Archivi del mese: dicembre 2011

Bob Dylan ad Harlem, Guccini e la Caselli, quel secchione di Fabrizio

Riassunto della puntata precedente: vado sull’archivio della Stampa, cerco la prima volta che hanno parlato di musicisti famosi. Adesso, un aggiornamento veloce pre-capodannizio.

Dicevo che i Beatles sembravano servire come passepartout per raccontare il resto della musica rock.

Vedi per esempio come viene titolato un articolo del 1965, il primo su Bob Dylan (la storica foto con Suze Ruotolo si sposta in didascalia dalle strade del Village a quelle di Harlem):

L’articolo si appoggia tra le altre cose su una dichiarazione di Lennon (“Il più intelligente dei Beatles”) che dice che Dylan ha nel cantare delle inflessioni da negro. Da lì l’articolista parte per ricondurre tutto a quello. Per esempio:

Si mette nei panni di un negro per sapere cosa prova. La sua ragazza lo pianta in asso: «Non pensarci due volte, va tutto bene — canta —. Io sto dalla parte buia della strada, non pensarci due volte, va tutto bene».

I Doors, curiosamente, sono accolti parecchio bene. Forse le voci degli eccessi di Morrison non sono mai arrivate fino a Torino, perché le prime menzioni che trovo, il 12 giugno 1968 e il 29 ottobre dello stesso anno sono recensioni, favorevoli, dei loro singoli, perse in mezzo ad altre cose più o meno improbabili.

"un po' astruso"

 

Fanno capolino anche nel bill del Festival dell’Isola di Wight, a cui viene dedicato un articolo in una terza pagina di tutto rispetto, il 25 agosto del 1970:

Il signor Knaus, benefattore delle mammane.

Il festival viene presentato, dopo i soliti discorsi sugli idoli dei giovani, così:

Al festival saranno presenti anche sacerdoti che distribuiranno ai capelloni fuggiti da casa cartoline, gratuite da inviare ai genitori, almeno per fare loro sapere che non sono morti. Altri religiosi si terranno pronti ad assistere ì ragazzi in bisogno spirituale (o nel corso di un «viaggio» allucinogeno andato male). La gente del luogo è tollerante, dopo l’invasione dello scorso anno, è pronta a tutto, purché i ragazzi non spaventino gli animali. Non mancano i critici, naturalmente. Un ex colonnello vuole che i poliziotti aggrediscano a frustate i barbuti e zazzeruti ribelli. «Rumore, fornicazione, droghe, sporcizia, rifiuti», così ha definito il festival l’ex militare. La classe media soffre a vedere i propri figli educati nelle «Public Schools» finire negli stracci di una ribellione che di musicale ha solo il nome. Il «potere dei fiori» è morto, sono rimasti gli spettacoli. Per oggi, è atteso Leonard Cohen, professione cantante. Per aderire al Festival, ha preteso di essere accolto da una scorta di sei motociclisti.

Un po’ di metal? Gli Iron Maiden vengono citati per la prima volta in un articolo del 1981 che parla dei Saxon:

Un bignami della NWOBHM

C’è poi, in aprile, un reportage da un concerto dei Maiden all’Ariston di Sanremo:

Paul Di'Anno dice ai giovani fan di stare lontani dalla droga perché se cala la domanda i prezzi si abbassano.

E gli italiani? Tipo: Guccini. Eh, Guccini.
Articolo sul Festival di Castrocaro del 12 ottobre 1967:

Caterina Caselli è arrivata nell’alone di una curiosità creata dalle notizie di un suo presunto fidanzamento segreto con Francesco Guccini, studente universitario, bravo interprete di pezzi con la chitarra, autore tra l’altro delle più recenti canzoni da lei incise: Per fare un uomo e Dio è morto. Le chiediamo: «A quando il matrimonio?». Lei risponde con vivacità, ridendo: «Con Francesco non ci sarà matrimonio. Il fidanzamento è tutta un’invenzione». Ma è davvero questa la verità?

Noi di Buoni Presagi crediamo di no.
De André invece, fin da subito, fa la figura del primo della classe:

 «Quando carica d’anni e di castità / fra i ricordi e le illusioni / del bel tempo ohe non tornerà / troverai le mie cantoni  nel sentirle ti meraviglierai che qualcuno abbia lodato / le bellezze che allora più non avrai». Così si inizia il «Valzer per un amore», di Fabrizio De André: il pezzo più commerciale fra quelli finora scritti, musicati ed eseguito dal giovane cantautore genovese. Fabrizio è un umanista, studioso di teatro e di storia dell’arte, di letteratura, laureando in legge (con una tesi sul diritto di sciopero), ammiratore di George Brassens, appassionato del Rinascimento. E dello spirito rinascimentale le sue composizioni hanno la voglia di vivere, la malinconia sottile e la gioia ‘esaltata del «Carpe diem ». Ha scritto finora poche canzoni, ma «Il testamento» e «Il ritorno di Carlo Martello dalla battaglia di Poitlers» sono inserite in quasi tutti i juke-boxes e nel repertorio delle orchestrine dei locali notturni. Le altre sue composizioni sono «La ballata dell’eroe», «La guerra di Piero», «La ballata del Michè», «La canzone di Marinella». Insieme con altri quattro pezzi nuovi, verranno incise nel primo long-playing di Fabrizio, che uscirà a fine mese. Di essi, due sono canzoni di origine medioevale, «Fila la lana», dalla ballata di un Trovatore lorenese del ‘400, forse Bertrand de Villecroix, e «Tieni la vita mia», composizione anonima francese, del ‘500, il cui titolo originale era «Belle qui tiens ma vie captive dans tes yeux». Insieme con un amico, attore e chitarrista, anch’egli genovese, Vittorio Centanaro, Fabrizio le trovò a Parigi, nello sgabuzzino di un vecchio negozio di musica.

