Archivi del mese: febbraio 2012

La disfatta di Nevitalia

(un noioso sfogo di un pendolare frustrato)

Due anni e spiccioli fa scrissi un post che si chiamava La disfatta di Trenitalia, in cui raccontavo che cosa avevano combinato alla rete ferroviaria una nevicata e due giorni di gelate.
Scrivevo:

Lunedì appena una mezz’oretta di ritardo, martedì un pasticciaccio per cui ci si è trovati a dover scommettere su quale tra tre treni sarebbe partito prima (ma comunque dalle 5,30 alle 8 nessun regionale ha lasciato Bologna in direzione di Piacenza, che non è il massimo per i pendolari e i loro orari), mercoledì tutto più o meno regolare.
Tutto sommato, l”atteggiamento era di una pacata rassegnazione. Si stava a naso all’insù davanti ai tabelloni o seduti in un treno che non si sapeva quando sarebbe partito a discettare del più e del meno, di quanto faceva freddo e di quanto ne avrebbe fatto ancora.
La cosa che più infastidiva era non tanto il disservizio in sé, quanto l’assoluta mancanza di comunicazioni aggiornate o affidabili. Lunedì il tabellone continuava a segnalare ritardi di gran lunga di quelli reali dati da ProntoTreno (prima che il server andasse giù per i troppi contatti). Martedì, appunto, c’è stata questa situazione di gioco d’azzardo. E visto che i messaggi audio automatici erano stati sostituiti da una signora in carne e ossa, si sarebbe forse potuto annunciare quale era il primo treno a partire in direzione Piacenza.

[…]

una disfatta che è solo la proiezione su scala più ampia di una situazione quasi quotidiana. Molti treni non sono riusciti a partire perché il freddo aveva bloccato le porte, si è detto. Però già normalmente ogni treno che prendo ha almeno una porta che non funziona. Almeno una. Voglio dire: parliamone. Una volta su una c’era un cartello che indicava che l’intervento di riparazione era stato richiesto due mesi prima. Ed era un eurostar.

I problemi ci sono, sono grossi e sono strutturali.
Probabilmente non ci sono abbastanza carrozze per poterne tenere alcune ferme il tempo necessario alle riparazioni. Ma allora, forse, anche i controlli di sicurezza non vengono fatti con la dovuta frequenza. Sono ipotesi inquietanti ma, temo, realistiche.

Due anni dopo, la situazione è sostanzialmente identica, ma aggravata dal fatto che le condizioni climatiche sono assai peggiori di allora (e su questo Trenitalia non ha colpe) e che il materiale viaggiante è di due anni più vecchio. Oltre al fatto che se due giorni di disagio sono tollerabili, 12 giorni (è dal primo di febbraio che viaggiare in treno è un delirio) lo sono molto meno. Anche perché i problemi sono gli stessi di due anni fa: scambi ghiacciati e formazione di ghiaccio sui cavi elettrici. E le care vecchie porte non funzionanti, che non si aprono o non si chiudono, facendo allungare i tempi di sosta nelle stazioni.
Il bollettino di guerra dei miei viaggi di questi giorni è lungo e, tutto sommato, poco interessante. Vi basti sapere che martedì ho trascorso due ore e mezza a Modena in attesa del primo treno che partisse per Bologna (18.30 – 21), perché tra soppressioni e ritardi è andata così. E stiamo parlando di una linea ferroviaria primaria nel cuore di una regione ricca, che vorrebbe essere un modello per il Paese.
Ancora una volta, colpisce l’atteggiamento di Trenitalia, la sua totale mancanza di una qualsivoglia forma di attenzione per il consumatore, specie quello “povero” delle linee tradizionali, che la situazione d’emergenza mette ancora più in evidenza.
Per esempio: a Modena la sala d’attesa non è riscaldata. Fino a che ci devi stare dieci minuti, vabbeh. Quando hai due ore di attesa e passa, che fai? L’unica è rifugiarsi al bar della stazione, che è appena appena più caldo (sorvolo sulla follia dell’edicola che chiude molto prima di quanto dichiarato nel cartello degli orari, quando la stazione è piena di gente che per la noia comprerebbe anche i sudoku in klingon, perché comunque vengo da Genova e i negozianti che sembra ti facciano un favore a venderti la roba non mi stupiscono).
Poi: i ferrovieri non esistono più. Tutte le comunicazioni al pubblico vengono fatte attraverso messaggi automatici. Lo stesso personale viaggiante (che è vittima della situazione quanto i passeggeri; poi ci sono quelli che si comportano da stronzi lo stesso, ma se un treno ha tre ore di ritardo pure loro arrivano a casa dopo tre ore di gelo) è lasciato privo di informazioni. Il primo giorno di questa follia sono rimasto mezz’ora su un intercity fermo alle porte di Bologna con il capotreno che ogni tanto faceva degli annunci per dire che non dicevano neanche a lui quando sarebbe potuto ripartire.
Un passeggero con uno smartphone ha il polso della situazione molto più del personale delle biglietterie (i punti informazioni, salvo nelle stazioni più grandi, non esistono più); e per quanto viaggiatreno (anche nella versione mobile) sia un buon servizio, non è possibile che l’informazione sia lasciata alla totale autogestione del viaggiatore (salvo i casi di controllori di buon cuore).

