Baschia (4 di 6)

Uno dei momenti che non dimenticherò mai della vacanza in Baschia è quando, dopo aver girato per mezz’ora attorno a Hondarribia per trovare l’albergo, facendo e rifacendo le stesse rotonde milioni di volte, abbiamo finalmente trovato la via dell’albergo ma non c’era posto per lasciare la macchina o per tornare indietro. Allora siamo andati avanti e siamo sbucati in questa via in salita, strettissima e noi avevamo una macchina gigantesca e la via era occupata da una comitiva di turisti e sembrava addirittura che in cima fosse chiusa. E in quel momento sono stato molto felice che Lucilla non avesse mai giocato a Carmageddon, altrimenti sono certo che avrebbe fatto una strage (mentre io le segnalavo eventuali pedoni scampati alla prima passata).
Invece alla fine siamo riusciti a svignarcela dal dedalo di vie del casco viejo, abbiamo parcheggiato sul lungo mare, ci siamo messi gli zaini in spalla e in appena quindici minuti di faticosissimo cammino siamo arrivati alla pensione, con il suo buffo nome, Txoko Goxoa (pron. cioco gocioa; vuol dire una roba tipo “dolce rifugio”, a grandi linee).
Hondarribia (Fuentarribia in castigliano) è la prima località turistica di mare che incontriamo in Baschia. Per arrivarci, scendendo da Zugarramurdi, abbiamo sconfinato in Francia per qualche chilometro. Proprio per la sua posizione di confine, la città è stata fortificata fin dai tempi antichi e il castello di Carlo VII che sorge sulla sommità della città vecchia ha una vista molto bella sul tratto di mare sottostante (oggi il castello, che da fuori è un grosso cubo di pietra non particolarmente attraente, è un albergo di lusso).

La parte fortificata della città è un buffo agglomerato di case con la facciata a graticcio che difficilmente di solito uno associa a una località di mare. Poi, più a valle, ci sono un paio di vie che contengono l’antico borgo dei pescatori, davanti al quale il boom del turismo ha portato alla costruzione di brutti palazzoni affacciati sulla lunga passeggiata a mare, che porta verso la spiaggia.
Non passiamo molto tempo a Hondarribia, è poco più che una tappa per dormire senza fare troppi chilometri lo stesso giorno. Ceniamo a rationes (piatti che contengono più pintxos, una via di mezzo tra lo spiluccare e il mangiare al ristorante), facciamo i nostri giri sulla passeggiata, prendiamo un gelato e poi ce ne andiamo a dormire.

Baccalà, lische di sarde, il sugo del baccalà, sangria.

Il mattino dopo, quando ripartiamo, decidiamo di fidarci della Santa Guida: lasciamo nella busta le indicazioni stampate da Google per San Sebastian e, snobbata l’autostrada, ci lanciamo sulla GI3440, una strada provinciale che segue la costa inerpicandosi sul monte Jaizkibel . La scelta è vincente e, complice il clima, ci troviamo a viaggiare immersi in una perfetta atmosfera atlantica.

Seguendo  la provinciale, si arriva a Pasaia. Nonostante l’anagramma del suo nome sia “Pisaaa” e nonostante appena entrati nel paese ci si trovi davanti a una puzzolente raffineria, Pasaia ha una parte antica che merita una visita, distribuita com’è sui due lati di un’insenatura lunga e stretta, quasi un fiordo. Le stradine, strettissime, sono letteralmente tappezzate di manifesti che chiedono la liberazione di militanti dell’ETA; di tutti i posti che abbiamo visitato, è quello in cui questo tipo di comunicazione era più forte, con tanto di foto delle persone di cui si chiede la liberazione. A un certo punto c’è addirittura una croce scolpita come ex voto per la vittoria dei Vasconi a Roncisvalle contro la retroguardia dell’esercito di Carlo Magno.
“Come?” diranno i miei 25 lettori? Non erano stati i Saraceni?
Ehm, pare di no.
Nei resoconti più tardi, in particolare la Chanson de Roland, gli aggressori diventarono musulmani perché narrativamente funzionavano meglio, ma le cronache dell’epoca parlano esplicitamente dei Vasconi (cioè i baschi), che miravano a impadronirsi dell’oro trasportato dalla retroguardia dell’esercito dei Franchi (Franchi che, con la scusa del “vi proteggiamo dai Saraceni” cercavano di estendere il proprio dominio sulla Spagna).

