I was a teenage autore a proprie spese

C’è una cosa che da sempre mi lascia perplesso nell’esistenza degli Autori a Proprie Spese e negli Editori A Pagamento.
Vale a dire: perché c’è gente, nel 2012, disposta a pagare un sacco di soldi per vedere il proprio nome scritto sulla copertina di un libro? La stessa gente che magari stigmatizza la ricerca della notorietà attraverso i reality/talent show (bisognerebbe farne uno per aspiranti scrittori, a questo punto) e che poi punta a una “gloria da stronzi” con il librino con il proprio nome scritto sopra da mettere in libreria come quelli veri. O che si lamenta che “ormai i libri li scrivono tutti”.
Non ho astio per questa gente, solo una certa curiosità antropologica e, vagamente, una specie di ammirazione perché sono forse gli estimatori più feroci e irriducibili del valore dell’oggetto-libro. E certo mi fanno un po’ pena perché ci sono fior di trafficoni che su questa passione speculano mascherandosi pure da novelli Giulio Einaudi.

Però c’è una cosa che devo confessare, che è quella del titolo.
Quindici anni e più fa ho pagato anche io per essere pubblicato.
Il libro era una raccolta di racconti lovecratiani nati da un esperimento fatto in una classe del mio liceo (da un professore di lettere vagamente di destra, tanto per incrociare un altro tema di questi tempi); non era la mia classe ma per vie traverse ci ero finito in mezzo pure io.
La quota di “spese proprie” venne pagata per metà dalla scuola e per metà da un collettone tra gli autori (50.000 lire a cranio) ed ecco fatto il libro, grazie al quale posso bullarmi di essere (con il cognome sbagliato) sul Catalogo Vegetti della Letteratura Fantastica (ci sono anche un’altra volta, ma sotto pseudonimo collettivo; però senza aver pagato per pubblicare).
Come vissi all’epoca la cosa?
Beh.
FIGATA.
ASSOLUTA.

Una roba scritta con il C1 Text sull’Amiga 500+ nella tua stanzetta che passa da essere qualche foglio stampato con la stampante ad aghi a un libro vero che in qualche libreria trovavi pure, elencato nel catalogo dei libri in commercio. Ricordo con vago imbarazzo che finii pure a fare un’intervista su una tv locale, con la mia faccetta di sbarbo, la voce tremula, i capelli lunghi e un ankh enorme portato su un felpone nero. Credo che mi abbiano fatto pure leggere qualcosa ad alta voce.
E mettere il libro sullo stesso scaffale di King? Non aveva prezzo (no, per la precisione ce l’aveva, le suddette cinquanta carte).
Però, ecco. Era il 1996.
Oggi, se volessi trasformare qualcosa che ho scritto in un libro per pura vanità avrei altri mezzi. Lulu o Miolibro fanno quello che fa un editore a pagamento (che nella maggioranza dei casi non è editore, ma è solo stampatore) e costano meno, perché non sei obbligato a riempirti la casa di copie che sei stato costretto ad acquistare.
Però no, in quel caso credo che manchi il passaggio, dal punto di vista della struttura del percorso dell’eroe fondamentale, della sanzione dall’altro: un soggetto terzo che ti reputa degno di essere pubblicato (basta che paghi).

Allora, ecco, l’editoria a spese proprie ricorda un po’ le tv locali, quegli show che scimmiottano quelli dei grandi network in povertà di mezzi, di fotografia; quegli show in cui gli ospiti hanno cognomi inesorabilmente guzzanteschi, cadenze impresentabili e si guardano attorno smarriti con addosso il vestito buono crucciandosi di quello che staranno pensando di loro i vicini del piano di sotto. E già pregustando il momento in cui tireranno fuori la VHS (è un mondo fermo al massimo agli anni novanta, nella mia testa) di quella volta che sono stati invitati dalla televisione e la loro immagine ha viaggiato sull’etere insieme a quella di pippobaudo mike bongiorno corrado brunovespa fiorello lorettagoggi paolobonolis e se qualcuno avesse premuto un pulsante del telecomando li avrebbe visti sul tv di casa. Del resto, dal punto di vista fisico il segnale di Italia Uno e quello di Rete Ruscello sono la stessa cosa.
Con i libri pubblicati a spese proprie forse è la stessa cosa: si paga per comprare la sensazione di essere entrati nello stesso piano di esistenza del loro autore preferito.
Del resto, dal punto di vista fisico, un libro Einuadi e uno Fraud Olent sono la stessa cosa.

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