Che fine avrà fatto Anna Marchetti, la nuova Mina scoperta al circo?

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Quando i Beatles erano un duo di urlatori

L’archivio della Stampa permette di fare ricerche su tutte le annate del giornale, dal 1867 a oggi.
Uno strumento potentissimo per fare ricerche su “come eravamo” senza spostarsi da casa per andare in biblioteca. Sono certo che ci sia gente che lo usa per cose altissime e utilissime. A me, invece, è venuto in mente di andare a cercare cosa scriveva il giornale della FIAT degli eroi della musica moderna.
Il primo esperimento è stato succosissimo:

Questa anonima “fotonotizia” del 28 ottobre 1963 è stata evidentemente passata senza sapere bene di che cosa si trattasse, visto che il redattore ha deciso che questi “Beatles” dovevano essere un duo, tipo gli Everly Brothers, visto che nella foto sono in due. Così Harrison non solo è immortalato brancato da una giovane svedese ma diventa persino titolare al 50% dell’impresa.
La seconda menzione dei Beatles in quel di Torino è di sfuggita, in un articolo sulla crisi del cinema inglese del 7 gennaio 1964:

Nel 1953 c’erano in Inghilterra oltre quattromilacinquecento cinematografi. Adesso ne sono rimasti duemila. Tutti gli altri sono stati trasformati in sale da ballo, dove la gioventù inglese impazzisce per i «Beatles», un gruppo orchestrale di quattro urlatori

La terza volta che si parla di Beatles, il 16 gennaio 1964, è con un articolo e una foto tutti per loro:

Di nuovo, nell’articolo, George suo malgrado sale sugli allori:

I «Beatles» sono quattro, tutti di Liverpool, hanno dai 20 ai 23 anni e si chiamano Ringo Starr, John Lennon, George Harrison e Paul Cartney. Il primo suona la batteria, gli altri tre suonano la chitarra. John, che è ammogliato ed ha una figlia, scrive con George le parole e la musica delle canzoni che mandano in estasi le ragazzine britanniche.

In riva al Po dovevano avere un debole per il Beatles schivo, ma dovevano essere anche parecchio spaventati da queste orde di giovani urlanti.
Il primo titolo dedicato ai Rolling Stones è un capolavoro, in questo senso:

È l’agosto del 1964 e nel sottotitolo c’è la parola “soqquadro”. Il resoconto è purissimo rock and roll:

I primi incidenti si sono verificati al termine di un’esibizione dei « Rolling Stones », cinque giovani inglesi che suonano le musiche moderne più vivaci e che appunto al Casinò di Scheveningen avevano raccolto migliaia di fanatici ascoltatori. Che cosa sia successo esattamente non è possibile sapere. La polizia, quando è intervenuta in forze, accorrendo persino dall’Aia, ha avuto il suo da fare a dividere gruppi di ragazzi e ragazze, che si picchiavano o si dedicavano ad atti di vandalismo contro i negozi, gli alberghi e le automobili. Una ragazza è. stata trovata completamente svestita e gli agenti l’hanno ricoperta alla meglio con un impermeabile. Altre due ragazze di sedici e diciassette anni si sono presentate spontaneamente alla polizia, piangendo e sostenendo di essersi trovate spogliate nel mezzo della mischia.

È invece il 19 luglio del 1968 la prima volta che Jimi Hendrix fa capolino sulle pagine della Stampa, in un box di micro-recensioni:

La mia notizia preferita su Hendrix però è quella successiva, su StampaSera del 3 dicembre 1968, intitolata “SACERDOTE FA SEQUESTRARE LA COPERTINA DI UN DISCO”:

Un sacerdote ha visto la copertina in un disco esposta in un elegante negozio della Crocetta, si è scandalizzato e dopo una breve discussione con il commerciante ha telefonato in questura ed ha chiesto l’immediato sequestro della fotografia incriminata che raffigurava donne nude. L’ispettrice di polizia e gli agenti che la accompagnavano erano imbarazzati ed hanno deciso di «ritirare» la copertina. Sulla singolare questione deciderà in giornata la magistratura. La fotografia a colori rappresenta un folto gruppo di donne nude, in una posa che ricorda certi famosi dipinti di Delacroix. E’ la copertina di un disco di musica psichedelica con interprete il capellone inglese Jimi Hendrix. Appartiene alla Casa «Track» e non viene normalmente distribuito in Italia. L’ha comprato, durante una recente visita a Londra, Mario Pecol, che è appunto titolare del negozio di corso De Gasperi n. “7-bis. L’altra mattina un sacerdote ha notato la copertina, è entrato nel negozio ed ha chiesto al Pecol di toglierla immediatamente dalla vista dei passanti. «Ma se va in una qualunque edicola — ha ribattuto il commerciante — trova fotografie molto più scandalose di questa». Il religioso ha insistito, quindi si è rivolto per telefono alla squadra del «Buon costume». Pochi minuti dopo l’ispettrice di polizia Giuliana Cervini era nel negozio in compagnia di due agenti. Era la prima volta che le capitava di dover intervenire per il sequestro di un disco. Si è consultata a lungo con i colleghi, quindi ha ritirato l’oggetto della contestazione rilasciando una ricevuta nella quale si legge che il provvedimento è stato preso «per far fotografare in questura la copertina». In giornata l’ispettrice-capo di polizia, dottoressa Meini, si reca dal procuratore della Repubblica di Torino perché decida se mantenere il sequestro oppure restituire al negoziante la copertina incriminata.

