Autodifesa – Dicembre 2011

Ecco gli ultimi libri del 2011. Non c’è un consuntivo finale, non so se ci sarà.
Dovrei anche parlare di alcuni fumetti, ma lo farò in un altro post (una volta ci infilavo anche i fumetti in questi resoconti, poi chissà perché ho smesso; forse dovrei ricominciare).
Ah, si parla un sacco dei Queen. Siete avvisati.

More about HornsC’è sempre un disturbo di fondo, quando si parla di Joe Hill, perché Joe Hill è lo pseudonimo di Joseph Hillstrom King, uno dei figli di Stephen King. Hill non è il solo degli eredi del Re ad avere scelto la carriera dello scrittore ma, a differenza di suo fratello Owen, scrive racconti, romanzi e fumetti horror. Proprio come molti di quelli scritti da papà (ci sarebbe tutto un lungo discorso da fare sul fatto che l’identificazione di King come autore horror è incorretta e sciatta, ma magari un’altra volta), con il quale ha anche scritto un racconto a due mani come omaggio a Matheson.
È un dato di fatto che quello che ho letto finora di Hill richiami moltissimo le atmosfere dei romanzi horror del primo King, ma questo vale anche per un numero incredibile di altri scrittori (oggi rido pensando al fatto che lo scaffale “horror” delle librerie sia diventato lo scaffale “sesso con creature sovrannaturali”, ma quando ero ragazzino io era lo scaffale “cittadine americane con oscuri segreti”). E quindi il rischio di quelle cose tristissime alla “De André canta De André” c’è tutto; oltre all’ovvio spettro della posizione privilegiata di partenza nel rapporto con l’editoria (“è il figlio”, come direbbe Vulvia). Ma allo stesso tempo Hill ha un piglio nell’affrontare il genere che fa di lui un autore di tutto rispetto; almeno per me, che a parte la sua serie a fumetti Locke & Key ho letto tutto quello che ha finora pubblicato, una raccolta di racconti e i romanzi “La scatola a forma di cuore” e “Horns”.
Horns” (Morrow) non è ancora stato tradotto in italiano. La storia inizia senza alcun preambolo con Ignatius, un ragazzo ventenne, che si sveglia la mattina con un bel paio di corna che gli spuntano dalle tempie e in presenza delle quali le persone sembrano perdere ogni inibizione e gli raccontano tutto quello che gli passa per la mente. Cosa ha che fare questo con la sua visita la notte precedente, ubriaco, al luogo dove un anno prima la sua ragazza era stata stuprata e uccisa, un omicidio di cui mezzo paese pensa sia lui il colpevole?
Hill alterna i flashback sul passato dei personaggi all’evolversi della situazione e ha un ottimo senso del ritmo con cui svela a poco a poco quello che è successo davvero nella notte in cui la ragazza fu uccisa.
È un romanzo che inizia quasi con un tono divertito e pulp, ma che a mano a mano che procede aggiunge crudeltà, sempre di più a mano a mano che ci si avvicina allo svelamento del mistero. Ma soprattutto, verso i tre quarti ti sprofonda in un capitolo cruciale e straziante, uno dei più commoventi “fucili di Checov” in cui mi sono imbattuto da parecchio tempo.
Poi, certo, l’arredamento kinghiano a base di cittadina di provincia, male strisciante, ragazzini e ultime estati spensierate c’è tutto. Ma c’è un tocco assolutamente personale e una capacità di fare appassionare i lettori ai personaggi e alla storia che non è comune. Insomma, Hill per quello che mi riguarda cammina benissimo sulle sue gambe, nonostante l’ingombrante ombra paterna che, purtroppo per lui, sarà sempre costretto a portarsi dietro.

More about Il mondo deve sapereIl mondo deve sapere” (ISBN) è il primo libro di Michela Murgia, che racconta la sua esperienza come telefonista in un call center. Il suo incarico era quello di convincere ignare casalinghe ad accettare la dimostrazione a casa loro di un infernale marchingegno per la casa, il Kirby, spacciandola per la pulizia gratuita di un tappeto, un divano o un materasso da effettuarsi appunto tramite l’arnese per mano di uno dei venditori dell’azienda. Le osservazioni con cui la Murgia analizza i meccanismi psicologici che le telefoniste devono mettere in atto verso le loro vittime sono estese anche ai meccanismi di competizione creati all’interno del posto di lavoro dagli stessi capi; il quadro che viene fuori, una pagina dopo l’altra, è quello di una specie di girone infernale ammantato da quel ridicolo aziendalismo a base di poster motivazionali e “perdente/vincente”.
In realtà, poi, la struttura del libro (che nasce poi dal blog tenuto all’epoca) è un po’ ripetitiva; ma la postfazione, che fa il punto sulla fortuna del libro e sulla sua accoglienza, riporta le cose in carreggiata. È un documento importante su certe forme del lavoro contemporaneo, da accompagnare alla puntata di Avere Vent’anni (la serie di documentari di Coppola e Piccinini) dedicata proprio a una filiale siciliana della Kirby.

