Autodifesa – Aprile 2012

Anche la rubrica dei libri letti nel mese precedente arriva sempre più tardi. Tipo: con un mese di ritardo. Ma purtroppo questo è un mondo crudele in cui il lavoro ti costringe a sottrarre tempo prezioso alle cose importanti.
In più in mezzo c’è stato quel vampiro di energie fisiche e psichiche che è il Salone del libro di Torino (dove per qualche giorno vado a fare dei lavori veri: battere scontrini, contare soldi, mettere libri dentro scatole e scatole su pallet).

La prima volta che ho sentito parlare di Solomon Kane è stato su uno di quei librini che si trovavano allegati agli Speciali degli albi Bonelli, per la precisione il quinto della serie dell’Enciclopedia della Paura di Dylan Dog, dedicato alla letteratura horror (allegato a quel capolavoro che era La casa degli uomini perduti di Sclavi e Casertano).

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Là, nella voce dedicata a Robert E. Howard si citava questo spadaccino del XVI secolo che muovendosi tra Europa e Africa affrontava mostri e demoni mosso da un’incrollabile fede in Dio. Non c’era nemmeno un’immagine e veramente la descrizione era poco più lunga di queste parole, ma lo stesso ricordo che pensai “wow, devono essere i racconti più belli del mondo”. Un paio di anni dopo, quando finalmente sono riuscito a mettere le mani su uno dei volumetti 100 pagine 1000 lire della benemerita Newton Compton, ho scoperto che Solomon Kane era davvero un personaggio straordinario come me l’ero immaginato e, anzi, forse di più.
Non so bene perché, ma Kane, spadaccino puritano, già mercenario e corsaro con Sir Francis Drake, è uno dei personaggi che più abbia sentito “miei”; al punto che è l’unico di cui mi sia mai azzardato a scrivere e pubblicare della fan fiction (storia speciale natalizia compresa) (fan fiction in cui nessuno si accoppia con nessuno; una rarità). Nelle sue storie, Howard è riuscito a far convivere il romanzo di cappa e spada con i temi della sword and sorcery, l’orrore (lovecraftiano e non) con il fascino degli scenari della Grande Avventura, dando vita in una manciata di racconti a un modello tutt’oggi insuperato. Se avete presente il film di un paio di anni fa, ecco, il “vero” Solomon Kane è un’altra cosa, è uno che si presenta ai lettori nella sua prima storia giurando di vendicare una sconosciuta stuprata e uccisa da un bandito e che arriva fino in Africa, dalla Francia, per mantenere la sua parola.
More about The Savage Tales of Solomon KaneHo trovato una bella edizione dei racconti di Solomon Kane dal titolo The Savage Tales of Solomon Kane, pubblicata da Del Rey (come Lagna, sì): con meno di 15 euro ci si porta a casa un paperback massiccio che raccoglie tutto quello che c’è da raccogliere (frammenti incompiuti compresi e, grazie al cielo, lasciati incompiuti e non nelle versioni completate da altri autori). Le illustrazioni di Gary Gianni, che tra semplici decorazioni e scene più complesse occupano quasi ogni pagina del libro, traducono il mondo di Solomon Kane in quelle che non sfigurerebbero come incisioni di un volume ottocentesco, raffinate e dinamiche al tempo stesso.
Questo libro è un concentrato di meraviglia: i racconti sono tra le cose migliori mai scritte da Howard, esempi cristallini di uno stile che è forza allo stato puro, evocativo e diretto a secondo della necessità, sempre al servizio di una narrazione serrata in cui non esiste nemmeno un attimo di sosta. Le illustrazioni sono la ciliegina su una torta che ha tutto il sapore del caro vecchio fantastico di una volta, quando gli uomini erano uomini, le città perdute città perdute e i vampiri bestie orribili da sterminare nel nome del Signore (anche se sono bellissime e seducenti regine africane). I racconti migliori sono quelli ambientati in Africa, in cui Howard può lasciare correre a briglie sciolte la fantasia, popolando il continente di orrori antichissimi e affidando a Kane il più sorprendente degli aiutanti, l’anziano stregone N’Longa, alle cui arti magiche lo spadaccino è costretto ad affidarsi per sopravvivere in un mondo che va al di là della sua comprensione.
C’è del razzismo? Sì, è inutile girarci attorno. C’è, ed è funzionale al mondo narrativo: i bianchi vivono o provengono da un mondo civilizzando in cui anche gli orrori sono “civilizzati”, gli africani vivono in un mondo selvaggio la cui logica sono i soli a poter comprendere. Senza N’Longa, Kane sarebbe perduto; d’altro canto, Kane passa di lì e stermina popolazioni di mostri che da secoli se non millenni tormentavano gli abitanti del luogo. Ma queste sono le regole del gioco, l’Eroe è l’Eroe.
C’è anche uno spettacolare racconto di cappa e spada senza alcun elemento sovrannaturale, The Blue Flame of Vengeance, che è all’altezza dei più grandi maestri della narrativa avventurosa e fa venire voglia di uscire di casa e prendere a spadate qualcuno.
Insomma: un grande scrittore, un grande personaggio, grandi storie, illustrazioni stratosferiche e un’edizione molto curata, con note sulle fonti usate per i racconti e versioni quanto più possibili vicine ai manoscritti originali di Howard. Certo, deve piacere il genere. Astenersi minimalisti.

