Sergio Bonelli, Guido Nolitta

Il mio primo albo Bonelli.
Era il luglio del 1988, avevo quasi nove anni e mi ero storto un piede in un modo così stupido che non lo rivelerò neanche sotto la minaccia di venire lasciato da solo con Tiger Jack e il suo coltello.
Mia nonna mi portò un numero di Tex per farmi passare il tempo. Chissà perché. Forse era andata in edicola e si era stupita di trovare ancora un fumetto che leggevano i suoi, di figli (narrano leggende di famiglia che mio zio avesse ricopiato con sorprendente fedeltà il frontespizio di Tex con i quattro pard sulla sua scrivania, da ragazzo). Quale che fosse il motivo, io inizio a leggere e la testa, tipo, mi esplode.
Abituato a Topolino e, al massimo, al Giornalino, per la prima volta mi trovavo tra le mani un fumetto in cui il protagonista ammazzava gente senza porsi grossi problemi. Anzi: ci scherzava pure su.
Nelle ultime 40 pagine dell’albo inizia una storia straordinaria, ambientata in una missione abbandonata della California del sud, “La maledizione di Escondida”. Imparo tutto quello che c’è sapere di spagnolo: sangre y muerte, maldido, vamos, bruja, amigos, hasta luego hombre.
Poche settimane dopo parto con la mia famiglia per gli Stati Uniti: California, Arizona e Colorado. Vorrei avere un Winchester, una camicia gialla, sparare a candelotti di dinamite protetto dalle rocce.
Leggo Tex ancora per un annetto buono, poi non so perché smetto. Un paio di anni dopo comprerò il mio primo Dylan Dog. Ma questa è un’altra storia.

Sergio Bonelli, con il giubbotto di Mister No, visto da Leo Ortolani

Casualmente, il luglio del 1988 è anche la data in cui nasce “ufficialmente” l’etichetta “Sergio Bonelli Editore”. Fino ad allora, infatti, la casa editrice, fondata da Gian Luigi Bonelli nel 1940 e portata avanti prima dall’ex moglie Tea e poi dal figlio Sergio, aveva avuto altri nomi (Audace, Cepim, Daim Press, tra gli altri). È solo nell’estate del 1988, dopo 31 anni che dirige la casa editrice, che gli albi pubblicati da Sergio Bonelli iniziano a portare il suo nome.
Come editore, Bonelli ha pubblicato più o meno di tutto. Tantissime serie hanno avuto vita breve, ma non si può dire che non abbia lasciato nulla di intentato; basta vedere la cronologia sul sito. E basta guardare la sezione fumetti di un’edicola per rendersi conto della potenza di una casa editrice che ha di fatto imposto un formato (quello “bonelliano”, che nasce dalla sovrapposizione di tre albetti a striscia) all’intero mercato. Una casa editrice che ha portato sempre avanti una politica che non si può che definire con l’abusata (ma in questo caso veritiera) formula di “innovazione nel rispetto della tradizione”.
In Bonelli i cambiamenti sono fatti a passi piccoli, quasi minimi. Ma alla lunga accadono: guardate gli anni Novanta e Duemila e pensate che è in cantiere la prima miniserie interamente a colori, una cosa che ancora qualche anno fa sembrava inconcepibile per una casa editrice che si identificava con il bianco e nero e usava il colore solo per i numeri celebrativi o per occasionali progetti speciali (gli albi di Cavazzano e Bonvi, per esempio o Leo Pulp). Senza dimenticare che in passato erano state varate collane “d’autore” come “Un uomo un’avventura” o la collana dei Texoni, che doveva ospitare grandi disegnatori esterni alla casa editrice (che adesso si alternano con artisti “di casa” per cui è un po’ come venire chiamati a giocare in nazionale). E che Bonelli rilevò una casa editrice come L’Isola Trovata, che pubblicava cose con un taglio decisamente differente dai suoi albi.

Ma in cosa consiste, di preciso, la “tradizione” bonelliana?

