La violenza fa comodo a tutti?

C’è una foto che è sulla prima pagina di tantissimi giornali italiani oggi, domenica 16 ottobre 2011. È quella di un ragazzo, a torso nudo e volto coperto, con di fianco a un’auto in fiamme, che ha appena lanciato un estintore.

Credo che l’immagine abbia solleticato la pigra immaginazione di così tanti photoeditor perché richiama ovviamente una delle immagini più famose degli ultimi dieci anni, almeno a livello di concetto.

Come se Roma 2011 fosse una specie di continuazione di Genova 2001, come se l’istante congelato per sempre dal colpo di pistola di Placanica si fosse invece mosso in avanti e l’estintore si fosse finalmente librato in aria nella sua parabola (non credo di doverlo ricordare ai lettori di questo blog, ma la foto qui sopra schiaccia la prospettiva; Giuliani era parecchio più lontano dal Defender e probabilmente se lo sarebbe tirato sui piedi, l’estintore).
Del resto, lo spettro di Carlo Giuliani qualcuno l’ha tirato in ballo sabato pomeriggio a Roma, scrivendo “Carlo vive” sul retro di un blindato dei carabinieri prima di darlo alle fiamme.
Per fortuna, Roma 2011 non è stata una nuova Genova. Le condizioni che portarono alla sommossa poliziesca degli luglio 2001, in cui per tre giorni le forze dell’ordine poterono fare quello che volevano su cittadini italiani e stranieri senza renderne conto più o meno a nessuno sono state uniche e irripetibili. Irripetibili specialmente oggi, con un governo zombi che tira avanti a sopravvivere regalando cariche in cambio di fiducia, ben lontano dai giorni gloriosi del 2001, quando l’oggi compagno Fini stava nella centrale operativa dei carabinieri a fare non si sa bene cosa.
Oggi, i giornali “di sinistra” dicono più o meno tutti la stessa cosa, cioè che le violenze di pochi, pochissimi, hanno oscurato le ragioni di un corteo che è stato nella sua larga, larghissima, parte pacifico. Poi ti sparano in prima pagina l’Ultimate Carlo Giuliani. A che gioco stiamo giocando? Ieri sera Gramellini, da Fazio, ha detto:

Basta che un cretino spacchi un vetro e il giorno dopo si parlerà solo di quel vetro spaccato.

Con grande precisione, su tumblr si è commentato “Caro Gramellini: il giornalista è lei”.
Poi, vabbeh, è iniziato il solito copione “black bloc / infiltrati / salcazzo”, paro paro a dopo la manifestazione di dicembre, su cui non ho sostanzialmente cambiato idea.
Ho trovato questo commento sul blog di Wu Ming, che è parecchio istruttivo:

conosco più o meno direttamente tutte le aree politiche romane e tutte le aree politiche italiane che sono state in piazza oggi.
Il dibattito su cosa doveva e non doveva essere questo 15 ottobre, inoltre, era assolutamente pubblico e aperto.
Il movimento ha espresso in questa manifestazione notevoli diversità sia politiche sia di iniziativa di piazza. Ed è giusto che sia così.

In pratica il discorso è che nell’organizzazione del corteo si sapeva che ci sarebbe stato un gruppo che avrebbe agito come ha agito.
E la cosa mi fa parecchio rabbia. Ognuno ha il diritto di stare in piazza come meglio crede e ha il dovere di affrontarne le conseguenze. Se pensi che il modo migliore di interpretare la giornata sia quello di rompere vetrine, distruggere bancomat e auto di lusso, fallo. Però non puoi farlo rischiando di fare pagare ad altri le conseguenze delle tue azioni. Si sa benissimo che la polizia non fa (e non vuole fare) distinzioni, comportarsi in questo modo in mezzo a un corteo è una tattica criminale che espone tanta gente a dei rischi che non è giusto che corra. Poi certo, è ovvio che una volta che la polizia attacca un corteo un certo numero di persone che non era partita con intenti bellicosi finisce per reagire e passa, per così dire, dalla tua parte allargando il fronte dello scontro. Ma una sassaiola a piazza San Giovanni non credo che porti da nessuna parte, né sul breve né sul lungo periodo.
Ieri sera, ancora alle 19 arrivavano da Roma sms di persone partite senza intenti bellicosi, bloccate dietro alle barricate che cercavano di portare a casa la pelle tra blindati che cercavano di investire la gente in mezzo alla strada e lacrimogeni sparati ad altezza uomo.