È un quadretto bellissimo con il prete, l’ordine costituito, il negoziante che va a Londra a comprare i dischi che in Italia non si trovano. E mi piace pensare che in questura la fotocopia della copertina sia rimasta appesa in molti armadietti per anni. Purtroppo non ci sono più notizie al proposito.

E gli Who?
Facile. Stampa Sera, 24 agosto 1966, rubrica delle domande dei lettori:

Chitarre infrante
Perché i Beatles si chiamano Beatles?
Elena Delogu, Roma

«Beatle» significa scarabeo. I quattro cantanti hanno scelto per il loro complesso questa denominazione perché nell’abbigliamento e soprattutto nell’acconciatura dei capelli somigliano vagamente a coleotteri. Il mondo della musica leggera anglosassone (e per riflesso anche il nostro che lo imita molto) è pieno di simili stravaganze. In Gran Bretagna accanto ai Beatles sono celebri i Rolling Stones «pietre ohe rotolano», dal proverbio «a rolling stone gathers no moss»; cioè «pietra che rotola non prende muffa», gli «Animals», i «Pretty Things» (= «Cose carine», detto ironicamente, perché son molto brutti) i «Kinks» (= «grilli per la testa» o anche «accessi di tosse»), la chiassosissima «Band of Angels («banda di angeli») e, ultimi arrivati, i «Who» (= «Chi», cioè invece d’un nome han scelto un pronome). I «Who» hanno la caratteristica di spaccare deliberatamente le loro chitarre sulla scena. I «Beatles» al confronto paion musicisti da salotto del ‘700.

Si noti che il redattore sfata la cattiva traduzione “Beatles – scarafaggi” e che sembra essere decisamente sul pezzo per quello che riguarda la musica inglese.

I Beatles sono comunque ancora nel 1970 il perno attorno al quale far ruotare la spiegazione del rock. I Led Zeppelin, per esempio:

Londra, 17 settembre. E’ la fine di un’era: i Beatles hanno ceduto il trono della musica pop al quartetto dei Led Zeppelin. L’avvenimento è stato definito «una rivoluzione pop» dal settimanale «Melody Maker», i cui lettori hanno decretato il tramonto dei lungocriniti ragazzi di Liverpool. Ma, come dopo ogni rivoluzione, è valido anche in questo caso il detto «plus ça changen». Gli Zeppelin sono un complesso rock, nella tradizione dei Beatles. Essi, tuttavia, rappresentano la musica underground, cioè quella del mondo semi-clandestino hippie, più dei Beatles, che da sei anni facevano ormai parte dell’establishment musicale, e sociale, britannico. E’ stata una «rivoluzione nella rivoluzione». Gli Zeppelin hanno conquistato il primo posto tra i complessi inglesi ed internazionali, oltre a quello per il miglior album britannico. Al secondo posto, i Beatles, ormai divisi e in declino. Non hanno giovato loro i miliardi, le onorificenze, le attività cinematografiche, i litigi, il distacco anarchico dalla gioventù britannica in continua evoluzione. John Lennon dipinge e fa il rivoluzionario, Paul McCartney incide dischi per conto suo, George Harrison si occupa di filosofie orientali e Ringo Starr, il meno dotato musicalmente, suona la batteria a casa propria. I Beatles hanno rappresentato per la gioventù meno sofisticata d’Inghilterra ciò che fu il commediografo John Osborne («Ricordo con rabbia») per la classe media degli Anni Cinquanta. La musica, le idee, le evasioni oppiacee dei quattro musicisti hanno effettuato una rivoluzione nei costumi della gioventù britannica. Il mondo dei Beatles, prima romantico, si stemperò nella magia allucinogena di Sergeant Pepper, quindi nella delicatezza formale di Abbey Road, per scivolare nella relativa mediocrità di Let it be. Gli Zeppelin raccolgono l’eredità dei Beatles e portano nuovi valori, sia pure incerti e talvolta eccentrici, della ribellione underground, non solo musicali. Non nasce quella società alternativa che promuovono con le loro attività, ma in compenso si arricchiscono. I Led Zeppelin hanno già guadagnato tre miliardi di lire. I loro nomi forse diventeranno famosi quanto quelli dei loro predecessori. Jimmy Page è il chitarrista, John Bonham è il batterista, John Paul Jones si avvicenda ai vari strumenti e Robert Plant è un ottimo cantante. I loro dischi più famosi sono Whole gotta love e How many more times. Sono ragazzi capaci di sviluppare una musica emotiva con ritmi piacevoli non privi d’un forte swing. Non amano le luci della ribalta, non hanno mai inciso un disco a 45 giri, né sono mai apparsi alla televisione britannica. La loro musica, dicono i fans, fa «partire» chi ascolta, è capace cioè di dare sensazioni simili ad un «viaggio» psichedelico. Anche sul loro conto, tuttavia, già circolano voci di una probabile scissione. Ieri sera gli Zeppelin sono venuti appositamente dalle Hawaii, dov’erano in vacanza, a Londra, per partecipare ai festeggiamenti in loro onore al Savoy Hotel. Robert Plant è stato anche nominato il cantante più popolare della Gran Bretagna. Al ricevimento mancavano i Beatles sconfitti. Dalle loro lussuose dimore di campagna, John, Paul, Ringo e George non hanno commentato la sconfitta. Con gli Zeppelin, tuttavia, non si ripeterà la «beatlemania». I nuovi idoli della musica pop non hanno nuovi messaggi da dire ai giovani inglesi. Venderanno più dischi, ma saranno sempre i Beatles ad avere rappresentato una svolta determinante nella musica pop dei nostri tempi.