Tex in azione

Uno sarebbe portato a pensare che nasca, per questioni di anzianità, dalla formula di Tex. In realtà no. Tex è stato creato da Gian Luigi Bonelli, padre di Sergio, che al fumetto ci arrivò un po’ come ripiego dalla narrativa. Tex è un personaggio che si rifà in linea diretta alla tradizione del romanzo avventuroso, da Dumas (Tex e i suoi pard sono come D’Artagnan e i moschettieri) a Salgari (per il fascino delle ambientazioni esotiche). Ha le sue suggestioni che vengono da altri generi (maghi, morti viventi, alieni, improbabili eredi dei conquistadores, dinosauri – per ben due volte) ma è nel complesso una serie che ha lasciato un’eredità nella casa editrice che si ritrova in poche serie (Dampyr, per esempio, ha un che di texiano nella composizione della squadra dei protagonisti); anche perché è talmente irripetibile la personalità del suo creatore che persino chi è riuscito dopo di lui a scrivere un buon Tex ha comunque dato sfumature diverse alle storie. Tex è una roccia, spara sempre dritto e non ha mai avuto un dubbio che sia uno (al massimo sul modello di Colt più adatto a una determinata missione) – e sono da ritenere immaginarie eventuali storie in cui viene catturato al lazo, per esempio.
Il canone bonelliano che conosciamo oggi nasce invece dal secondo personaggio più longevo della casa editrice, Zagor, creato da Guido Nolitta nel 1961. Chi sia Nolitta è presto detto: è lo stesso Sergio Bonelli, che per evitare confusioni con il padre si scelse uno pseudonimo. In Zagor, il protagonista è affiancato da un personaggio radicalmente diverso da lui (Cico, un messicano pigro, truffaldino e ghiotto che funge da spalla comica; ma la regola generale è di avere un personaggio secondario caratterizzato in modo complementare a quello principale) e ha un carattere per alcuni versi ambiguo: difende gli indiani ma li inganna facendosi credere una specie di divinità (“Lo spirito con la scure”) e ha ucciso gli indiani che avevano assassinato suo padre, prima di scoprire che in realtà il padre era stato uno sterminatore di indiani che meritava la morte.

Una storia classica di Tiziano Sclavi

Molto più che Tex, Zagor è un vero calderone di generi diversi, in cui Nolitta ha versato tutte le suggestioni del cinema, dei fumetti, della letteratura, con cui è cresciuto e con cui veniva in contatto. E questo è un tratto che è rimasto forte nell’identità delle serie successive pubblicato da Bonelli, anche se non sempre con risultati positivi: pur da grande ammiratore della casa editrice, mi rendo conto che il suo limite maggiore è quello di non essere mai riuscita a dare vita a un immaginario inedito – come ha saputo fare uno Stan Lee, per esempio – preferendo invece nutrirsi di stimoli esterni rielaborati. In questo senso, Dylan Dog è l’erede più diretto di questa tradizione zagoriana, così come Martin Mystère. E che la formula di Zagor funzioni benissimo lo dimostra il fatto che dopo 50 anni il personaggio gode ancora di buona salute e si presta, per esempio, alle poderose contaminazioni con l’immaginario howardiano e lovecraftiano a cui lo sottopone Mauro Boselli (che è incidentalmente anche uno dei migliori autori all’opera oggi su Tex).
Come autore, Nolitta ha anche realizzato il primo fumetto della Bonelli ambientato non più nel west (a dire il vero Zagor sarebbe un “eastern”, ma il concetto è quello) ma “quasi” nel presente: Mister No. Ex pilota dell’esercito americano rifugiatosi a Manaus a fare il pilota di aerei turistici nei primi anni cinquanta, Jerry Drake è il primo vero anti-eroe bonelliano: uno che non va a cercarsi l’avventura ma uno a cui capita di venire tirato in mezzo e che cerca di uscire con la pelle intatta.

Il Piper di Mister No

Il primo numero, del 1975, inizia con una lunga sequenza (una trentina di pagine almeno) in cui si aggira per Manaus con il solo scopo di trovare una bottiglia di whisky decente visto che per il ritardo di un battello in città si trova solo della cachaça. Una scena che in Zagor era forse accettabile con Cico, ma che qui è la presentazione del protagonista della serie. Drake beve, prende botte dalla polizia, ha una fidanzata in ogni bar, ha come amico un ex soldato della Wermacht (che per sfottere chiama Esse-esse), spesso si trova contro a suoi connazionali e ai loro tentativi di arricchirsi calpestando la gente del posto. È un personaggio in cui Bonelli mette il suo amore per i viaggi e per un mondo che stava scomparendo, con echi di anti-imperialismo.
In pratica è come se Bonelli aprisse delle porte ai suoi autori, allargando lo spettro delle cose che potevano far fare ai loro personaggi. Ken Parker inizierà a portare più avanti e rendere più espliciti i discorsi politici, Martin Mystère è finalmente ambientato nel presente, Dylan Dog nel quinto numero mette in scena il legittimo massacro del consiglio d’amministrazione di un’azienda da parte del protagonista… (sia in Martin Mystère sia in Dylan Dog sono stati inseriti prima o poi degli espliciti riferimenti a Mister No; in particolare in Ananga Tiziano Sclavi scrisse il seguito di una sua storia per Mister No, inserendovi anche un cammeo di Martin Mystère).

