In Dublin fair city (1 di 3)

I regali che temo di più, da quando ho memoria di me, sono i pacchetti molli. Di solito l’odio per i pacchetti molli nasce sotto l’albero di Natale da piccolo, quando tua madre ti costringe a ringraziare la zia che ti ha appena messo in mano un pacco dentro il quale è fisicamente impossibile che ci sia un pupazzetto dei Master ma altamente probabile ci sia un maglione. Poi le persone normali passano una fase nell’adolescenza in cui iniziano a chiedere capi di vestiario come regalo di Natale e quindi davanti ai pacchetti molli sono contente; io non ci sono mai passato e lasciavo per ultimi tutti i pacchi che non potevano contenere libri o cd anche mentre i miei coetanei stavano scartando entusiasti jeans dell’Energie o giubbotti dell’Essenza sotto i loro alberi.
Il primo pacchetto molle che abbia davvero apprezzato è stato quello che conteneva una sciarpona di lana irlandese, una decina d’anni fa. E dopo quello ce ne sono stati altri, perché un regalo è un regalo.
Quest’anno ero convinto che per il compleanno Lucilla mi avrebbe fatto un pacchetto molle. Non so bene perché, ma ero convinto che sì.
Invece mi sono trovato tra le mani una busta di Feltrinelli. Una sospettosa busta piccola di Feltrinelli. Segretamente sollevato, ho aperto, ho messo la mano dentro e mi sono trovato davanti a una mini Lonely Planet di Dublino. “Ma nooo! Dovevi prendere prima il biglietto.” Nel biglietto c’erano i dettagli di un fine settimana dublinese, da venerdì sera a domenica pomeriggio (quindi stavolta ve la cavate con poche puntate).

Stacco.

È la sera di venerdì 4 novembre e abbiamo una stanza d’albergo a Dublino. Siamo arrivati in aereo da Milano, Lucilla è sfuggita all’alluvione di Genova appena in tempo.
Il tempo di incasinare la stanza, farci dare una cartina dal simpatico omino della reception e siamo già per strada, diretti verso Temple Bar. La prima cosa di cui mi accorgo è che nel giro di trecento metri ho incontrato almeno cinque persone con una maglietta dei Red Hot Chili Peppers. Cinque persone giovani. Mentre sono lì che mi domando com’è che  a Dublino sono tutti fan dei RHCP, Lucilla mi fa notare che sulla maglietta di un ragazzo ci sono le date del tour e hanno appena suonato a Dublino. Il mistero si dirada, anche se resta quello di cosa spinga della gente giovane ad andare a vedere i RHCP di adesso.
Temple Bar è il quartiere di Dublino, giusto sulla riva del Liffey, il fiume che attraversa la città, che meglio corrisponde all’idea che uno ha della città: ha un’intensa vita notturna animata da decine di pub che offrono musica dal vivo e l’atmosfera “da pub irlandese”. Turistico? Beh sì. Ma siamo turisti, inutile darsi delle arie. Siamo lì per bere delle birre, vedere i posti famosi e fare delle foto.
Temble Bar dà l’impressione però di essere una specie di enclave nella città anche per gli stessi dublinesi, che vanno lì a divertirsi come magari da altre parti non potrebbero fare. La via principale del quartiere, Fleet street, ha un po’ quell’aria di paesino all’interno di una città che a Bologna può avere via del Pratello, solo un pochino più “parco dei divertimenti”. Ogni locale ha sulla porta almeno un buttafuori con l’aria da guardia giurata e dentro almeno un duo di gente che suona. La seconda cosa è commovente; e non penso che lì i gestori dei locali ti chiedano “ma quanta gente portate?” quando proponi di suonare da loro. E del resto la IMRO (la SIAE irlandese) sembra essere un’entità molto più amichevole della sua controparte italiana.
Comunque ci infiliamo in un pub qualsiasi (tanto sembrano tutti abbastanza simili) e in qualche modo, nonostante la mia vocina flebile e la mia nota invisibilità ai baristi, riesco a ordinare una pinta e mezza di Guinness (“glass” è preferibile a “half pint”, come termine), poi ci infiliamo su per le scale e troviamo un tavolino affacciato a una finestra dove bere in pace. Da lì abbiamo una buona visuale su Fleet Street e sull’affascinante spettacolo delle ragazze irlandesi in tiro che cercano disperatamente di camminare sui tacchi (tacco 12, ovviamente) senza avere evidentemente avuto il training necessario, perché l’effetto è quello di “ragazze con i tacchi che camminano come tirannosauri” (per niente aiutato dalla pavimentazione della strada). L’ipotesi che riusciamo a mettere insieme è che i tacchi alti siano una moda recentemente riemersa dopo almeno una generazione di oblio, con effetti che devono fare felici gli ortopedici dublinesi. L’altra cosa che notiamo è che nonostante faccia freddino (non freddo-freddo, ma sotto i dieci gradi) c’è gente che va tranquillamente in giro smanicata e ti fa venire freddo solo a vederla.

un grande classico! Addio al nubliato ("hen party") con furto di berretto a poliziotto e foto perculante.