(immagine da un video di Alessandro Gilioli)

Ecco, e questo per “l’1%”.

Ma forse, gli scontri hanno in realtà permesso di costruire una narrazione “in assenza” dei grandi contenuti e del successo di contenuti della manifestazione.
La manifestazione di Roma era la più importante in Italia di una giornata di proteste indette a livello mondiale dal movimento comunemente chiamato degli “indignati”, che si oppone al sistema finanziario mondiale e alle sue ricadute sulle decisioni in materia di politica economica dei governi. L’idea di fondo è che i governi e i parlamenti, in teoria espressione del voto dei cittadini non rispondano più a questi (se mai lo hanno fatto) ma alle necessità degli organismi finanziari internazionali.
In campo europeo, l’espressione più forte di questo movimento è stata la primavera spagnola, con migliaia di persone che hanno occupato le piazze di Madrid e Barcellona per settimane a maggio; un’esperienza che si è tentata anche in Italia ma con risultati meno buoni (per quanto a Bologna si siano registrate assemblee molto partecipate).
In teoria, dovrebbe trattarsi di un movimento nuovo, “oltre-politico” nel senso che a questo punto il problema grosso non sono i governi attuali (in Italia, poi, non esiste più un governo, esiste solo uno zombi) ma sono a monte, le politiche economiche, le banche, la finanza.
Io ieri ero in piazza a Genova. E a parte la simbolica tenda montata davanti alla Banca d’Italia e poi portata in corteo come un reliquiario, mi è sembrato di essere nella solita, noiosa, stanca manifestazione sempre uguale da quando andavo al liceo. Al punto che forse gli sciroccati con i cartelli sul signoraggio (e le scie chimiche?) erano quantomeno un momento buffo. Al coro “Berlusconi pezzo di merda” davanti alla prefettura ho visto le mie palle cadere e farsi tutta via Roma in discesa alla velocità della luce.
Vabbeh, dice. Ma eri a Genova, era una manifestazione di gente che non aveva tempo o voglia o interesse di andare fino a Roma. Giusto.
Però nel frattempo seguivo su twitter #15ott, l’hashtag della manifestazione romana, e leggevo i tweet di Paolaki. Paolo è tornato in Italia da poco, dopo aver trascorso più di un anno a viaggiare qua e là per l’Europa, quindi ha la fortuna di avere un pochetto dello sguardo dello straniero. E i suoi commenti erano tutt’altro che entusiasti (anche quando non parlava degli scontri):

Vabbeh, dice. Ma prendi solo una persona. Non fa testo.
Vero, ma secondo me il disagio raccontato nei tweet qui sopra è un’espressione istintiva di una cosa che ha detto molto bene Wu Ming 1:

Ritenevamo quanto accaduto oggi quasi inevitabile, insito nella cornice stessa scelta in Italia per aderire al 15 Ottobre planetario: il Grande Corteo Nazionale anziché l’essere ovunque (“Occupy Everything”) che i movimenti praticano nel mondo, e che hanno praticato anche oggi (“962 città in 85 paesi” significa una media di 11 città per paese, mentre da noi si è scelto di convergere quasi tutti in un solo punto, il solito, con tutte le implicazioni del caso).

Inoltre. Un amico che aveva frequentato le assemblee pubblica degli “indignati” genovesi a maggio mi raccontava ieri che all’epoca avevano cercato l’appoggio dei centri sociali cittadini per organizzare l’occupazione di piazza de Ferrari, ricevendo da tutti risposte negative; mentre poi invece ieri avevano tutti organizzato i pullman per Roma.