La fierezza dei Vasconi rivive ancora oggi nello sguardo degli abitanti di Pasaia:

"Vuoi che ti faccio vedere dove gliel'abbiamo infilato il corno, a quello stupido paladino?"

Insomma, a Pasaia, dalla sponda destra del “fiordo” si prosegue fino a che non si esce dal paese e si segue la passeggiata, che porta fino a una spiaggetta di sassi (con il mare parecchio sporco, Pasaia è un porto abbastanza trafficato per le sue dimensioni). Da lì, si prende il sentiero sterrato facendo attenzione a non finire giù di sotto e in pochi minuti si arriva all’imboccatura dell’insenatura. Ne vale la pena, perché la vista è parecchio bella e il vento soffia che è un piacere. E anche perché altrimenti che ci siete venuti a fare, fino a Pasaia? A guardare i manifesti degli indipendentisti?

Verso il mare aperto

Verso l'interno

Da Pasaia arrivare a San Sebastian è facile. A San Sebastian capire dove sia il nostro albergo lo è un po’ meno, perché non possiamo più contare sulle indicazioni di Google. Così mi tocca di nuovo scendere dall’auto a chiedere informazioni in una lingua implausibile, grazie alla quale impietosisco una tabaccaia che mi lascia dare un’occhiata a una delle carte della città senza comprarla. Secondo me quando mi sono messo a fotografare la cartina con l’iPhone non è stata felicissima, ma ero sotto la minaccia del cric e non potevo tornare a mani vuote.
Una volta trovata la strada dell’albergo, convincersi che quello era davvero il posto che avevamo prenotato è stato più difficile. Ok, sapevamo di essere un po’ fuori dal centro. Sulla prenotazione c’era scritto “residencia san sebastian” e “tipologia di alloggio: monolocale”. Pensavamo di avere prenotare in una specie di residence. Poveri sciocchi.
Dopo avere controllato tre volte l’indirizzo e il nome sulla porta ci siamo convinti che non c’era nessun errore: il nostro albergo è in realtà uno studentato universitario che nei mesi estivi ospita anche clienti paganti non universitari. Ci troviamo in coda alla reception che ci guardiamo attorno increduli, leggendo sulle facce degli altri compagni di sventura il nostro stesso stupore.
Una volta preso possesso della camera, una cameretta singola con un lettino aggiunto, devo dire che rispetto a molti studentati che ho visto in Italia, è una struttura dignitosa. Ma, per citare i Tenacious D, “It was awesome… compared to shit“: i letti sono scomodi e il pavimento del bagno diventa un laghetto alla prima doccia. Dice: almeno avrete pagato poco. Insomma, lo stesso che pagavamo a Pamplona per stare in centro (anche se qui c’era compreso il preziosissimo accesso al parcheggio)

Sarà stato questo primo brutto impatto con l’albergo, ma San Sebastian non ci ha poi colpito più di tanto. La città sa di quei posti di villeggiatura fighi da inizio Novecento; è un po’ come mi immagino sia Cannes. Certo, la lunghissima spiaggia davanti alla città è una cosa bellissima. E il casco viejo è carino, così come il porto dei pescatori. Però sembra un posto parecchio pretenzioso.
La cosa buffa è incontrare per strada gente con la tavola da surf sotto il braccio che va verso l’altra spiaggia cittadina, quella più battuta dal vento.

Lezione

Karate Gull (con spiaggia sullo sfondo)

I balconi di questa piazza sono numerati perché venivano usati come palchi quando nella piazza si faceva la corrida.