Ma ancora di più mi colpisce il silenzio che circonda questo collasso della rete ferroviaria. Da dodici giorni viaggiare in treno è un incubo.
E non in una qualche sperduta linea secondaria dell’Appennino: in mezzo alla Pianura Padana, per fare 35 chilometri tra due città ricche.
In Liguria, forse esagerando, la Regione ha fatto causa a Trenitalia per interruzione di pubblico servizio (perché il trasporto regionale è svolto da Trenitalia come servizio pubblico attraverso una convenzione con le regioni, dalla quale dipende buona parte del bilancio dell’azienda) per il primo giorno di disagi.  Qua invece sembra tutto passare in cavalleria, con i giornali che ogni tanto pubblicano la foto di “colore” con le porte dei treni innevate o il tabellone degli orari con i ritardi (tra l’altro, con grande mossa strategica, sui tabelloni non compaiono più i treni soppressi), accennano a disagi per i pendolari e poi manda le tue foto della neve, LOL.
Però, per dire, chi ha un abbonamento mensile o annuale non sa ancora se e come verrà rimborsato per questi disagi (probabilmente no, tanto sono cause di forza maggiore secondo Trenitalia), perché disagi sono: essere costretto ad arrivare ogni mattina in stazione prestissimo perché non puoi sapere se dopo il treno delle 7:16 quelli dopo non avranno un ritardo di minimo due ore, aspettare in posti gelidi, non potere programmare un minimo i tuoi impegni perché sei ostaggio della più totale casualità (senza contare le ore di permesso sprecate in questo modo idiota).
Ma poi basterebbero anche delle stronzate: Trenitalia Emilia Romagna ha il mio indirizzo email, come ha quello di tutti gli abbonati. Due righe di scuse sarebbero già il minimo sindacale, dopo dieci giorni. Questi non hanno neanche le basi.
L’unica cosa che hanno imparato da due anni fa è che non devono lasciare Moretti da solo davanti ai microfoni. O almeno, non subito.

L’altra sera un mio amico, mente cercava penosamente di tornare ad Alessandria arrancando tra bus sostituivi, mi ha scritto “ho paura che questo sarà il livello del servizio d’ora in poi”.
Mi viene difficile dargli torto. Il “piano neve”, che poi significa tagliare selvaggiamente treni, è scattato con una rapidità sorprendente (questa sì), come se non aspettassero altro che sfoltire l’offerta e deviare quanti più passeggeri possibili sull’AV. E questo, ho davvero paura, è lo scenario futuro: una rete di collegamenti veloci tra grandi città al di fuori della quale c’è il nulla o quasi. O entrano in gioco altri operatori per le tratte regionali (ma Arena Ways è stata praticamente soffocata nella culla perché in virtù del contratto con Trenitalia per il trasporto regionale non ha potuto realizzare la linea Torino-Milano con fermate intermedie e la NTV di Montezemolo punta all’Alta Velocità, per lo stesso motivo) o il futuro si preannuncia plumbeo.
E, no, non mi fido di una sola parola di quello che promette Moretti (che fa pure il sindaco di un paesino presso Rieti)

