Legittima difesa – Febbraio 2012

Ormai la cadenza di aggiornamento di questo blog è degna di Trenitalia.
Ma l’appuntamento con i libri del mese va rispettato.

Ciò che chiamiamo “musica rock” non è un fenomeno che ha a che fare solo con la musica in senso stretto, le note, gli accordi, le melodie, le capacità tecniche, le estensioni vocali, tutte quelle cose di cui si occupa la musicologia propriamente detta.
Il mondo della musica rock è in realtà un affare molto più ampio, di cui i fenomeni acustici sono solo un aspetto, uno tra i molti. In oltre mezzo secolo di vita, i musicisti, le loro vite e le loro morti hanno finito per creare un universo immaginifico che ha la portata e l’estensione di un pantheon sterminato. La storia del rock è un racconto mitico, religioso, popolato da dei, eroi, mostri (ciao Yoko), oggetti magici, imprese eccezionali, tradimenti. E follia.
More about Rosso FloydRosso Floyd, di Michele Mari, è un libro che può essere definito in molti modi, ma credo che la descrizione più appropriata sia quella del racconto mitico della permanenza dell’eredità di Syd Barrett nella musica dei Pink Floyd, affidata a un rincorrersi di voci sul modello della storia orale (come ad esempio Please Kill Me, sul punk newyorchese) ma con la differenza che Mari non ha mai intervistato nessuna (o quasi, credo) delle persone a cui dà voce nel libro. Non ho idea di preciso come abbia lavorato e quali delle coincidenze di cui dà conto siano reali e quali no, ma siccome il suo scopo non è quello di raccontare la verità su Syd Barrett (tipo quei libri che periodicamente annunciano nuove sconvolgenti rivelazioni sulla morte di Brian Jones o Stu Sutcliffe) non è che dobbiamo stare qui a fare il debunking di ogni riga; il suo approccio è infatti quello del narratore che parte da degli elementi dati per costruire una storia che in qualche modo li tenga insieme. E per farlo si serve del più antico strumento di amplificazione dei meccanismi del reale che esista: il fantastico. Così, la vita e la follia di Barrett rientrano in un quadro di orrore cosmico lovecraftiano gestito come raramente ho visto fare, con piccoli squarci dell’Altrove che irrompono come note discordanti in una melodia.
Mari è uno di quello che scrivono bene. E per bene intendo che sa variare toni e registri, che sa quando usare parole desuete e ricercate senza farti venire voglia di urlare ma, al contrario, facendoti venire voglia di andare a cercare che cosa vogliano dire (grazie, dizionario incorporato del Kindle). Le diverse testimonianze, lamentazioni, comunicazioni di cui si compone il libro sono un campionario stilistico di tutto rispetto e nella loro forma breve danno al racconto un passo spedito che spinge a divorare i capitoli uno dopo l’altro. A me, che onestamente dei Pink Floyd conosco sia musicalmente sia biograficamente meno del minimo sindacale (ma per quello che conosco mi schiero tra quelli che pensano che dopo Barrett siano diventati dei produttori di dischi sempre più buoni giusto per collaudare gli impianti hi-fi; ah, e The Wall nel suo insieme è una palla colossale e Roger Waters non pagherà mai abbastanza per questo), è piaciuto tanto perché è servito anche come bignami sulla storia del gruppo, ma non so onestamente quanto la versione di Mari dica cose nuove e/o interessanti per chi conosce a menadito vita morte e miracoli di Barrett e soci.
Però è scritto così bene che chiunque dovrebbe leggerlo.
More about Guida del cercatore d'oro della California

