Baschia (6 di 6)

E quindi, dicevamo, lasciamo Mundaka, i suoi surfisti non abbastanza surfisti, il suo albergo di legno bianco e la sua chiesetta irlandese sul promontorio e in una mattina piovosa saltiamo in macchina per andare a Bilbao.


Sulla strada facciamo un rapidissimo summit per decidere se provare a visitare o no Guernica. Una rapida lettura della Lonely Planet nel parcheggio alle porte della città, mentre fuori piove e piove e piove e decidiamo che va beh, sarà per un’altra volta.
Arriviamo in aeroporto e restituiamo la macchina al noleggio, ci mettiamo gli zaini in spalla e andiamo allo sportello delle informazioni per farci spiegare come arrivare in albergo. C’è un momento di muto terrore quando la prima ragazza allo sportello legge il nome della via e fa alla collega “dove cazzo è?”; lo spettro dello studentato di San Sebastian aleggia imperioso. Ma per fortuna l’altra prende l’evidenziatore e sulla cartina colora di giallo fluo una piccola via che corre parallela al fiume, a uno sputo dal ponte che porta al Casco Viejo. Sospiro di sollievo, autobus, scarpinata con gli zaini in spalla sotto la pioggerellina fastidiosa lungo un boulevard alla francese e poi il palazzo della pensione.
In realtà nel palazzo ci sono due pensioni. Citofoniamo a quella giusta, poi in ascensore pigio l’ultimo piano e mi accorgo dopo aver già suonato alla porta che non è la pensione in cui abbiamo prenotato, che invece è al primo piano. Scendiamo di nuovo e ho paurissima del pacco: primo piano, poca luce, magari è una topaia. E ci dobbiamo stare tre notti. E invece. Alla reception, che da su un vero e proprio salottino dove avrei passato delle ore, un signore gentilissimo (cubano, scopriremo poi) ci fa firmare quello che c’è da firmare e poi ci porta in camera. Come si apre la porta, vedo nella penombra un ambiente stretto e penso che era quello il pacco, che la stanza era un buco. Poi entriamo e ci rendiamo conto che quello è solo l’ingresso della stanza, con due armadi in cui starebbe senza problemi il mio intero guardaroba. La stanza è fottutamente grande, ha due (DUE) finestre, di cui una con un bovindo (bovindo viene da bow-window), che è il mio elemento architettonico preferito di tutto il mondo. Il bagno da solo è grande praticamente come la stanza che avevamo a San Sebastian.
Restiamo con il fiato sospeso, però il tizio non dice “ah no scusate, non è questa la vostra camera”, quindi è proprio camera nostra. È talmente una bazza che persino il frigo-bar ha prezzi umani. L’unica cosa è che c’è scritto esplicitamente che se ti beccano a mangiare in camera ti sderenano. Ma perché uno vorrebbe mangiare in camera quando là fuori i banconi dei bar sono pieni di prelibatezze a basso prezzo?
Nel quadro idilliaco della situazione, c’è un solo neo. Piove.
Ma tanto avevamo in programma di andare al Guggenheim (dopo non essere stati a quello di NYC) e quindi quello è il momento migliore.
Da dove siamo, al museo ci si arriva seguendo il fiume, una decina di minuti a piedi. La sponda su cui stiamo, quella della città moderna, è occupata da una lunga sequenza di tende e strutture dedicate ai giochi per i bambini, come parte delle celebrazioni dell’Aste Nagusia, la semana grande : nove giorni di festeggiamenti che iniziano il primo sabato dopo Ferragosto e contemplano divertimenti per grandi e per piccini (di quelli per i grandi, le strutture temporanee che vediamo dall’altra sponda del fiume, parleremo dopo).

PROBLEMS?

La storia del Guggenheim di Bilbao, questa struttura di metallo ondulata e cangiante, è uno dei casi da manuale nella storia della riqualificazione urbana: sorto al posto di fabbriche dismesse, ha praticamente dato una nuova identità alla città, diventando un polo d’attrazione per un nuovo turismo e trascinandone lo sviluppo. La prima cosa in cui ci imbattiamo arrivando nell’area del museo è un gigantesco ragno di metallo. Capisco che Bilbao in basco si chiami Bilbo, ma non capisco perché ci debba essere pure Shelob. Il titolo della scultura è Mother: l’addome dell’aracnide ospita infatti delle cose tondeggianti che immagino debbano essere uova. E che spero non si schiudano mai. Fottuti ragni.