Mi sembra, insomma, che in realtà il famoso e fantomatico corteo pieno di proposte e idee fenomenali di cui tutti vorrebbero parlare ma, ahimè, non possono perché ci sono stati i teppisti alla fine non sia stato altro che l’ennesima replica del grande corteo contro abberlusconi (che fa schifo e merda ma ormai conta davvero come il due di picche a Magic), quando poteva e doveva l’essere l’occasione di portarsi avanti con il lavoro e iniziare a pensare a che cosa bisognerà fare dopo, come affrontare il macello che ci si prospetta davanti senza più la scusa del grande caprio espiatorio, quando un asettico e invocato “governo tecnico” o un elegante governo confindustriale farà quello che chiede la BCE.

(ps: per quello che vale, comunque, massima stima a Corradino Mineo e a RaiNews24, a cui continuano a togliere fondi e che attaccano pure perché non è abbastanza fedele alla linea)

7 commenti

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7 risposte a “La violenza fa comodo a tutti?

  1. Quello che mi fa rabbia è che una minoranza (magari cospicua) del movimento ha preferito una scarica di adrenalina per qualche ora ad una mobilitazione che probabilmente sarebbe ancora in atto, in modo continuativo, e lo sarebbe forse stata per mesi.

  2. guisepi

    Se fosse un manifesto, aderirei.
    Se fosse una Summa Theologiae, crederei.
    Siccome l’hai scritto tu, ti ringrazio e basta perché lo condividerò.

  3. D: grazie.

    Monsieur: sì, e tra l’altro una scarica di adrenalina assolutamente fine a se stessa. Fosse stato, che so, un tentativo di sfondamento per cercare di occupare qualche luogo simbolico, ancora avrebbe avuto un senso. Ma questa vampata di SPACCHIAMO TUTTO!!1! mi sembra totalmente priva di una qualche utilità concreta sul lungo periodo (sull’immediato, se non altro ci ha risparmiato il menosissimo balletto del numero dei partecipanti).

    Guisepi: non basta a ringraziare.

  4. C’è una cosa che mi sfugge:
    la manifestazione monopolizzata dai teppisti non va bene, la manifestazione tradizionale come da vent’anni (paolaki) o come dal liceo (buonipresagi) non va bene, l’occupazione delle piazze alla spagnola non è andata bene.
    Come doveva essere la manifestazione per riuscire bene ?

    • Ciao, grazie per aver posto la questione.
      In effetti mi rendo conto che il post, scritto mentre l’amarezza per tutto quanto era parecchio forte, non è affatto costruttivo.
      Il problema, secondo me, è che in Italia si è arrivati all’appuntamento del 15 ottobre particolarmente “freddi”, senza che ci sia nemmeno un vero e proprio contraltare del movimento attivo in Spagna o in America. Giusto l’occupazione davanti a Bankitalia la sera di giovedì, che però a questo punto è sembrata una cosa quasi simbolica. I focolai di occupazione delle piazze della primavera si sono spenti abbastanza in fretta (ed era naturale, visto che anche quella era una cosa che cercava di ricreare su due piedi una situazione che in Spagna era stato lo sbocco di mesi di agitazione) e non mi sembra abbiano avuto granché peso nel 15 ottobre nostrano.
      Secondo me il problema è che, per quanto in Italia ci siano in corso una quantità impressionante di conflitti sociali sparsi sul territorio, non ci sia un vero “movimento” unitario. Quindi ci sono queste improvvise periodiche vampate in occasione del Grande Evento, seguite da calma piatta.
      Un modello italiano potrebbe essere la Val di Susa, in cui l’opposizione No Tav è un movimento che esiste da molti anni e agisce in modo continuativo, sul territorio, anche al di là di appuntamenti “istituzionali”.
      In questo senso, le occupazioni delle piazze, le assemblee pubbliche, potevano servire a creare un movimento più diffuso e visibile, meno legato all’immediato.

      Per rispondere alla domanda, temo che date le condizioni di partenza non potesse comunque venire fuori nulla di troppo buono. Fosse andato tutto liscio avremmo semplicemente registrato l’ennesimo corteo che chiedeva le dimissioni del governo e pace e bene per tutti.

      • Sono d’accordo. L’esperienza dimostra che il modello vincente è l’occupy everything, non l’occupy Rome. E forse è anche l’unico modo per evitare che qualcuno giochi a fare l’avanguardia, salvo poi voltarsi e trovarsi il resto del corteo contro.

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