More about Trieste. La città dei ventiTrieste. La città dei venti” di Veit Heinichen e Ami Scabar (e/o) è una specie di guida culturale/enogastronomica della città, accompagnata da ricette. Devo dire che il libro assolve pienamente al suo compito: fa venire voglia di andare a Trieste immediatamente e fa venire una fame da lupi.
Niente di più, niente di meno: uno de due autori è tedesco ma vive a Trieste da anni e scrive gialli di ambientazione cittadina (secondo quel federalismo della letteratura gialla inaugurato dal successo di Montalbano), l’altra è cuoca e titolare di un ristorante in città.
Ho già detto “fame”?

More about Is This the Real Life Untold QueenQuest’anno ho saltato il mio appuntamento più o meno tradizionale con il post su Freddie Mercury nell’anniversario della sua morte; poco male perché tanto era quello più canonico, con quel bel doppio multiplo di dieci che fa tanto cifra tonda e ne hanno parlato tutti. Persino Google ha realizzato uno dei doodle più belli di sempre (per accompagnare uno dei più convincenti doni che il consumo di cocaina abbia fatto al genere umano, “Don’t stop me now”).
In compenso ne ho approfittato per leggere “Is this the real life” di Mark Blake (Aurum) che dovrebbe essere la più recente e documentata biografia dei Queen. Blake ha senza dubbio fatto bene le sue ricerche, intervistando non solo Brian May e Roger Taylor (John Deacon, come è noto, non rilascia più dichiarazioni pubbliche da almeno dieci anni – e le ultime erano state del tenore “ma vergognatevi”, rivolte ai suoi ex compagni di gruppo che avevano inciso We are the champions con Robbie Willimas. Mi immagino cosa avrebbe da dire sull’ipotesi di portarsi in tour un Marco Mengoni ‘merigano che non vale un’unghia già di quell’amabile cialtrone di Williams…), ma anche tutta una nutrita serie di personaggi che ha lavorato nel corso degli anni con i Queen, da prima degli esordi agli anni del successo. Anzi, è proprio la parte della storia relativa alla formazione del gruppo e alla difficile ricerca del bassista giusto (ne provarono tre: i primi due se ne andarono per scarsa fiducia nel progetto, il terzo invece ne era entusiasta, così entusiasta che dopo il secondo concerto in cui non aveva capito che il gruppo aveva un solo frontman venne cordialmente messo alla porta e si mangia le mani ancora adesso) una delle parti più riuscite del libro, insieme al racconto di un altro periodo buissimo della storia del gruppo, quello della registrazione a Monaco di Hot Space!, un disco fortemente voluto da Mercury e dal suo fidanzato dell’epoca, uno Yoko Ono in sedicesimo convinto che il gruppo dovesse lasciarsi alle spalle quel rock antiquato e buttarsi sulla dance.

Una delle rare foto del party di New Orleans, che ritrae probabilmente uno dei momenti più noiosi.

Purtroppo non viene invece chiarita una delle leggende che amo di più, quella secondo la quale alla festa di lancio di Jazz a New Orleans circolassero nani con vassoi colmi di cocaina sulla testa. Chi sa nicchia, dice che non gli pare ma che comunque non sarebbe stato improbabile, ma non esiste alcuna certezza (in compenso pare certo che ci fossero ragazze con le ginocchiere nel privé. E non erano pallavoliste).
Comunque, con buona pace degli altri tre, il cuore del libro resta Freddie Mercury, che nonostante tutto sembra essere anche nelle parole di chi lo ha conosciuto, un gigantesco mistero. Non è una cosa semplice da spiegare, ma Mercury mi ha sempre dato un’impressione di “diversità” (al di là di qualunque stupida battuta automatica sul termine), come se fosse una specie di Ziggy Stardust che non ha mai messo in scena la sua morte. Intanto perché “Freddie Mercury” è l’equivalente di “Ziggy Stardust”, una maschera scenica, un’identità inventata da Farrohk Bulsara (in gujarati ફારોખ બલ્સારા, dice Wikipedia), nato a Zanzibar da genitori indiani di religione zoroastriana (parsi, per la precisione), educato in una scuola inglese in India e poi arrivato a Londra per studiare alla scuola d’arte. Un’identità di palco a cui Mercury si è completamente abbandonato, al punto da rivelare sempre pochissimo dei suoi anni pre-londinesi anche alle persone con cui aveva più familiarità (i suoi stessi compagni di gruppo, ma anche il povero Jim Hutton, suo compagno degli ultimi anni, che sul certificato di morte scrisse “Fred Bulsara”, pare perché non aveva davvero idea del vero nome di Freddie). Una creatura la cui natura “favolosa” ben si sposa all’aria vagamente esotica dei suoi lineamenti, all’androginia esasperata nei primi anni e che viene poi sostituita (sia vocalmente sia fisicamente) da un’incarnazione di machismo quasi caricaturale, in quegli stessi anni in cui invece Freddie Mercury si identifica più esplicitamente con la comunità e la cultura gay.
E certamente il libro ha un altro dei suoi punti di forza nel potentissimo racconto degli ultimi anni di vita di Mercury, dalla scoperta di essere sieropositivo fino alla morte. Ricordo quando uscì Made in Heaven, il disco postumo creato usando le ultime registrazioni di Freddie (insieme ai remake di canzoni registrate per il disco solista del 1985 ma risuonate dagli altri tre Queen) ci furono molte polemiche legate all’idea che, in soldoni, Mercury sarebbe stato spremuto fino all’ultimo dal gruppo, dal manager, dalla casa discografica, per avere i suoi ultimi commoventi rantoli da pubblicare dopo la morte. Il libro mostra invece come, in modo molto coerente con il resto della sua vita e con il suo personaggio, era lo stesso Mercury a non volersi risparmiare fino all’ultimo per lasciare quanta più musica possibile. E del resto basta ascoltare Mother love, l’ultima incisione di Mercury prima di morire (la terza strofa è cantata da Brian May perché Mercury ritornò a casa sua, per l’ultima volta, prima di riuscire a registrarla) per rendersi conto che, al di là della qualità della canzone, la prestazione vocale è davvero quella di qualcuno che sta cercando di fare quello che sa fare al meglio delle sue possibilità (in altri termini: ha più voce Freddie Mercury poco prima di morire che un sacco di altre gente là fuori). E stiamo parlando di qualcuno che era ridotto fisicamente così:

L’ho tirata un po’ per le lunghe, scusate. È un bel libro sui Queen, evitabilissimo da chi non è interessato ai Queen, ovviamente.
More about Classic Sempre per restare in tema, mio fratello mia ha regalato “Classic Queen” di Mick Rock, il volume che raccoglie le foto scattate al gruppo da uno dei migliori fotografi rock di sempre all’inizio degli anni Settanta. Per intenderci, Rock è quello che, tra le mille altre cose, ha firmato questa copertina, che definire “iconica” è riduttivo:

Il disco più bello dei Queen (e uno dei miei preferiti di sempre)

Gli scatti del libro immortalano i Queen nei loro primi anni di attività, fino all’esplosione di Bohemian Rhapsody, e sono per la maggior parte foto di studio in cui (in diverse occasioni) il gruppo cercava di costruire diversi tipi di identità. Sono foto molto belle e oneste, da cui emerge che Rock deve essere molto in gamba a entrare in sintonia con i suoi soggetti, di cui spesso sono presentate non solo quelle poi scelte per la pubblicazione su riviste o copertine, ma anche i provini. Le foto di Freddie con Mary Austin, sua fidanzata dell’epoca e poi amica di sempre, sono un concentrato di primi anni Settanta, ma anche gli scatti di Roger Taylor in casa sua realizzati per una rivista per ragazzine sono un bellissimo documento dello star system dell’epoca.
Il tutto è corredato dai ricordi di Rock, che inizia spiegando come sia passato in pochi mesi da prendere in mano una macchina fotografica per gioco a scattare la foto di Bowie che simulava un pompino alla chitarra di Mick Ronson. Anche per Mick Rock mi sembra di capire che Freddie fosse una persona deliziosa, incredibilmente spiritosa e affascinante ma che non si capiva bene da dove saltava fuori, comunque.

More about Profumo di JitterbugQuando è che un libro è di genere fantastico e quando è che invece lo trovi nella sezione “letteratura”? È una domanda, oziosa se non oziosissima, che ogni tanto mi torna in mente quando mi imbatto in libri come “Profumo di Jitterburg” di Tom Robbins (Baldini & Castoldi Dalai ecc ecc), che è per tre quarti buoni un romanzo fantasy in cui il re di un tribù boema del nono secolo dopo essere sfuggito alla morte scopre di essere immortale (o meglio di invecchiare lentissimamente), incontra il dio Pan, attraversa i secoli viaggiando e dedicandosi alle più varie imprese insieme alla compagna, una vedova indiana anch’essa sfuggita alla morte – sulla pira del marito – e come lui immune all’invecchiamento. Non avrei niente da ridire se fosse un episodio di Sandman. Tra l’altro, Pan è in effetti un dio al quale sembra essere consacrata gran parte dell’opera di quel satiro impenitente che è Robbins, che poi anche qui si diverte un sacco con sesso, cameriere lesbiche (cioè: l’idea di lesbica che ha il maschio medio eterosessuale, mi sa) e, in generale, quel contagioso amore per la vita nei suoi aspetti più piacevoli. Ci sono delle pagine molto belle e molto seducenti su New Orleans e una capacità di parlare di profumi che manda Patrick Süskind a nascondersi (non che ci voglia molto, a dire il vero). Però in generale la storia mi sembra sfilacciata e al di sotto di quello che il caro vecchio Tom può fare. Resta una lettura spettacolare per la scrittura pirotecnica dell’autore, ma non è purtroppo tra le sue cose migliori.

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