A volte partiva anche il fumo

Io e il ragno in un giorno di sole (foto di Lucilla)

Da lì, si vede anche una delle opere del museo, esposta sulla terrazza esterna del piano terra: i fiori di alluminio di Jeff Koons. Ed è sempre di Koons il gigantesco cane ricoperto di fiori (veri) che si trova davanti all’ingresso principale del museo: il Puppy (solo apparentemente meno inquietante del ragno).

Al master in Grecia non c'era più posto, allora ho fatto la Summer School in Baschia

Vuole l’opinione comune che il Guggenheim sia più bello visto da fuori che visitato. In effetti, se l’esterno è un pezzo di architettura straordinario (e la disposizione dell’interno riflette la sua non linearità), le collezioni ospitate non sono paragonabili a quello che offriva il MoMA di New York. In realtà, però, se siete turisti più o meno casuali come noi, le ridotte dimensioni della collezione sono un punto a favore dell’esperienza, nel senso che non abbiamo fatto a tempo a raggiungere il punto di saturazione. E un altro grosso punto a favore è che puoi uscire e rientrare quando vuoi durante la giornata, cosa utile per andare a mettere qualcosa sotto i denti tra un piano e l’altro (ne abbiamo approfittato per provare i panini di Subway, che non deludono). Tra le cose che mi sono piaciute, una bella mostra che cercava di ricostruire la storia dell’astrattismo, con spiegazioni ben scritte e con il giusto compromesso tra approfondimento e “parla come mangi”. E il filmato di un planisfero fatto di miele divorato dalle formiche.

Gioca in una categoria a parte l’esperienza delle installazioni del piano terra, strutture metalliche costruite partendo da calcoli geometrici che l’audio guida cerca di spiegarti come può, anche se poi tutti quelli che incroci che ci camminano dentro hanno la stessa faccia perplessa di quella volta che sono andato a trovare degli amici all’università e sono rimasto a sentire una lezione di Analisi II.
Tra le cose che non mi sono piaciute, il solito italiano che fende la folla facendo le battute simpatiche sul fatto che “questo sapevo farlo anch’io ahhahah, ma che cazzate”. Ora, non credo sia questo lo spazio adatto per mettersi a fare un discorso sull’arte contemporanea. Però, mi domando, la gente prima di spendere 16 euro 16 per entrare in un museo non si informa su quello che ci troverà dentro? Tra l’altro per il museo si aggirava anche una rumorosissima comitiva di pellegrini italiani di mezza età, che devono avere seguito prima il papa a Madrid per poi lanciarsi per il resto della Spagna. Purtroppo non li ho seguiti nelle sale dove c’erano collage di riviste porno, sarebbe stato divertente (comunque il trucco dell’arte contemporanea è questo: fai la prima cosa che ti passa per la mente, poi ci dai un titolo che c’entra nulla. Che so: un riga bianca su una tela grezza, “La borghesia”. Un pacchetto di Twix su una copertina dell’Espresso del 1987, “Fregene”. Poi hai tutta la vita per goderti lo spettacolo dei critici che dibattono sui tuoi significati).

Metti un Grande Antico nel motore

Dopo aver cenato, vergognosamente, a un’ora che per gli standard locali è l’equivalente dei tedeschi che da noi mangiano il fritto misto alle 18.30, iniziamo a gironzolare per la città. D’improvviso, ci troviamo in mezzo a una fiumana di gente che dalla città nuova sciama verso il fiume. È un po’ come se tutta Bilbao si fosse riversata in strada di colpo. Prima proviamo a risalire la corrente, poi ci arrendiamo e ci infiliamo in una stradina più piccola in fondo a cui c’è un bar… e di colpo va via la luce. Tutte le luci della città si spengono ed esplode quel tipico fuoco d’artificio che nel linguaggio universale dei fuochi d’artificio significa “si comincia”.

