che diceva di venire da Girona, città natale di Nicholas Eymerich.

Che poi: le grotte non è che sono un dungeon profondissimo che scende nel cuore della roccia. Sono semplicemente delle gallerie scavate nella roccia, con grande pazienza, dallo scorrere di un torrente. Per arrivarci, dalla biglietteria, di consigliano un piacevole giretto nel bosco, lungo un sentiero usato molto più prosaicamente dai contrabbandieri per fare avanti e indietro tra Francia e Spagna. Un cartello lungo il percorso racconta del patto tra gentiluomini tra guardie e ladri: nessuno girava armato, se le guardie intercettavano i contrabbandieri questi potevano scappare a patto che lasciassero lì la merce. Probabilmente è parecchio idealizzato, ma è un quadretto divertente, quello di questa specie di nascondino tra persone che probabilmente a nascondino ci giocavano davvero insieme da bambini.

Il prato del sabba visto da una grotta

Un fenomeno sinistro è quello che si verifica tutte le volte che vedo scritto “cueva”: sento risuonare nella testa una voce stridula di donna che pronuncia quella parola. Succede una, due, cinque, dieci volte fino a che non mi rendo conto che non sto sentendo le voci delle streghe che ancora riecheggiano per Zugarramurdi ma quella di Simona Ventura durante L’isola dei famosi.

La caverna principale

Alla fine, la visita a Zugarramurdi ci prende il tempo che doveva prenderci, una mattinata e il tempo di pranzare. Di più non è che ci sia da vedere. Persino la Santa Guida non dice moltissimo: si limita a confermare la sua natura di guida per culi pesantissimi avvertendo che un ristorante è “un po’ fuori dall’abitato”. In un paese di quindici case.

Creatività zugarramurdese

(continua)

2 commenti

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2 risposte a “Baschia (3 di 6)

  1. “Perché quando sai far volare una scopa dell’aerodinamica puoi anche sbattertene”

  2. Pingback: Baschia (4 di boh) | βuoni presagi

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