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Legittima difesa – Gennaio 2012

Leggo per legittima difesa
Woody Allen

Benvenuti a Legittima difesa, la rubrica dei libri già nota come Autodifesa, che da quest’anno assume il titolo corretto.
Rispetto all’anno scorso, titolo a parte, non cambia nulla. Pareri non richiesti sui libri letti nel mese precedente.

More about Hard Day's KnightPartirei con quello divertente, che è Hard Day’s Knight di John G. Hartness, un romanzo che appartiene all’affollatissima categoria dello urban fantasy e ha per protagonisti due vampiri detective alle prese con ferocissimi demoni che hanno intenzione di scatenare l’Armageddon.
Se vi suona come la fiera del trito e ritrito è perché è esattamente quello: la fiera del trito e ritrito. Ed è pure il primo volume (comunque autoconclusivo) di una serie più lunga, lo vedete quel “vol.1” sulla copertina?
Però, Hartness ha dalla sua parte alcuni pregi non da poco: intanto ha un buon senso del ritmo e anche se abusa di frasi a effetto alla fine dei capitoli la storia è quella che in inglese si definisce un “page turner”, in cui sei continuamente incuriosito dagli sviluppi ad andare avanti. Poi ha avuto la divertente intuizione di rifarsi ai romani della serie di Hap e Leonard di Joe R. Lansdale per caratterizzare i due investigatori, che sono due cazzoni che si prendono molto poco sul serio. In ultimo, l’ebook viene venduto su amazon a 89 centesimi.
Quindi alla fine questo Hard Day’s Knight è un po’ come quelle schifezze che compri al discount perché costano poco e comunque sai che sono schifezze per cui è inutile spenderci troppo: un libretto divertente di cui puoi scordarti dieci minuti dopo averlo letto ma che non ti dà l’impressione di essere stato fregato.
Narrativa di intrattenimento, pura, semplice e onesta.

More about La casa per bambini speciali di Miss PeregrineAvevo invece una certa dose di aspettative per La casa per bambini speciali di Miss Peregrine (Rizzoli) di Ransom Riggs, perché l’idea di partenza,raccontare la storia dietro a foto d’epoca che grazie ai primordiali interventi di fotoritocco davano a personaggi dalla capacità sorprendenti – come la bimba che levita della copertina–, mi sembrava parecchio interessante. E le fotografie (che purtroppo sul Kindle non si vedono benissimo) sono senza dubbio tutte affascinanti e inquietanti come solo le vecchie fotografie sanno essere. Poi però c’è da costruirci attorno una storia, e qui Riggs sembra iniziare bene per poi a poco a poco scivolare sempre di più nel già visto e nel già letto: a un certo punto sembra di trovarsi in una versione per ragazzi di Cabal di Clive Barker, ibridato con un po’ di Big Fish di Tim Burton.
Ma forse non è neanche tutta colpa di Riggs ma della Rizzoli che ha preso un romanzo pensato per young adults e l’ha “vestito” come un romanzo destinato a un pubblico generico, nella speranza di imbroccare il successo crossover (alla Harry Potter, per intenderci). Purtroppo la storia non ha le spalle abbastanza larghe da reggere un simile peso e alla fine, se si ha un po’ di frequentazione del genere, risulta parecchio prevedibile, come prevedibile è il non-finale che in realtà fa del libro semplicemente il prequel di un’avventura più ampia che non credo seguirò.