Slow Shutter per iPhone si è rivelata utile per queste cose

Seguono venti minuti pieni di spettacolo pirotecnico, che per puro caso siamo riusciti a vedere da una posizione ideale. Venti minuti di fuochi sono una cosa lunghissima, ma lo spettacolo è così ben fatto e vario che passano quasi in un attimo. Per la prima volta vedo dei fuochi straordinari, che partono, esplodono, scendono in basso e poi, PAM!, esplode una seconda carica e risalgano, disegnando in cielo delle onde. Anche i fuochi che esplodono a stella o a cuore non sono malissimo, ma non c’è storia con quelli a due stadi.
Lo spettacolo pirotecnico verrà ripetuto, sempre in pompa magna, anche nelle altre due notti che restiamo a Bilbao: è infatti una delle tradizioni dell’Aste Nagusia, insieme a un’altra un po’ meno istituzionale, le comparsas.
Le comparsas sono gruppi di cittadini che si organizzano per movimentare la festa con attività, concerti e, soprattutto, bevande. Nello specifico, installano lungo la sponda del fiume che dà sulla città vecchia dei bar temporanei, spesso decorati, che trasmettono musica, ospitano concerti e vendono da bere a prezzi popolari. Quest’anno però le comparsas erano in agitazione contro il comune che non ne riconosceva il ruolo e le aveva escluse dalla comunicazione ufficiale della festa, quindi la prima sera troviamo tutti questi stand chiusi.

Lo stand di Hontzak (ne parlo dopo; clicca che si ingranda e vedi i dettagli)

Lo stand di Hontzak (ne parlo dopo; clicca che si ingranda e vedi i dettagli)

Il giorno dopo c’è il sole e prendiamo l’ascensore per andare a vedere la città da in cima alla collina, poi giriamo e passeggiamo. Andiamo anche all’Alhondiga, un vecchio magazzino per il vino riprogettato da Philippe Starck e che oggi ospita diverse attività. Le colonne della grande sala al piano terreno sono 43 e ognuna è realizzata con uno stile differente.

Alla sera, torniamo alla festa, ma adesso le comparsas sono aperte.

Ora, per capire di che stiamo parlando, immaginate una cosa tipo una festa dell’Unità di medie dimensioni. Solo che invece degli stand del Folletto, delle autoconcessionarie, delle pentole, dei ristoranti, della tombola, del tendone per gli incontri ci siano solamente dei posti che ti servono da bere. E che ognuno, oltre a suonare musica fortissima dagli altoparlanti, ospiti concerti. Tu ti puoi comprare il tuo bicchiere di plastica riutilizzabile, in formati che vanno dal normale (con tanto di comodo gancio per appenderlo ai pantaloni) al secchiello da spiaggia e poi gironzolare qua e là a fartelo riempire di quello che più ti aggrada, a prezzi onestissimi (il taglio più piccolo di birra costa 1,50€, dagli stand più economici; mi pare che il massimo fosse il secchiello di superalcolico che stava sui 10 euro).

Pronti a partire

Che gli adolescenti spagnoli abbiano un rapporto disinvolto con il bere non lo scopro certo io, però vedere dal vivo ragazzine minute che ti passano davanti con dei secchielli di mojito o con il tavernello e la cocacola per il kalimoxo fa un certo effetto, più che altro perché ti domani dove diavolo lo mettano (non so come sia nel resto della Spagna, però abbiamo notato che le ragazze di Bilbao durante la festa non si fanno troppi problemi a fare pipì dietro ai bidoni della spazzatura, il che in parte risponde alla domanda “dove lo mettono?”).

Per i maschietti ci sono i vespasiani collettivi, invece

Però nonostante fosse pieno di gente che beveva un sacco, non abbiamo visto praticamente nessun caso di ubriachezza molesta e, in generale, persino quando ci sbattevi contro camminando nessuno ti guardava male (a un certo punto ho iniziato a farlo apposta per farlo notare a Lucilla).
All’Aste Nagusia abbiamo passato una sera divertentissima, a mangiare spiedini di agnello, panini con la salsiccia cotta nel sidro (che è una cosa di una bontà inumana) e churros, a bere birra e sidro e a ascoltare musica. In particolare, ho scoperto il mio gruppo preferito per almeno quaranta minuti, i Kale Gorrian: un chitarrista metal con giacca napoleonica e short, una fisarmonicista vestita da squaw e una cantante con gonnellino hawaiano (per gli altri strumenti avevano le basi).