L’ho copiato tutto perché comunque è un bel pezzo in diretta dalla fine di un’epoca. Il 24 novembre del 1970, “Led Zeppelin III” figurava come disco da regalare “alla ragazza beat”.

A sorpresa, i Deep Purple appaiono per la prima volta in un box di consigli discografici,il 25 febbraio 1969, così:

E i Black Sabbath? La loro prima citazione è in un articolo del 4 agosto 1970 sui riti satanici (figuriamoci):

Le mode girano. La stregoneria è ormai l’ultimo grido della generazione pop e i « figli dei fiori » stanno cedendo il passo ai «figli di Satana». Un avido commercialismo già sfrutta la nuova voga demenziale: gli  opuscoli sulle pratiche occulte e le ristampe dei vecchi trattati di magia nera si moltiplicano; l’arte informale volge al «prisma magico» (proprio a Roma un pittore esperto in astrologia e geomanzia ha tenuto una mostra) e abbiamo i dischi della dannazione ritmica, abbiamo i complessini musicali, come Black Sabbath e Black Widow (inglesi, naturalmente: da dove, se non dalla Gran Bretagna può partire l’offensiva degli spettri?), specializzati in «messe nere» sceniche e così via.

C’è anche il resoconto di un travagliato festival palermitano del 1971 in cui i nostri hanno diviso il palco con, tra gli altri, Bobby Solo, nel settembre del 1971:

Assenti i Circus 2000, assenti i Mungo Jerry, rinunciatari gli Osanna per non essere stata accolta la loro richiesta di esperti addetti alle luci, mentre dal canto loro i Black Sabbath facevano le bizze perché pretendevano di  giungere alla Favorita in «Rolls Royce». In queste condizioni, Joe Napoli si è visto costretto a ripresentare Claudio Rocchi, i «Delirium» e Bobby Solo, i quali si erano già esibiti nella seconda serata. Le esecuzioni dei «Delirium» e dei «Black Sabbath » hanno salvato lo spettacolo dal grigiore, ma la loro esibizione ha avuto come risvolto un’ondata incontenibile di entusiasmo. Le transenne sono siate abbattute e il palcoscenico è stato invaso dal pubblico.

(continua? Continuerà?)

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Autodifesa – Novembre 2011

Bentornati ad Autodifesa, la rubrica di commenti sui libri letti nel mese precedente.
Questa volta, sembra quasi uno speciale a tema su alcune declinazioni sul tema del tempo o, sotto altri aspetti, uno speciale dedicato quasi tutto alla fantascienza.

More about L'occhio del purgatorioL’occhio del purgatorio di Jacques Spitz (Urania Collezione) non lo trovate più in edicola e dovete eventualmente chiederlo al servizio arretrati di Mondadori. Peccato, perché questo libro in un mondo più giusto dovrebbe essere un classico del fantastico assieme ai romanzi di H.G. Wells o a Frankenstein o a 1984 e meritarsi edizioni dalla vita commerciale meno effimera. La storia (reinterpretata da Gianfranco Manfredi in un Dylan Dog del 1994, “I giorni dell’incubo“) ruota attorno a una supercazzola scientifica grazie alla quale uno squattrinato e depresso pittore si trova, suo malgrado, a vedere le cose come saranno nel futuro e non più come sono nel presente. All’inizio lo scarto è solo di ore, poi diventa di giorni, poi settimane, mesi, anni, decenni, secoli, millenni, in un crescendo di dissoluzione. Non preoccupatevi: non ho spoilerato irrimediabilmente il libro, perché l’intreccio – che è poi abbastanza lineare – è un pretesto che permette a Spitz di mettere insieme visioni di ispirazione surrealista e riflessioni esistenzialistiche che costituiscono il vero senso del lungo racconto e che, per fortuna, non è possibile spoilerare. È un lungo e lucidissimo incubo, in cui il fantastico serve non a “mascherare” la realtà ma, al contrario, a farla esplodere, tenderla fino all’estremo per rivelarne l’essenza. Una vena di humour nero mitiga in parte il tono cupissimo della vicenda, lo stessa combinazione che si ritrova anche nel secondo romanzo breve ospitato dal volume, “Le mosche“, variazione sul tema della lotta tra esseri umani e invasori votati al loro sterminio in cui la minaccia non arriva però dallo spazio più o meno profondo ma dagli umili e fastidiosi insetti, che di colpo sviluppano un’intelligenza messa immediatamente al servizio di una lotta ferocissima e senza quartiere contro il genere umano. Anche qui Spitz si dimostra un abilissimo gestore del ritmo narrativo e la vicenda, per quando prevedibile, si snoda in un altro crescendo di orrore e ironia. Le parti migliori sono quelle che riguardano le reazioni di ogni stato all’invasione, con una particolare menzione per la figura da operetta dell’italietta fascista e per l’apocalittico scenario evocato per la Germania nazista. Ma in generale ci sono sparsi abbastanza spunti da dare vita a milioni di fan-fiction (in fondo è l’apocalissi zombi con le mosche al posto dei morti viventi).
Insomma, un volume che al prezzo di un pacchetto di sigarette mette insieme due bei pezzi di fantastico del primo Novecento. Tenete d’occhio bancarelle e remainders.