Il giorno dopo scendiamo a fare colazione. Sul biglietto d’auguri del viaggio c’era scritto che l’albergo offre la “irish breakfast”. Sarà una colazione che vuole la bicicletta? No.
È questo.

Per un attimo ho pensato di chiedere una pinta di Guinness, invece del caffè

Oh, poi è buono. Superato lo choc culturale della cosa, la fame è fame.
Quindi, incamerate quelle tremila calorie partiamo per le strade di Dublino.
Subito fuori dall’albergo, nel Garden of remembrance, che ricorda chi perse la vita per l’indipendenza irlandese, c’è una scultura che rappresenta i figli di Lir, personaggi di una leggenda irlandese trasformati in cigni dalla matrigna e tornati umani dopo 900 anni, come 900 furono gli anni trascorsi dall’irlanda sotto la dominazione inglese (tolto l’Ulster, ovviamente).

L’edificio delle Poste è un luogo simbolo dell’indipendenza irlandese, perché è qui che nell’insurrezione di Pasqua del 1916 aveva sede il quartier generale dei ribelli. A testimonianza degli scontri armati, restano qua e là segni di fucilate.
Oggi davanti all’edificio, dove un tempo c’era una colonna con una statua di Nelson fatta saltare in aria nel 1966) si trova la Spire of Dublin, un ago puntato verso il cielo.

La prospettiva permette, se sei un cretino, di scattare questa foto che ho intitolato “natale a Dublino”:

MAMMAMIACCHEDDOLOOOOOREEEEEE

(in realtà quel signore è James Larkin, personaggio chiave della storia delle organizzazioni sindacali irlandesi)

North Earl Street, proprio di fianco alla Spire, ospita due landmark degni di nota, uno universale e uno un po’ più oscuro:

"the prick with a stick"

Lì vicino c’è anche St Mary, la procattedrale cattolica, ovvero una chiesa che svolge funzione di cattedrale pur senza esserlo. Strange as it seems, Dublino non ha una cattedrale cattolica vera e propria perché le chiese più importanti della città (St Patrick e Christchurch) sono in realtà parte della Chiesa d’Irlanda, anglicana. In compenso, trasmettono la messa sul web:

Su O’Connell Street si incontra anche una traccia del percorso dell’Ulysses di Joyce, anche se la targa, sul marciapiede, è molto cancellata:

Alla fine di O’Connell Street si trova un ponte praticamente quadrato, O’Connell Bridge, ma noi siamo andati a destra lungo il fiume Liffey, su Bachelors Walk. Se cadete in acqua perché avete bevuto troppo, non preoccupatevi perché ai lampioni sono attaccati dei salvagente (mi domando quanti se ne portino via ogni notte).
In acqua avrei voluto buttarmici recitando passi dell’Ulisse di Joyce quando in mezzo all’Ha’Penny Bridge (in italiano “ponte unfiorino“) abbiamo trovato dei moccianissimi lucchetti. A questo punto mi/vi domando: è davvero tutta colpa nostra? O esisteva già una tradizione internazionale di lucchetti sui ponti? O invece con l’Erasmus abbiamo mandato in giro lettori e lettrici di Moccia a riempire di lucchetti i ponti di mezza Europa?

Turista che fotografa un lucchetto in macro

(continua, che lo sconforto ha preso il sopravvento)

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6 commenti

Archiviato in dublino, il cotone nell'ombelico, viaggio

6 risposte a “In Dublin fair city (1 di 3)

  1. Nooooo!!!! Fagioli a colazione noooooo!!!!
    Dublino mi ha sempre attratto. Ho pure un’amica che ci vive da qualche anno. Chissà che prima o poi…

  2. paola

    i pacchetti molli…mitico

  3. Bella Dublino, m’è garbata un sacco e ci tornerei anche ieri.

  4. Ah, spero tu abbia mangiato lo spezzatino stufato nella Guinness che è davvero buonissimo,

  5. @ roberto: guarda, temevo peggio, i fagioli a colazione. E invece… sarà che hanno una salsa leggermente dolce… Se puoi, vai a Dublino. È un posto piacevole e ha dei dintorni notevoli (segue)

    @ paola: uno dei mali che affliggono i giovani uomini in occasione delle festività

    @ negrodeath: mi pare di sì; ricordo di avere preso uno spezzatino stufato in qualcosa ma non sono certissimo fosse Guinness. Però era buono pure lui (avrei voluto mangiare in mille posti, ma avrebbe voluto dire nutrirsi ogni venti minuti – tra l’altro c’erano un sacco di ristoranti malesi (WTF) e almeno un paio di kebabbari che avevano non il rotolone preconfezionato da infilare sullo spiedo ma le singole fette di carne impilate) (una cosa che adoro dell’estero è la varietà dei cibi che trovi)

  6. Pingback: In Dublin fair city (2 di boh) | βuoni presagi

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