Uno dei compiti (o forse più correttamente dei piaceri) di un editore dovrebbe essere quello di recuperare e riproporre testi dimenticati che hanno ancora qualcosa da raccontare sul tempo a cui appartengono e su quello in cui vengono riproposti. Prendete come un omaggio all’editore Enzo Sellerio, scomparso pochi giorni fa, questa note su un libretto trovato tra i remainders, intitolato Guida del cercatore d’oro della California, traduzione di un instant book pubblicato a New York al tempo della corsa all’oro in California del 1848. Il libretto, scritto sotto forma di lettere scritte da un cercatore che in California ha trovato la sua fortuna per convincere un amico a partire anche lui, è uno splendido esempio di pura e semplice propaganda volta a spingere la colonizzazione della costa ovest, ai tempi ancora scarsamente popolata. San Francisco, per dire, aveva 200 abitanti nel 1846, arrivò a 36.000 nel 1852. La descrizione della California è idilliaca, non solo dal punto di vista naturale e paesaggistico, ma anche da quello umano: i cercatori formano una grande famiglia e sono pronti ad aiutarsi l’uno con l’altro in caso di necessità, c’è spazio per tutti e l’unico limite alla possibilità di arricchirsi è solo la propria intraprendenza e voglia di faticare. C’è anche un archetipico incontro con un nativo, pronto a scambiare una grossa pepita per una fascia decorata. Ovviamente l’autore dichiarato, tale Henry J. Simpson, se è esistito non si è mai spostato da New York e ha composto il libro rifacendosi a resoconti di cercatori e articoli di giornale, il che spiega perché comunque le tecniche di estrazione siano descritte con una certa precisione, così come precise sono le informazioni sui modi di arrivare in California. Se l’epopea western ci ha abituati a immaginare epiche traversate coast to coast, in realtà la via più praticabile era quella via mare fino a Panama, per poi attraversare via terra l’istmo e imbarcarsi per la California sul Pacifico (un viaggetto da niente in tutti i casi). Attraversare il continente via terra era abbastanza una follia, specie perché le Montagne Rocciose non sono esattamente uno scherzo da attraversare.

La copertina del volumetto originale, nel sobrio stile minimalista tipico dell'epoca

La copertina del volumetto originale, nel sobrio stile minimalista tipico dell'epoca (ci sono forse due font in meno che in un numero del Fatto Quotidiano)

Il valore letterario del libretto è quello che è, ovviamente, ma è un documento interessante su una pagina di storia americana, quelle curiosità che fa bello avere in libreria.
More about Desolate città del cuoreSempre Sellerio, a suo tempo, pubblicò anche una collana di fantascienza di breve durata. Adesso qui ci starebbe un pippone sulle case editrici con un’identità visiva molto marcata e sul fatto che questa identità faccia sì che un libro tradotto una volta inserito in una sua collana non è più “quel libro lì” bensì “un libro [CASA EDITRICE]” e quindi rischia di venire non preso in considerazione dal suo pubblico naturale. Per dire del caso di un libro a cui se non altro è andata bene, confrontate la copertina di Barney’s Version con quella di La versione di Barney.
Con la collana di fantasciena di Sellerio, credo sia successo un po’ questo: i libri di fantascienza vestiti da libri Sellerio devono essere passati più o meno inosservati ai lettori di fantascienza (se trovo un Sellerio sullo scaffale fantascienza di una libreria d’istinto penso che qualcuno l’ha lasciato fuori posto) e allo stesso tempo non devono avere incontrato il favore del lettore-tipo della casa editrice.
Certo però che un romanzo come Desolate città del cuore di Lewis Shiner non è che fosse così imperdibile. Shiner, a quanto leggo, ha iniziato con il cyberpunk, ma poi ha preso altre strade, come in questo romanzo ambientato nel Messico degli anni ottanta, tra guerriglieri, commandos della CIA, viaggi (mentali?) nel tempo e… i famigerati Maya. È un romanzo parecchio politico, forse più debitore del realismo magico che del fantastico in senso stretto, scritto in modo molto pulito e ordinato, ma che in fin dei conti non riesce a essere niente di più che una lettura scorrevole. C’è solo un punto in cui mi stavo davvero appassionando ed è stato durante il flashback alla fine degli anni sessanta, con special guest Jimi Hendrix; e infatti credo che leggero Glimpses, che è tutto ambientato tra i musicisti dell’epoca (disponibile in download come pdf o su Amazon. C’era un’edizione italiana, chiamata Visioni Rock ma è fuori commercio).