I Kale Gorrian

Hanno suonato un set di pezzi in basco e cover metal-ska, durante il quale ho conosciuto il mio migliore amico per almeno quaranta minuti, Ciccio (non so come si chiamasse, ma aveva la faccia e la corporatura di uno che gli amici chiamano Ciccio). Ciccio aveva in testa delle corna luminose ed è stato una volta a Genova a prendere un traghetto e gli era piaciuta un sacco piazza Caricamento. Abbiamo pogato insieme e a un certo punto mi ha spiegato che la canzone che stavano suonando era una cover della canzone della festa. Sarà stata la birra, sarà stato l’abbigliamento improbabile del gruppo, ma mi sono divertito un casino e ho deciso, unilateralmente, che i Kale Gorrian sono i KEAP baschi.
Altri concerti orecchiati girando erano di gruppi ska-core (in Baschia gli anni novanta non sembrano essere mai finiti) e di un gruppo rock femminile di cui ho rimosso il nome ma che erano un po’ le Steel Drama basche (questa la capiscono tre lettori genovesi in tutto, forse). Per il resto, i vari stand proponevano di tutto, dal punk alla disco a cose vergognose, tipo quando ci siamo trovati in mezzo a baschi entusiasti che ballavano la “Fiesta” di Raffaella Carrà (e veramente la Carrà è riuscita a rifilare agli spagnoli una roba che in confronto ad altre sue hit è una baracconata improponibile).
Tra gli stand, il mio preferito era quello di Hontzak, perché avevano la birra a poco e i ragazzi dietro al bancone indossavano della casacche rosse e nere che però sembravano rossoblù come le maglie del Genoa di una volta. Lì di fianco c’era anche lo stand di un’associazione femminista, che tra le altre cose ricordava come l’internet menta con una certa crudeltà quando si tratta di donne che hanno relazioni sentimentali con altre donne.

Lo spoof basco di Asterix va tantissimo

La cosa più bella è che, nonostante sia una festa, quella delle comparsas, che ha un aspetto che per noi italiani sembrerebbe “da centri sociali”, è frequentata non solo da giovani (che pure sono la maggior parte) ma anche da persone di tutte le età che sembrano non farsi troppi problemi a gironzolare lì in mezzo, portarci i bambini e vedere gli spettacoli di strada (come quello di un gruppo di tizi che facevano breakdance). A un certo punto abbiamo anche trovato una signora che si era improvvisata “direttrice” di un ballo di gruppo per dei perfetti sconosciuti.

Insomma, una festa. Divertente e partecipata. E lunga. Noi siamo andati a dormire decisamente presto per gli standard spagnoli, ma quando attorno alle sei abbiamo aperto una delle finestre della stanza per fare entrare un po’ d’aria, da fuori arrivava il battere costante della cassa in quarti che andava avanti ininterrotta da sempre.

Sopravvissuti alla notte di festa, l’ultimo giorno è per Getxo, una località di mare poco distante da Bilbao (ci si arriva in metropolitana) che noi abbiamo arbitrariamente chiamato per due giorni “Gecso” fino a che il gentilissimo signore dell’albergo, dopo averci squadrati perplessi non capendo per dove cazzo stessimo chiedendo informazioni, non ci ha rivelato che la pronuncia corretta è “gheccio”, tipo paesino umbro.
Getxo nasce come paesino di pescatori, poi tra ottocento e novecento conosce la fortuna come località turistica e si riempie di ville in riva al mare costruite negli stili più disparati e, per fortuna, poco invasive. La sua attrazione più nota è un ponte che unisce le due sponde del fiume alla cui foce si trova la città; più che un ponte vero e proprio, in realtà è un supporto per la piattaforma che trasporta le auto da una parte all’altra. Patrimonio Unesco, è stato costruito nel 1893 da un discepolo di Eiffel ed è lungo 164 metri. Un ascensore permette di arrivare sulla passerella panoramica a 50 metri d’altezza, dove oltre a farsi schiaffeggiare dal vento si può godere della vista di costa e interno.