More about Cultura di destraChe cosa sia la cultura di destra è un tema che è tornato per qualche tempo in voga nelle discussioni immediatamente successive al doppio omicidio di Firenze dello scorso dicembre (scusate se non uso il termine “strage”, ma vorrei mantenere un minimo di proporzioni per salvaguardare la potenza che la parla dovrebbe avere; due morti sono una cosa orribile, ma non sono una strage), quando si scopri che Gianluca Casseri, il militante di Casapound che un bel giorno è uscito di casa per andare a sparare agli “allogeni”, era un appassionato di Lovecraft e Tolkien piuttosto conosciuto nel giro dei tolkieniani di destra.
Alla fine ho pensato che fosse il momento giusto per affrontare un libro che avevo in coda da un po’ di tempo, Cultura di destra (Nottetempo) di Furio Jesi. Una nota a margine: oggi sembra incredibile che Jesi, morto appena 39enne nel 1980, abbia avuto una carriera accademica e un’attività di pubblicazione così intensa in così poco tempo. Fosse nato più tardi probabilmente sarebbe ancora a verbalizzare esami per conto del suo relatore di tesi, chissà.
Comunque. Che cosa è la cultura di destra, per Jesi? Lo dice espressamente in un’intervista del 1979, riportata nel libro:

la cultura entro la quale il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare e mantenere in forma nel modo più utile. La cultura in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari. La cultura in cui si dichiara che esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola, innanzitutto Tradizione e Cultura ma anche Giustizia, Libertà, Rivoluzione. Una cultura insomma fatta di autorità e sicurezza mitologica circa le norme del sapere, dell’insegnare, del comandare e dell’obbedire. La maggior parte del patrimonio culturale, anche di chi oggi non vuole essere affatto di destra, è residuo culturale di destra.

Per sostenere questa tesi, Jesi porta numerosi esempi, per lo più letterari, ma c’è anche un profetico spazio per “Luca, il marchesino dei motori”, vale a dire l’allora giovane e già rampante Montezemolo, la cui vita viene presa a esempio di “un’autorità carismatica fatta di ricchezza, distinzione, eleganza, internazionalità, saper vivere, buon gusto, la forma più nuova e subdola della cultura di destra” (dall’articolo-recensione su Doppio Zero a cui vi rimando per leggere un commento fatto da qualcuno con basi teoriche molto più solide delle mie).
E a tal proposito, fate l’esercizio di vedere in quante delle caselle indicate da Jesi riuscite a collocare Mario Monti e l’ammirazione per la sua figura (o, più facile ancora, quella per De Falco).
È un libro interessante e che ha il pregio di trattare di cose “alte” con un linguaggio che è preciso e tecnico ma mai più di quanto serva; Jesi sembra avere un ottimo gusto per la narrazione, il che rende la lettura molto piacevole. È un libro ancora attuale, non tanto perché l’autore avesse il dono della profezia ma perché le cose, in trent’anni, si sono mosse molto poco, in Italia.

More about Chiedi alla polvereChiusura di gennaio per John Fante e Chiedi alla polvere (Einaudi), che è uno di quei libri per cui vorrei usare l’abusata espressione “scritto con il cuore”. Ho trovato solo un po’ lenta la partenza, ma poi una volta che la storia di Arturo Bandini, aspirante scrittore nella Los Anglese degli annni Trenta ha preso il largo non ce n’è stato più per nessuno.
Fante ti sbatte in faccia tutto, la disperazione, la speranza, l’eccitazione, la povertà, il trionfo, il crollo, la follia. Come se scrivesse spinto da un bisogno insopprimibile di mettere su carta una storia, di immortalare la California e i suoi abitanti.
Tra l’altro a un certo punto, dal passato, tira un potentissimo “cialtroni” ad ampie fette dell’attuale blogosfera (aspirante)letteraria:

Più Sammy parlava, più diventava cordiale. La cosa che lo interessava maggiormente era il lato finanziario della professione di scrittore. Si informò su quanto pagava questa rivista e quanto quella, e affermò di essere convinto che, in campo letterario, riusciva solo chi aveva le conoscenze giuste. Solo chi aveva un fratello, un cugino o un amico in una casa editrice poteva sperare di veder pubblicato un proprio racconto. Inutile cercare di dissuaderlo e io non mi ci provai nemmeno, tanto più che questo suo modo di ragionare era tipico di chi non sapeva scrivere.