Poi se c’è una cosa che non mi piace fare è parlare di libri che non mi sono piaciuti. Di solito se un libro non mi piace lo abbandono senza troppi problemi e senza neanche chiedere il permesso a Pennac. Ma ci sono delle volte in cui invece mi chiedo (o meglio chiederei all’autore) “no, sul serio?” e allora arrivo fino in fondo per capire esattamente quanto non mi sia piaciuto.
More about L'apprendista libraioEcco, con L’apprendista libraio di Stefano Amato è successo esattamente questo.
Facciamo un passo indietro: Stefano Amato è un ragazzo di Messina che lavora in una libreria e ha un blog chiamato “l’apprendista libraio” in cui trascrive le conversazioni più surreali che gli capita di avere con la clientela. È un blog che mi piace, così quando ha annunciato di avere autopubblicato un romanzo di ebook l’ho comprato senza preoccupazioni perché mi immaginavo di ritrovarci dentro l’orecchio per i dialoghi, il senso dell’assurdo che emergeva dal blog.
Purtroppo non è andata così e l’Apprendista libraio (romanzo) è una storia di (non)formazione che racconta cinque anni di vita di una persona come se fossero cinque mesi, in cui la libreria è un pretesto per riempire di contenuto la casellina “il protagonista è incastrato in un lavoro che non gli piace”, popolato da figure femminile che periodicamente entrano nella vita del protagonista per concedergli le loro grazie, rivelarsi delle persone instabili/insicuri/stronze/folli e lasciare il posto alla successiva. Ma quello che è peggio è, come ho accennato, sembra quasi più il bozzettone per un romanzo che un vero e proprio romanzo; non sono un talebano dello “show don’t tell”, però qua si corre con l’acceleratore a tavoletta e gli eventi si susseguono così, via uno avanti l’altro. Certo, l’immobilismo del protagonista è voluto dall’autore, ma alla fine mi sa che gli sia scappata la mano e ne è venuto fuori un personaggio piatto e insopportabile, insofferente a tutto e tutti un po’ per partito preso, come un bambino capriccioso.
E quindi niente, alla fine mi sono letto questo libro che non mi piaceva per capire se poi migliorava e perché se non altro, proprio per il difetto detto prima, scorre via senza problemi. Ho iniziato pensando “vabbeh, ma adesso migliora” e senza accorgermene ho varcato il punto di non ritorno in cui non poteva più migliorare. Ma ormai era troppo tardi per smettere.
Che dire? Ho sbagliato a fidarmi e non scaricare l’anteprima da Amazon.
Mi fa piacere pensare di avere dato un obolo a Stefano per quello che leggo sul suo blog e per la capacità che ha avuto di “capitalizzarlo”.
Avrei preferito scaricare un file senza spazi bianchi tra un’andata a capo e l’altra, ma mi è successo anche con ebook non autoprodotti.
More about Fare i libriE già che parliamo di autopubblicazione, bisogna sempre tenere presente che comunque fare libri, di carta o digitali che siano, è un’attività che non è semplice. Ho detto “fare” perché qui sto parlando non dell’atto creativo in senso stretto, ma del cosiddetto “lavoro editoriale”, tutta quella serie di operazioni e scelte che trasforma il testo prodotto da un autore in un prodotto, fisico o intangibile, attraverso il quale il pubblico frusice di quel testo. Fare i libri (minimum fax) è curato da Riccardo Falcinelli, che della casa editrice romana è art director da anni, e spiega in che cosa consista il lavoro di una casa editrice, soprattutto dal punto di vista della veste grafica e tipografica dei volumi. Falcinelli ha avuto la fortuna di lavorare per una casa che ha da sempre puntato molto sulla riconoscibilità dei propri prodotti e ha avuto un gusto a mio parere eccezionale nell’interpretare le richieste del suo editore. Questo volume, con la sua impaginazione efficace e vivace, con i suoi giochi meta-grafici, con la passione che traspare dagli interventi delle varie anime della casa editrice, è molto convincente nel sostenere che l’impegno per fare dei libri ben fatti è tutt’altro che una fissazione per nerd tipografici. Un libro ben fatto, cioè uno che ha una grafica di copertina coerente con il progetto della casa editrice, con il contenuto, con il lettore a cui si rivolge, che usa un font leggibile, ben spaziato e distribuito nella pagina è un libro bello, più piacevole da leggere e forse con più possibilità di essere preso in mano in libreria (e magari addirittura comprato!) di altri.
Non è semplice perché spesso la scure del conto economico si abbatte su immagini che vorresti tanto usare per la copertina, ti costringe a impaginare in corpo microscopico perché altrimenti devi aggiungere un sedicesimo e tante altre cose; però è sempre bello ricordarsi che ci si dovrebbe provare. E che una cura simile un autore autopubblicato digitale dovrebbe cercare di rivolgerla anche ai propri ebook, o in prima persona o affidandosi a professionisti che lo facciano per lui. Perché puoi fare a meno della casa editrice ma non del lavoro editoriale.