Nei prossimi giorni, o forse già mentre scrivo queste righe, qualcuno romperà il coro di lodi per Sergio Bonelli e, non necessariamente senza tatto, parlerà anche dei suoi difetti come editore, della sua difficoltà a stare al passo con i tempi, dell’immobilismo, dei fallimenti, del buonismo. Per certi versi è anche giusto: le persone non sono cristalli perfetti, hanno anche i loro difetti.
Però siamo sempre tutti bravi a dare addosso, sminuire, trovare difetti.
Per una volta prendiamoci un po’ di tempo per celebrare una persona che ha diretto per cinquant’anni una delle più importanti industrie culturali di questo paese, i cui fumetti tutti prima o poi abbiamo letto e il cui formato, quelle 96 pagine “a quaderno”, è quello che associamo ai fumetti. Uno dei rari casi di leader di mercato che tratta economicamente i suoi dipendenti meglio della concorrenza.
Uno sceneggiatore che ha scritto migliaia di pagine a fumetti senza mai sognarsi di chiamare “romanzi” le sue storie per darsi un tono e che ha creato un personaggio che sta in edicola da quarant’anni.
Un gigante, uno di quelli che dopo che se ne vanno, una volta asciugate le lacrime, non si può che stare lì in silenzio a pensare “e ora?”

Di Sergio Bonelli ho un solo ricordo diretto.
Ero a Mantova Comics nel 2009, allo stand della Tunuè, una piccola casa editrice di Roma. Stavo comprando un libro e a un certo punto io e la ragazza che me lo stava vendendo ci siamo accorti che Bonelli era lì che guardava i loro volumi. Ricordo di aver pensato che fosse molto bello che alla sua età fosse ancora lì a girare per fiere e guardare quello che facevano le case editrici nuove. Ripensandoci ora, mi viene in mente una frase di Roland Barthes: “Ho avuto la fortuna di unire mestiere e passione, che secondo Stendhal equivale alla felicità”.
Ecco, credo che Bonelli sia stato un uomo felice, che ha reso il mondo un posto un po’ più divertente e piacevole per un bel po’ di gente, almeno a botte di mezz’ora per volta.
E di questo non posso che ringraziarlo.

(Se qualcuno volesse scrivere qualcosa per un ebook in memoria di Bonelli, è il benvenuto)

Bonus: il film turco su Zagor (rigorosamente pirata, nel senso che fatto senza avere i diritti sul personaggio)

 

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7 commenti

Archiviato in fumetti, il cotone nell'ombelico

7 risposte a “Sergio Bonelli, Guido Nolitta

  1. grazie anche da me, davvero, che fra l’altro un po’ di cose non le sapevo.

  2. guisepi

    Adesso mi spiego certe camicie del 1998.
    Sei sempre er mejo!

  3. Grazie!
    (vorrei tranquillizzare tutti: la camicia a cui fa riferimento guisepi è una semplice camicia a quadrettoni rossi e neri reduce dai miei anni grunge. Anche se è probabile che a carnevale del 1989 abbia avuto una camicia gialla e un fazzoletto nero al collo)

    Una precisazione su quell’accenno ai “romanzi”, già che ci sono.
    Il termine Graphic Novel diventa famoso in America con un’opera di Will Eisner, “contratto con Dio”, una lunga storia autoconclusiva pubblicata in volume. Siccome il termine americano per i fumetti è “comics” e la foliazione è di solito di 32 pagine, Eisner voleva giustamente un nome che facesse capire che quello che aveva fatto era qualcosa di diverso dal fumetto americano medio.
    In Italia, da quando alla fine degli anni 50 Bonelli ha introdotto il formato “bonelliano”, i fumetti popolari hanno almeno 96 pagine. Una storia di Tex ha la densità narrativa di un romanzo, perché dura di solito tre albi. Ma anche il primo numero di Diabolik (anni sessanta) riportava in copertina “Romanzo completo” – ma forse quello era un tentativo di fregare qualcuno facendo credere che non fosse un fumetto.
    Oggi, fa ridere vedere “graphic novel” italiane di una manciata di pagine anemiche, mentre per esempio un numero di Dampyr spesso contiene abbastanza materia narrativa da potere essere classificato come romanzo.
    (alla fine anche la Bonelli ha lanciato una sua collana di “romanzi a fumetti”, che sono storie autoconclusive di 300 pagine: http://it.wikipedia.org/wiki/Romanzi_a_fumetti_Bonelli)

    • Speedwagon

      Ma Dampyr oggi com’è? Io ho dei buonissimi ricordi dei primi numeri ma poi l’ho mollato per ragioni che non ricordo…

      • ho smesso dopo il 100, con questa mossa molto anni novanta, un po’ per ragioni di spazio e un po’ perché la piega presa dalla mega-continuity non mi piaceva tantissimo. Compro i numeri scritti da Cajelli che sono sempre un bel leggere.
        I primi numeri di Dampyr sono belissimi. Prima o poi devo rileggere quello, ferocissimo, ambientato in Russia.

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