More about 11/22/63Se il protagonista di Spitz viaggia in avanti nel tempo con lo sguardo, il viaggio nel tempo di Jake Epping, il protagonista di “11/22/63” di Stephen King (Scribner) invece viaggia fisicamente indietro nel tempo fino al 1958. Era da parecchio tempo che non compravo un romanzo di King appena uscito; anzi, grazie ai potenti mezzi di Amazon, l’ho ricevuto sul Kindle proprio appena uscito. It’s a kind of magic, che mi sembrava giusto sfruttare per verificare subito se l’ambiziosa impresa del Re è stata coronata da successo. In “11/22/63”, infatti, lo scopo ultimo del viaggio nel tempo è impedire l’omicidio di John Kennedy il 22 novembre del 1963, nella speranza di cambiare in meglio il corso della storia. Da un’idea del genere può uscire una gigantesca cazzata o qualcosa di molto buono: King per fortuna sua ha pescato le carte giuste e ha costruito attorno a questa idea un romanzo fluviale in cui è riuscito a far stare insieme ricostruzione storica, personaggi tridimensionali e probabilmente più richiami alla sua cosmogonia di quanti io sia stato in grado di cogliere (sono stato un lettore della Torre Nera abbastanza distratto, ahimè).
Colpisce, rispetto a molti altri romanzi di King di questa mole, la rapidità con cui si entra nel vivo della vicenda: il varco temporale verso il 1958 (e ritorno) viene introdotto praticamente all’inizio del libro ed Epping, docente di un liceo del Maine uscito dal matrimonio con un’alcolista, fa il suo primo viaggio indietro nel tempo quasi immediatamente. È una cosa un po’ da episodio di “Ai confini della realtà”, ma che King riesce a spogliare da ogni possibile ingenuità e a farla sembrare assolutamente logica, così come succede con le “regole del gioco” secondo le quali il varco porta sempre nello stesso giorno del 1958 e nello stesso posto; qualunque azione effettuata nel passato che cambi il futuro viene annullata da un eventuale viaggio successivo; non importa quanto tempo si passi nel passato, nel “presente” saranno sempre passati solo due minuti.
Insomma, sembra che King abbia fretta di sbrigare le formalità il più in fretta possibile per buttarsi a capofitto nel vivo della vicenda, cosa a cui si dedica diligentemente. C’è qualche eco da Ritorno al futuro, che non poteva non essere evocato in qualche modo (l’almanacco con i risultati sportivi), e c’è un commovente incontro a Derry con due personaggi di It. La ricostruzione dell’America di fine anni cinquanta-inizio anni sessanta fatta King è precisa e oscilla tra il fascino per un mondo più semplice e il rigetto per un mondo molto più bigotto e rigido (oltre che ovviamente segnato dalla segregazione razziale); un mondo che in ogni caso sembra offrire un perfetto rifugio a una delle più persistenti ed efficaci incarnazioni del Male secondo Stephen King, vale a dire il padre di famiglia violento con moglie e/o figli. Qui ne abbiamo addirittura tre occorrenze, una delle quali è proprio Lee Oswald, l’uomo che uccise JFK (taglio la testa al toro per non entrare nel campo minato delle ricostruzioni della morte di Kennedy, argomento su cui onestamente non so abbastanza per propendere per questa o quell’ipotesi; vi segnalo solo questo breve spezzone su una delle figure di contorno più inquietanti e a suo modo kinghiane di quella mattinata texana, l’uomo con l’ombrello). Su così tante pagine di romanzo è fisiologico che ci siano alcuni momenti di stanca, specie nelle sequenze di raccordo tra le parti più importanti, ma generalmente King riesce a tenere alto il ritmo e, di tanto in tanto, a lasciare cadere senza troppo clamore frammenti di trama che troveranno completamento più avanti (così come alla fine vengono spiegate molte cose apparentemente senza senso che succedono nella prima parte del libro). Come nelle opere migliori di King, l’incantesimo per cui da un lato desideri di arrivare il più in fretta possibile alla fine del libro per scoprire che cosa succederà e dall’altro vorresti invece ritardare quel momento il più possibile per non dovere abbandonare i personaggi funziona benissimo e il libro si legge tutto sommato in fretta (anche se ovviamente leggerlo in inglese lo fa durare un po’ di più).
In questo caso, anticipare troppo della trama rovinerebbe il piacere della lettura; basti solo sapere che il finale è soddisfacente sia dal punto di vista delle implicazioni dei viaggi nel tempo sia da quello dello sviluppo dei personaggi. E che le due cose in qualche modo si sostengono a vicenda. Tenete a portata di mano i fazzoletti, in ogni caso.

More about Chi non muoreChi non muore” di Gianluca Morozzi (Guanda) è un interessante tentativo da parte dello scrittore bolognese di riunire in un romanzo solo i due filoni della sua produzione – la commedia e il thriller-horror venato di sovrannaturale. In realtà, l’equilibrio tra i due elementi qui risulta sbilanciato sul primo versante: le tragicomiche vicende musical-sessual-sentimentali di Angie, giovane studentessa fuorisede che vive in un appartamento condiviso con improbabili coinquiline e cerca di conquistare un tormentato e sfuggente tastierista unico superstite dell’omicidio anni prima dei membri del suo gruppo, occupano la gran parte del libro e la decisa sterzata alla storia che danno le rivelazioni finali è davvero brusca. Ma nonostante questo difetto, il libro è uno spasso. Morozzi è riuscito a trovare una voce narrante femminile credibile attraverso la quale raccontare miserie, glorie e idiosincrasie del fuori-sedismo a Bologna, tra cui quella sensazione che hai che Bologna sia un po’ una di quelle cittadine lovecraftiane in cui gli abitanti hanno i loro oscuri segreti che li spingono a non dare poi così tanta confidenza a chi viene da fuori (e l’assoluta certezza che la città finisca al Parco Nord e che da lì in poi ci sia una terra misteriosa in cui può accedere di tutto, cosa implicitamente confermata nel romanzo). L’altra parte del romanzo ha degli spunti interessanti (e c’entra con i due libri di sopra) ma è troppo compressa e accelerata per sfruttarli appieno; se Morozzi fosse riuscito a bilanciare perfettamente le due parti, avrebbe tirato fuori il suo capolavoro. Così, invece, è “solo” un libro molto divertente con un finale parecchio what the fuck?