Un genere transmediale per cui ho sempre avuto massima stima e ammirazione è quello della divulgazione. Da bambino ero così fan di Piero Angela che una volta non so bene come mia madre riuscì a convincere le suore dell’asilo a lasciare vedere a me e agli altri nani delle puntate pomeridiane di Quark (visione che ebbe luogo nell’altrimenti inaccessibile piano superiore dell’asilo, dove vivevano le suore, e che ricordo che mi colpì perché era parecchio più lussuoso e ben tenuto del resto dell’asilo) (mi piace immaginare fosse una puntata su Darwin). Più in generale, mi piace l’idea che ci sia della gente che funga da interfaccia tra il mondo “alto” della scienza e chi non ha tempo, mezzi, voglia, di imparare “the real thing” ma voglia lo stesso quantomeno capire “a che punto siamo”.
More about A Short History Of Nearly EverythingA short history of nearly everything di Bill Bryson è una specie di gigantesco bignami di storia della scienza, che racconta la lunga storia di come siamo arrivati allo stato di conoscenze attuali sulla Terra, l’universo, la comparsa della vita e i suoi meccanismi, la comparsa dell’uomo. E soprattutto è la storia dei pittoreschi personaggi che hanno popolato (e che hanno fatto) la storia della scienza, con le loro bizzarre teorie che qualche volta si rivelavano azzeccate o che portavano a risultati imprevisti:

Brand became convinced that gold could somehow be distilled from human urine. (The similarity of colour seems to have been a factor in his conclusion.) He assembled fifty buckets of human urine, which he kept for months in his cellar. By various recondite processes, he converted the urine first into a noxious paste and then into a translucent waxy substance. None of it yielded gold, of course, but a strange and interesting thing did happen. After a time, the substance began to glow. Moreover, when exposed to air, it often spontaneously burst into flame.

(e viene in mente Meridiano di sangue di McCarthy).
Bryson è un narratore eccezionale, uno che si prepara come si deve e poi sa scegliere le parole migliori per riportare alla tua esperienza quotidiana cose apparentemente fuori scala, spesso con quel tocco di “umanesimo scientifico” (non saprei come definirlo altrimenti) che ricorda tanto Douglas Adams:

Incidentally, disturbance from cosmic background radiation is something we have all experienced. Tune your television to any channel it doesn’t receive and about 1 per cent of the dancing static you see is accounted for by this ancient remnant of the Big Bang. The next time you complain that there is nothing on, remember that you can always watch the birth of the universe.

Sembra quasi il Doctor Who.
Ci sono anche fatti divertenti (si fa per dire) come questo:

For a long time it was assumed that anything so miraculously energetic as radioactivity must be beneficial. For years, manufacturers of toothpaste and laxatives put radioactive thorium in their products, and at least until the late 1920s the Glen Springs Hotel in the Finger Lakes region of New York (and doubtless others as well) featured with pride the therapeutic effects of its ‘Radio-active mineral springs’. It wasn’t banned in consumer products until 1938. By this time it was much too late for Mme Curie, who died of leukaemia in 1934. Radiation, in fact, is so pernicious and long-lasting that even now her papers from the 1890s – even her cookbooks – are too dangerous to handle. Her lab books are kept in lead-lined boxes and those who wish to see them must don protective clothing.

È parecchio lungo e forse qualche volta un po’ ripetitivo, però c’è dentro una mole di informazioni invidiabile e suscita (o risveglia) una fascinazione per l’universo e tutto ciò che contiene che ti fa venire voglia di tornare indietro e ricominciare un percorso di studi differente per sapere TUTTO sull’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Inoltre, cosa che non guasta mai, Bryson ha un eccellente senso dell’umorismo, anche se qui è meno accentuato che in altri libri:

The indigestible parts of giant squid, in particular their beaks, accumulate in sperm whales’ stomachs into the substance known as ambergris, which is used as a fixative in perfumes. The next time you spray on Chanel Number 5 (assuming you do), you may wish to reflect that you are dousing yourself in distillate of unseen sea monster.