Forse la cosa che ricordo meglio di San Sebastian è che, attirati dagli schiocchi che provenivano da uno spiazzo in cemento, abbiamo assistito a una partita di pelota basca. La pelota basca è uno sport bizzarro che si può riassumere in “squash a mani nude con una palla da baseball”, almeno nella sua forma più dura e pura.

Anche se i giocatori hanno le mani protette da fasciature, prendere a manate una palla di legno con lucidità sufficiente da imprimerle una traiettoria che spiazzi gli avversari non deve essere propriamente una passeggiata.
È uno sport divertente da guardare perché è veloce, abbastanza imprevedibile e trasmette, attraverso la sofferenza dei giocatori, una bella dose di epicità. Saremmo rimasti a guardare anche di più, ma il ragazzetto che continuava a mangiare pistacchi buttando i gusci tra i nostri piedi non rendeva l’esperienza gradevole (per un istante ho anche pensato di chiedergli cortesemente di piantarla, ma aveva la faccia di uno che mi avrebbe risposto in basco che potevo portare il mio culo non-basco lontano da dove loro baschi facevano le cose basche – per poi metterci una bomba nell’auto e hai voglia a spiegarlo a quelli dell’autonoleggio) (non è vero, probabilmente hanno un modulo apposta per questi casi).
A proposito di sport, un quiz. Qualcuno ha idea di chi sia questo tizio al centro della foto a cui un sacco di gente ha chiesto l’autografo? Dalla faccia e dall’età uno sportivo, dall’altezza penso un cestista.

A San Sebastian si trova anche un centro congressi rinomato per la sua particolare architettura, il Kursaal. La sua struttura fatta di pannelli di vetro traslucidi sembra molto suggestiva quando di notte è illuminata con diversi colori, ma di giorno, soprattutto con il tempo nuvolo con cui abbiamo visitato San Sebastian, sembra fatta come quelle valigette di plastica che si usano a scuola per portare i materiali per disegno tecnico.

E poi, boh, poi basta. San Sebastian è stata la tappa più deludente della vacanza, quella che tornando indietro probabilmente non rifaremmo. Una parentesi in tono minore tra l’accoppiata maremonti Zugarramurdi-Pasaia e la giornata di svacco in un set della Signora in Giallo di Mundaka.
La cosa più figa è che sugli autobus di San Sebastian ci sono i posti riservati per chi viaggia con un mini-me:

(continua)

5 commenti

Archiviato in baschia, viaggio

5 risposte a “Baschia (4 di 6)

  1. L. come Lonelyplanet

    Le cozze fritte di hondarribia sono un po’ deluse di non aver avuto un posto nei tuoi racconti. In fondo ce l’avevano messa tutta: cozze, fritte, con ripieno di besciamella…

  2. “che Lucilla che non”
    – Il grammar nazi.

  3. Pablo

    anche noi a Palermo avevamo dormito in una casa dello studente ma paragonata alla vostra la nostra sembrava un ospedale psichiatrico. Il subcom che usa l’account di spassky perchè non ha voglia di fare il login.

  4. Ferruccio

    grande racconto

    non c’entra niente, ma che pensi di questo?
    http://listaouting.wordpress.com/

    e del fatto che repubblica riporti il link ma non i nomi?

    ciao

  5. L: è vero! mi scuso con le cozze fritte, che sono sempre qui con me nel mio stomaco.

    finto-pablo: ma infatti rispetto a certi studentati bolognesi era un paradiso. In generale, però, sembrava di stare in un ospedale. Purtroppo gli “imperdibili” distributori automatici erano fuori uso.

    torgul: fixed. Ma altro che “nazi”; questo è da vigile urbano.

    ferruccio: uh, in sintesi? Repubblica non riporta i nomi per evitare querele, suppongo.
    L’intera operazione ha intenti nobili ma fatta in questo modo mi sembra una vaccata.
    Però è un discorso lunghetto; mi trovo abbastanza d’accordo con quello che scrive Bordone qui: http://www.freddynietzsche.com/2011/09/23/scemi-come-gli-etero-scemi/

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...