More about La vita sessuale di Alessandro BariccoA proposito di storielline divertenti, “La vita sessuale di Alessandro Baricco” di Gianluca Colloca (Coniglio Editore) è un racconto breve in cui un gruppo di giovani italiani in vacanza all’estero si spaccia a turno per un famoso scrittore italiano per impressionare delle turiste.
Il libro è una piacevole cazzatella pieno di quelle battute e situazioni che fanno tanto ridere noi maschi eterosessuali medi ma non è oggettivamente niente di che; una lettura piacevole per una mezz’oretta di treno, con un finale abbastanza scontato.

More about For the WinFinita la parentesi, torniamo a bomba sulla fantascienza, con il secondo romanzo per young adults di Cory Doctorow, vale a dire “For the win” (Tor; disponible per il download in inglese qua).
Secondo me, che di Cory Doctorow in italiano si trovi pochissimo (X, vale a dire Little Brother, il suo primo romanzo per young adults è da poco disponibile presso le librerie remainder) è un evidentissimo segno della povertà e della miopia del panorama editoriale italiano, perché Doctorow è un autore che si adopera in quella che si potrebbe definire con l’espressione desueta “narrativa d’anticipazione” o con la più precisa locuzione inglese “social science fiction”. In romanzi come Little Brother, Makers o appunto For the win Doctorow racconta di un mondo “venti minuti nel futuro” per spiegare come le tecnologie stanno cambiando o cambieranno il nostro mondo sociale ed economico.
FTW è un romanzo, come detto, per “ragazzi” ma ha il pregio di trattare i suoi lettori non come dei cretini e come tale può essere trovato godibile un po’ da chiunque, credo (o almeno da me); Doctorow in questo ricorda molto R. A. Heinlein, per esempio, che scrisse Starship Troopers come un juvenile, l’equivalente di allora della categoria young adults, nonostante sia un romanzo tremendamente politico appena appena mascherato da storia d’avventura. FTW parla, principalmente, dell’economia dei mondi virtuali dei giochi di ruolo online come World of Warcraft (e tutta una serie di altri inventati per il romanzo da Doctorow, tra cui uno ambientato nella Wonderland di Carroll) per parlare dell’economia del mondo reale, dei diritti dei lavoratori, della situazione nelle fabbriche cinesi e via discorrendo. Ogni tanto l’azione si interrompe e partono delle efficaci lezioni di economia, condite da gustose metafore, per quella quella in cui si paragona l’economia a un treno in corsa (traduzione mia):

So in practice, this big engine that determines how much food is grown, whether you’ll have to sell your kidneys to feed your family, whether the factory down the road will make Zeppelins, whether the restaurant on the corner can afford the coffee beans, all this important stuff has no one in charge of it. It is a runaway train, the driver dead at the switch, the passengers clinging on for dear life as their possessions go flying off the freight-cars and out the windows, and each curve in the tracks threatens to take it off the rails altogether. There is a small number of people in the back of the train who fiercely argue about when it will go off the rails, and whether the driver is really dead, and whether the train can be slowed down by everyone just calming down and acting as though everything was all right. These people are the economists, and some of the first-class passengers pay them very well for their predictions about whether the train is doing all right and which side of the car they should lean into to prevent their hats from falling off on the next corner. Everyone else ignores them.

Quindi, in pratica, questo enorme motore che determina quanto cibo viene coltivato, se dovrai vendere o no un rene per sfamare la tua famiglia, se la fabbrica in fondo alla strada costruirà Zeppelin o altro, se il ristorante sull’angolo si può permettere i chicchi di caffè e tutto queste genere di cose importanti non ha nessuno che lo controlli. È un treno in fuga il cui macchinista è morto ai comandi, con i passeggeri che cercano di aggrapparsi come disperati mentre ciò che possiedono vola fuori dai carri merci e dai finestrini, un treno che a ogni curva rischia di uscire dai binari. C’è un piccolo gruppo di persone in corsa al treno che discute animatamente su quando il treno deraglierà o se il macchinista è morto per davvero e se non fosse possibile fare rallentare il convoglio dandosi tutti una calmata e facendo finta che sia tutto a posto. Queste persone sono gli economisti e alcuni dei passeggeri in prima classe li pagano fior di quattrini per sapere se secondo le loro previsioni il treno sta andando bene e verso quale lato della carrozza dovrebbero piegarsi per evitare di perdere il cappello alla prossima curva. Tutti gli altri gli ignorano.

Doctorow spiega i meccanismi dell’economia mentre un gruppo di ragazzini e ragazzine, americani, cinesi, indiani, lotta per i diritti dei lavoratori digitali (e non).
È un romanzo che forse i quattro anni dalla stesura hanno reso ancora più attuale – leggevo le pagine sul funzionamento dell’economia mentre saliva la febbre da spread e si parlava di default – ed è il genere di cose che avrei voluto avere a disposizione quindici anni fa. Spero che qualcuno prima o poi lo traduca in italiano, ma ci credo poco.