E poi ci sono in mezzo delle micro-storie straordinarie, come la vicenda del vitello, e una storia d’amore sghemba, sbagliata, impossibile e destinata alla distruzione. E il titolo che, alla fine, non è più solo una frase bellissima e misteriosa ma qualcosa di più (non dico che cosa, che poi è spoiler).
L’edizione Einaudi è completata da un bel po’ di testi di corredo, compresa un’introduzione di Baricco che magari è meglio leggere dopo il libro, visto che racconta più di quello che dovrebbe.

Ecco. Per gennaio avrei finito qua. Curiosità: solo il libro di Jesi l’ho letto cartaceo, gli altri tre come ebook.

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«Un fatto umano». Intervista agli autori

Avete presente quando conoscete qualcuno, questo qualcuno sta lavorando a qualcosa che vi sembra un’ottima idea e poi alla fine riesce a pubblicarla? Ecco, questo è quello che è successo a me con Manfredi, che ho conosciuto nel 2006 a un corso di editoria, che è l’unico testimone vivente del fatto che una volta ho spiegato a David Lloyd la faccenda di Grillo e di V for Vendetta (oltre a essere implicato nel fatto che una volta Pulsatilla al DopoFestival disse ad Albano “lei è il Cirino Pomicino della canzone”, ma questa, come dicono in Conan, è un’altra storia) e che adesso è un autore Einaudi.
More about Un fatto umanoCi ho riflettuto un po’, su come avrei dovuto parlare di
Un fatto umano, scritto da Manfredi Giffone e disegnato da Fabrizio Longo e Alessandro Parodi, perché è un lavoro che ho seguito, da lontanissimo (anche se nei ringraziamenti vengo immeritatamente citato), per un sacco di tempo; e che mi era piaciuto già da quando mi era stata raccontata l’idea e mi erano state fatte vedere le prime tavole, le prove dei personaggi, della colorazione, ecc. In qualche modo mi ci ero affezionato e avevo paura di non essere molto obiettivo, o meglio di non suonare molto obiettivo agli occhi di chi avrebbe letto.
Per fortuna, Un fatto umano è piaciuto non solo a me, a giudicare dalle recensioni e dall’elezione a “Libro del mese” di Fahrenheit, quindi mi sento molto meno in imbarazzo a dire che è un lavoro davvero ben fatto, che ricostruisce quindici anni di storia italiana con precisione e passione. La scelta di raffigurare i personaggi come animali antropomorfi (ma realistici) è vincente e il tratto e la colorazione in toni di grigio restituiscono un mondo sporco e poco accomodante.
Avrei potuto cavarmela così nella rubrica dei libri del mese, ma siccome è da tempo che non ci inserisco più i fumetti mi sarebbe sembrato di fare un’eccezione ad personam; allora ho pensato di provare a fare un’altra cosa, cioè un’intervista. Interviste su questo blog non ce ne sono mai state, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare e cominciare giocando, per così dire, in casa è più semplice.
Alessandro, Fabrizio e Manfredi sono stati pazienti e gentili abbastanza da dedicare un (bel) po’ di tempo a rispondere alle mie domande e il risultato lo potete leggere qui sotto (salvo dove diversamente indicato, le risposte sono di Manfredi).

Manfredi visto da Fabrizio Longo

Quasi tutte le interviste che ho letto su Un fatto umano iniziano con la stessa domanda: “perché un fumetto?”. Io vorrei iniziare con la domanda complementare, invece: pensi che avresti potuto raccontare la storia del pool anti-mafia non a fumetti?

Non credo davvero che avrei potuto raccontare questa storia con un altro mezzo e a dirla tutta l’intenzione non è mai stata questa. L’idea iniziale era di realizzare un fumetto con determinate caratteristiche che si diversificasse dalla situazione del fumetto italiano così come la percepivamo una decina di anni fa e cioè un po’ angusta.

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