More about Squadrone biancoParlando di eventi di cui sappiamo molto poco, la storia delle colonie italiane in Africa è uno di questi. Curioso, no? Nella nostra storia nazionale, in quei 150 anni da poco celebrati, c’è un curioso buco relativo al fatto che per sessantacinque anni abbiamo giocato a fare la potenza coloniale, che per sessantacinque anni italiani hanno vissuto, sono nati e morti, hanno combattuto in Eritrea, e poi in Somalia, Libia (che di fatto venne creata da noi dando un nome romano a un paio di province dell’impero ottomano che avevamo conquistato), Abissinia. Ci restano canzoni e quel curioso rapporto con Gheddafi, che qui ancora ricordiamo con sentimenti indecifrabili quando si presentò in visita ufficiale con la foto di uno dei leader della resistenza libica appuntata sulla giacca.
In generale, però, l’avventura coloniale italiana è materia da specialisti e  storici e poco nota a livello di grande pubblico. Squadrone bianco di Domenico Quirico (Mondadori) è un saggio di taglio divulgativo che cerca di fare luce sulle truppe indigene che combatterono con gli italiani nelle guerre coloniali, dall’Eritrea fino alle campagne fasciste. Non è una storia del colonialismo italiano nel suo complesso, perché la sua prospettiva è quella della storia militare: l’Africa è un territorio da conquistare e il modo migliore per farlo è quello di farsi aiutare da chi lo conosce, gli abitanti del posto arruolati in appositi reparti. Da questo punto di vista, la parte migliore del libro è il racconto di come si sia arrivati a capire quale fosse il modo giusto per addestrare, gestire, fare combattere, questi uomini provenienti da una cultura diversa, con una cultura guerriera che era più o meno agli antipodi della logica militare di un esercito ottocentesco. Ugualmente, è molto bello scoprire dell’esistenza di personaggi dalle vite quasi romanzesche, tra i generali e ufficiali inviati in Africa e tra i loro avversari locali. Alla lunga, però, il libro sembra essere parecchio limitato al suo racconto di battaglie e tutto sommato indulgente (quando non reticente) nei confronti della condotta degli italiani in Africa. In parte come ho detto è dovuto alla prospettiva del testo, ben diversa da quella di un Del Boca, per dire; in parte però credo che sia per una scelta precisa dell’autore (che devo capire perché ama così tanto l’aggettivo “sardanapalesco”).
Non è un cattivo libro ed è un ottimo punto di partenza per la storia delle truppe indigene dell’Africa italiana, però non mantiene quello che promette con l’eccellente primo capitolo.

8 commenti

Archiviato in Libri, Libri del mese, musica

8 risposte a “Legittima difesa – Febbraio 2012

  1. Credo che questo post mi farà comprare due libri :)

  2. Ferruccio

    Se non l’hai già letto, a proposito dell’apprendista libraio ( il blog, intendo )
    c’è il libro L’ULTIMO DISCO DEI MOICHANI, che parla dei pazzi clienti di un negozio di dischi di torino, con aneddoti strepitosi.

  3. (ecco: li ho già comprati entrambi, sentiti fiero)

  4. Shuly: non riesco a indovinare quale sia il secondo. Se è Fare i libri, però, è la seconda copia che “vendo” in un giorno :-D

    Ferruccio: ne ho sentito parlare ma non l’ho mai letto. Ci darò un’occhiata, grazie!

  5. Almeno hai capito il primo senza indugio :D (woot, libri per Kindle in italiano!).
    … eeee ho preso quello di Bryson. In effetti ne ho presi un paio di Bryson.
    L’altro, “Neither Here, Nor There”, me l’ha venduto Amazon con questa presentazione:
    “Whether braving the homicidal motorists of Paris, being robbed by gypsies in Florence, attempting not to order tripe and eyeballs in a German restaurant, window-shopping in the sex shops of the Reeperbahn or disputing his hotel bill in Copenhagen, Bryson takes in the sights, dissects the culture and illuminates each place and person with his hilariously caustic observations. He even goes to Liechtenstein.”
    L’ultima frase, specialmente.

  6. Bryson è un figo.
    La cosa più buffa di tutte è che l’ho scoperto perché all’esame di inglese di Comunicazione (non il malefico composizione testi in inglese, eh) c’era Mother Tongue tra i testi obbligatori
    :-)

  7. “mi schiero tra quelli che pensano che dopo Barrett siano diventati dei produttori di dischi sempre più buoni giusto per collaudare gli impianti hi-fi; ah, e The Wall nel suo insieme è una palla colossale e Roger Waters non pagherà mai abbastanza per questo”
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