More about Steve JobsDicevamo di numero speciale quasi completamente dedicato alla fantascienza; per certi versi rientra in questa categoria anche “Steve Jobs” di Walter Isaacson (Mondadori), biografia del co-fondatore della Apple morto a ottobre del 2011. Ci rientra perché in fondo Jobs è stato uno dei principali attori del cambiamento culturale per cui i computer sono passati negli anni settanta da cose gigantesche per utilizzi scientifici e industriali a oggetti di uso più o quotidiano per sempre più persone, non solo al lavoro ma anche in casa. È vero che Jobs non ha “inventato” nulla nel senso più stretto del termine, ma le sue intuizioni, la sua “visione”, sono state determinanti nel portare a un pubblico più ampio le scoperte di altri.
La biografia di Isaacson è una biografia autorizzata, un genere che di solito si presta particolarmente all’agiografia. È piuttosto sorprendente, quindi, scoprire che Jobs non ha fatto nulla o quasi per tenere fuori dalle pagine del libro gli aspetti più spigolosi e meno accomodanti del suo carattere, dalle astruse convinzioni sull’igiene personale (da giovane era convinto che mangiando solo frutta non avesse bisogno di lavarsi) al ruvido trattamento riservato alle persone con cui ha lavorato, passando per il rifiuto di riconoscere la prima figlia, Lisa. Restano però fuori controversie ben più serie degli ultimi anni legate ai suicidi negli stabilimenti cinesi della Foxconn, dove si assemblano diverse linee di prodotti Apple.
Isaacson è un biografo navigato e sa muoversi bene tra le decine e decine di interviste realizzate con le persone che hanno lavorato con Jobs, facendo scorrere una mole impressionante di avvenimenti senza particolari intoppi o momenti di stanca. Certo, il racconto della prima parte dell’avventura della Apple, che è anche il racconto della nascita dell’industria dell’home computer, è sicuramente molto più interessante di buona parte delle cose che succedono più avanti (non fosse altro perché gli eventi più recenti li abbiamo più o meno seguiti tutti “in diretta”).

Il tratto che emerge più spesso nel libro parlando di Jobs è la sua straordinaria capacità di persuasione delle persone, riconosciuta da più o meno chiunque abbia avuto a che fare con lui e definita quasi “magica”. Però allo stesso tempo quasi nessuno dà di lui un ricordo limpido, come se in un modo o nell’altro fosse riuscito nel corso della sua vita a infastidire in un modo o nell’altro, volente o nolente, più o meno tutte le persone con cui è entrato in contatto.
L’impressione finale è che la Apple senza di lui farà una fine abbastanza orribile, perché non sembra il genere di persona capace di lasciare eredi: il bizzarro mix di carisma, idee audaci e idiosincrasie che ha dato vita ai prodotti con cui la Apple si è risollevata dopo il suo ritorno a Cupertino è probabilmente destinato a morire con lui. Andranno avanti con i progetti a cui ha lavorato prima di morire ancora per qualche anno e poi, salvo sorprese, inizierà un nuovo declino. Un po’ tipo i Queen senza Freddie Mercury (tutto sommato due personaggi simili: origini esotiche – il padre biologico di Jobs era siriano –, stile di vita sregolato, idee folli sulla carta che si rivelano grazie al loro carisma vincenti, la malattia sotto i riflettori inseguiti dalla stampa scandalistica, al lavoro quasi fino all’ultimo respiro…).

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In Dublin fair city (3 di 3)

Il Gallagher migliore è quello morto.

Si diceva che a Dublino tendenzialmente si mangia presto, specie se vuoi spendere poco.
Con il senso del tempo completamente partito, ci infiliamo a cena attorno alle 19.30, ma per me potevano essere le due di notte o le nove. Era buio, di più non so.
Affrontiamo una leggera cena locale a base di stufati, pane di segale e ciotole di burro salato (ho dovuto contenermi per non dare spettacolo, ma giuro che avrei chiesto dell’altro pane per finire tutta la ciotola) e siamo pronti a buttarci di nuovo nella rutilante vita notturna dublinese!
(scusate il punto esclamativo e il grassetto, per un attimo ero convinto di stare scrivendo per nuok.it)

Prima torniamo verso Occupy Dame Street, dove c’è della gente che suona. Come ovunque a Dublino.
Poi scendiamo di nuovo per Grafton Street, dove c’è dell’altra gente che suona. Anzi, che Suona, con la S maiuscola: sono in due, batteria e basso, quarant’anni in due a dir tanto e sparano del funk precisissimo e orecchiabile come se niente fosse. Gli lascio degli spicci che se li meritano davvero.
Arriviamo fino in fondo alla via, a St Stephen’s Green e ci troviamo davanti a un hen party, un addio al nubilato, organizzato con i fiocchi: una trentina di donne dai venti ai cinquant’anni che sbarcano da un pullmino a noleggio, tutte vestite coordinate con cappello di pailettes, giarrettiera rosa in vista sulle calze. Portano come in trofeo un bambolo gonfiabile gonfiato e pronto all’uso, che si divertono a puntare verso i passanti. Seguiamo la comitiva a debita distanza per vedere dove vanno, c’è un momento molto WTF quando passano davanti a un teatro da cui stanno uscendo bimbette di una scuola di danza che hanno appena fatto il loro saggio e da un lato hai tutte queste bambine in abito da ballerina e dall’altro il bambolo. Oscar Wilde avrebbe scritto un aforisma meraviglioso, lo so.

Dopo avere gironzolato ancora un po’, chiudiamo la serata al Temple Bar Pub, dove c’è, indovinate un po?, una tizia che suona. Il Temple Bar è stato teatro, nel luglio del 2011, di un Guinness World Record: un tizio, Dave Browne, è salito sul palco per suonare la chitarra e ha smesso dopo cinque giorni (ogni 8 ore poteva fare una pausa di 40 minuti, più 3o secondi tra un brano e l’altro) e spiccioli, per un totale di 114 ore e 20 minuti.
Qui sotto lo potete ammirare, sulla destra, alla 93ima ora:

Quando la cantante l’ha annunciato sul palco c’è stata una meritata standing ovation per l’impresa compiuta. Come chitarrista invece non è che sia eccezionale, nel senso che è parecchio veloce ma anche parecchio inespressivo. Ma l’importante è che comunque posso spuntare dalla mia lista di cose da fare nella vita “stonare The Wild Rover in un pub irlandese” (resta Whiskey in the Jar, però).
È anche divertente notare l’allegra disinvoltura con cui chi suona da queste parti mette insieme brani tradizionali, grandi classici (tipo Sweet Home Alabama), vecchi successi da one hit wonder (ho sentito Save tonight di Eagle-Eye Cherry in almeno due pub diversi) e cose contemporanee (la tizia ha fatto una Someone like you di Adele da pelle d’oca). Rispetto all’Italia e alle pletore di cover band di Vasco o Ligabue o alla tristezza del pianobar con le basi midi c’è un abisso gigantesco di cultura musicale e rapporto con la musica.