Surfista triste davanti a un mare arrabbiatissimo

Questa cosa del vento ci ha un po’ scombussolato i programmi, oltre che i capelli: dovevamo farci la nostra passeggiata, poi arrivare alla spiaggia e lì oziare pigramente fino a che non saremmo stati stufi di prendere il sole. La passeggiata la facciamo anche e in effetti ci sdraiamo anche sulla spiaggia. Sulle prime pensiamo che l’unico fastidio dato dal vento sia quello che ci costringe a una complessa operazione coordinata per stendere gli asciugamani. Come tocca il suolo Lucilla si addormenta e nel giro di pochi minuti è talmente ricoperta dalle sabbie che alcune carovane di mercanti le passano al largo sussurrando leggende indicibili su colonne di ossidiana che la notte mandano sinistri bagliori. Io cerco di fare finta di niente e continuare a leggere, nonostante ci stia volando attorno di tutto. Il mare, tra l’altro, è sempre più mosso e viene sempre più in su. Poi a Lucilla arriva addosso una bottiglia d’acqua direttamente da Barcellona e si sveglia. “C’è tanto vento” dice. Io cerco di minimizzare e schivo un ragazzo con le orecchie a sventola che una folata improvvisa ha strappato dal suo asciugamano dieci metri più in là. “Forse è meglio se andiamo”, dice lei ringraziando la spedizione archeologica inglese che le ha permesso di recuperare la borsa.

Noi eravamo lì

Così riprendiamo la passeggiata lungo la costa. Non facciamo quasi a tempo ad andarcene dalla spiaggia che gli altoparlanti annunciano il risveglio di Cthulhu e la spiaggia viene cancellata dalla marea. Tutto sommato contenti per lo scampato pericolo, arriviamo fino al porto antico di Getxo, che si presenta come un pugno di case strette attorno a una scalinata che scende fino alla strada litoranea. È una piccola Boccadasse senza la spiaggia, appena ibridata con la Grecia, una nicchia di passato nascosta dietro alla Getxo moderna. C’è un bar a cui ci fermiamo per scroccare il wi-fi, bere una birra e fare una specie di pranzo-merenda con dei meravigliosi spiedini cosparsi di salsa alla senape, seduti ai tavoli da cui si guarda verso il mare.

Mi piacerebbe chiudere qui questa lunghissima serie di post post-vacanzieri, con questa bella immagine di quiete e voglio vivere qui e venire tutte le mattine a fare colazione qui e poi stare tutta la mattina seduto davanti al mare a scrivere.

Ma non si può. Chiudere qui, intendo, che viverci a non fare nulla lo davo per scontato.
Non si può perché mentre siamo lì mi cade l’occhio su un giornale dedicato alle cose da fare in zona e leggo che tra le cose preferite dallo staff c’è la paella vegetariana con l’aiolì in uno dei ristoranti del casco viejo di Bilbao, Kasko. E così decidiamo dove consumeremo la nostra ultima cena in Baschia.
Da Kasko ci arriviamo (dopo un paio di pintxos) un po’ in anticipo sull’ora canonica della cena, ma ormai abbiamo deciso che ci frega niente, molto carichi. Al cameriere ordiniamo per cominciare la paella e poi un altro piatto a testa (tipo un bufalo intero io e un delfino Lucilla, una roba così). Il cameriere ci guarda, cancella quello che ha scritto e ci dice che è troppo e non ce la faremo mai. Ci spiega che di solito la gente prende la paella e un antipasto per ingannare l’attesa. È gentile e in fondo sta lavorando contro il suo interesse, così gli diamo retta. Teniamo la paella e prendiamo un piatto di prosciutto crudo Lucilla e dei peperoni con non ricordo più cosa io. No, dice il cameriere. È ancora troppo. Non ce la fate. Prendetene uno solo di antipasto. Ok, rinunciamo ai peperoni e il povero ragazzo fa un sospiro di sollievo e può finalmente portare l’ordine in cucina. Io poi gli ordino in un misto di portoghese e spagnolo “un copo de vino tinto” (e per fortuna mi capisce).
Quando arriva il piatto di prosciutto capiamo che in effetti il ragazzo aveva ragione perché la porzione è abbondante a dire poco; quando poi vedo passare il piatto di peperoni che danno come antipasto mi rendo conto che in effetti avrei potuto rischiare la morte. La paella viene portata in tavola con la marcia imperiale di Guerre Stellari in sottofondo e una tazzina di maionese agliosa di accompagnamento. È un tripudio di riso e verdure ed è buona. Ma è tantissima. Attorno alla terza volta che prendo cucchiaiate di riso da una padella che sembra infinito e ci sbatto sopra crema agliosa come se non ci fosse un domani, temo di avere le allucinazioni perché seduto due tavoli più in là c’è il Robert Plant dei tempi di Led Zeppelin II. Invece c’è davvero un tizio che ha deciso di giocarsi la somiglianza con lui, fino nell’abbigliamento e negli accessori.
Alla fine comunque vince la paella. Nella padella ne resta. Noi rotoliamo fuori dal ristorante dopo avere lasciato una buona mancia al cameriere per averci fatto evitare di buttare via dei soldi ordinando più di quanto saremmo riusciti a mangiare (secondo me è questo genere di cose che fa la differenza nell’accoglienza turistica tra i diversi Paesi; in Italia della roba simile mi è successa solo all’Osteria dell’Orsa a Bologna, che resta soprattutto come prezzi un luogo di altri tempi).
Ci vediamo l’ultimo spettacolo di fuochi e gli ultimi giri tra le comparsas, gli ultimi churros, le ultime birre e l’ultimo sidro, poi torniamo in albergo.