La mattina dopo, affrontiamo la seconda colazione irlandese della nostra vita con una certa disinvoltura (Lucilla chiede se è possibile non prendere le salsicce e per punizione le portano doppia razione di uova), lasciamo i bagagli in albergo e andiamo a prendere l’autobus per Howth.
Cose da sapere per prendere l’autobus a Dublino: se non avete comprato il biglietto da qualche parte, lo fate a bordo. Dovete avere il denaro contato, in monetine. Se non le avete contate l’autista vi dà una ricevuta con cui potete andare a ritirare il resto in O’Connell street.
Howth, dicevo, è un’idea come un’altra: o per essere più precisi un borgo di pescatori a una quarantina di minuti da Dublino, su un promontorio circondato da scogliere. La cosa migliore da fare è prendere il 31 nei pressi della Custom House e scendere all’ultima fermata, in cima a una collina. Da lì si sale ancora un po’ e si arriva a un parcheggio da cui si dipartono i sentieri sulla scogliera, che offrono percorsi più o meno lunghi a seconda di quanto tempo si ha disposizione (e quanta voglia di camminare). Noi scegliamo quello più breve, che comunque regala un buon assaggio di quelle cose a cui pensi quando pensi all’Irlanda.

In fondo alla passeggiata, quando si entra a Howth, c’è un condominio che tiene in bella mostra un esempio di raffinato buongusto nell’arredare gli spazi esterni:

Dannati Lannister

Stremati dalla passeggiata e dalla frugale colazione, ci fiondiamo nel primo posto che troviamo per della caffeina zuccherata con il latte e un dolcetto: e lì mi scontro per la prima volta con le deviazioni dallo standard della pronuncia locale, quando la signora mi chiede se nel mio scone ci voglio “potter”. Era come se mi parlassero nell’incomprensibile caricatura dell’accento liverpooliano di Yellow Submarine, ma senza sottotitoli. Alla fine capisco che “potter” sta per “butter”, ma credo che invece non ci sia nulla da fare per la distinzione tra “white coffee”, “latte”, “cappuccino” e altre mille robe che alla fine hanno tutte lo stesso sapore.
Se vi piace fotografare gabbiani e affini, come dovrebbe piacere a qualsiasi persona nel pieno delle facoltà intellettiva, Howth è un bel posto: i pennuti sono ovunque e sono abituati agli umani quanto basta per fare delle foto ravvicinante (avere una compatta con uno zoom ottico da 26x aiuta, poi).

Ma l’attrazione zoologica di Howth, quella che ci ha portato lì, è un’altra: le foche. Da uno dei due moli del porto, dice la guida, è possibile vedere le foche, che gironzolano lì aspettando che qualcuno gli tiri da mangiare. “Ma figurati se le vedremo”, dicevo io la sera prima e mi tornava in mente di quando nell’estate del 1988 feci un viaggio con i miei in California.
Durante uno degli spostamenti in macchina sulla costa mio padre insiste per fermarci in un posto che si chiama “Baia delle foche”. Mia madre, con sano scetticisimo genovese per cui la fregatura è sempre dietro l’angolo, scende dalla macchina dicendo “ma figurati se ci sono le foche”. Pochi metri al largo, un nutrito gruppo di foche prende il sole su uno scoglio.
Tredici anni e passa dopo, la scena è la stessa: a ridosso del molo due foche se ne stanno beate in acqua a guardare verso i turisti aspettando del pesce. Poco dopo ne arriva una terza, che si piazza anche lei lì a fissarci con l’espressione un po’ da here we are, entertain us.

Restiamo un po’ a lì a guardare le foche che ci guardano mentre le guardiamo, poi passeggiamo fino in fondo al molo, irrigidendoci ogni volta che passano degli italiani.
Facciamo un salto alle bancarelle del mercatino che offrono un sacco di roba che sarebbe bello assaggiare, se non fosse che la colazione irlandese è ancora lì che aspetta. Poi però dopo un altro po’ che camminiamo ci viene un po’ di fame e ci diciamo che sarebbe un peccato andarsene senza avere mangiato neanche un po’ di fish and chips.
Il risultato è questo:

La cosa positiva è che abbiamo tirato tranquillamente avanti fino alla colazione del giorno dopo senza mangiare altro.

(e niente, finisce così. L’Irlanda voglio ricordamela così, con il sole in faccia e il fritto in panza)

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Un ebook per Sergio Bonelli

Immagine di Vittorio Tolu

Come promesso, ecco l’ebook collettivo su Sergio Bonelli, che oggi avrebbe compiuto 79 anni.
Si può comodamente scaricare in pdf, epub o mobi.
Grazie a chi ha condiviso i suoi ricordi e i suoi pensieri. E grazie anche a chi non ha partecipato ma ha diffuso l’appello.
Se per caso questi testi facessero venire voglia a chiunque di buttare giù qualcosa, si può sempre fare la seconda versione :-)

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