La danza dei mascheroni, come a Viana do Castelo in Portogallo l'anno prima

L’ultimo giorno per Bilbao è caccia ai souvenir da portare agli amici (nei negozi di souvenir incontriamo il 90% dei nostri connazionali di tutta la vacanza) prima di prendere il bus per l’aeroporto.
Sul volo verso Parigi scopro che gli steward della Air France non si fanno problemi se uno legge sul Kindle – e cambia pagina – durante il decollo, risparmiandomi un po’ di scocciature.
Il lungo scalo a Parigi in attesa del volo per Genova lo sfrutto per mostrare a Lucilla le meraviglie della Ville Lumiére, gli sciamps elisè, i bulvard, le butik, la tur iffel, le pasticcerie. Un bel giro, veloce ma approfondito, anche se lei continua a sostenere che invece le sembrava di non essere mai uscita dal terminal. Ma è sempre così Parigi, a vederla in foto sembra sempre meglio.

(Sì, è finita. Due mesi dopo essere tornati o giù di lì. Grazie per chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui)

8 commenti

Archiviato in baschia, Uncategorized, viaggio

8 risposte a “Baschia (6 di 6)

  1. Bellissimo resoconto e sicuramente se mai mi capiterà di tornare in spagna terrò conto di questa recensione e di bilbao&co.
    La questione del cameriere poi è un vero segno di distinzione e di rispetto per il turista, a me è capitato solo una volta a Milano in un ristorante giapponese, l’ho apprezzato moltissimo.

  2. paola

    grande,veramente! l’ho letto d’un fiato, tra una risata e l’altra…anche perchè conosco la tua compagna di viaggio, e immagino scena per scena!

  3. @davide: ora che ci penso in Italia mi è capitato una volta in un ristorante indiano. Alla fine non è solo rispetto per il cliente ma anche una questione etica di evitare sprechi.

    @paola: eh, ma in viaggio dà il meglio, poi :-)
    comunque ho finalmente capito qual è l’archetipo del surfista: Sergio Volpini, l’indimenticato Ottusangolo del primo Grande Fratello.

  4. Io sono andato a Bilbao ma non mi aveva entusiasmato granchè… Con questo resoconto mi hai fatto venire voglia di darle un’altra possibilità di riscatto…

    • Come città in sè, in effetti, non è che sia nulla di irrinunciabile. Però la scelta di andarci durante l’Aste Nagusia è stata davvero ottima e ci siamo divertiti un sacco, quindi il parere complessivo è per l'”esperienza” nel suo insieme.

  5. a

    Satuti da Bilbao!!!! (KALE GORRIAN)

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