More about La trilogia di ValisSe l’ossessione religiosa è nei racconti di Solomon Kane poco più di un pretesto, per Philip K. Dick, dal 1974 in poi è stata una cosa seria. In quello infatti ha una serie di visioni che iniziano quando, dopo che gli hanno levato i denti del giudizio, una commessa della farmacia arriva a casa per consegnargli l’antidolorifico. Ha al collo un ciondolo con un pesce stilizzato, Dick le chiede che cosa sia, lei gli risponde che è un simbolo paleocristiano e…

In that instant, as I stared at the gleaming fish sign and heard her words, I suddenly experienced what I later learned is called anamnesis—a Greek word meaning, literally, “loss of forgetfulness.” I remembered who I was and where I was. In an instant, in the twinkling of an eye, it all came back to me. And not only could I remember it but I could see it. The girl was a secret Christian and so was I. We lived in fear of detection by the Romans. We had to communicate with cryptic signs. She had just told me all this, and it was true.
For a short time, as hard as this is to believe or explain, I saw fading into view the black, prisonlike contours of hateful Rome. But, of much more importance, I remembered Jesus, who had just recently been with us, and had gone temporarily away, and would very soon return. My emotion was one of joy. We were secretly preparing to welcome Him back. It would not be long. And the Romans did not know. They thought He was dead, forever dead. That was our great secret, our joyous knowledge. Despite all appearances, Christ was going to return, and our delight and anticipation were boundless.

Poi qualche giorno dopo viene attraversato da un raggio di luce rosa che gli passa tutta una serie di informazioni. Se vi interessa tutta la storia, oltre a Wikipedia c’è anche un fumetto di Robert Crumb.
Per farla breve, i frutti narrativi di quest’esperienza mistica sono raccolti nei tre romanzi che formano la cosiddetta Trilogia di VALIS: VALIS, Divina invasione e La trasmigrazione di Timothy Archer. Sono tre romanzi diversissimi tra loro per stile e genere, per certi versi anche per temi. VALIS è il più strettamente autobiografico dei tre, quello in cui l’esperienza viene raccontata e sviscerata e in cui Dick stesso è tra i personaggi del romanzo. Non sono un grande conoscitore dell’opera di Dick e ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a una di quelle storie che sono un po’ la summa dei temi di un autore e in cui più di tanto non potevo entrare, anche perché la narrazione è tutt’altro che lineare. È più convenzionale Divina invasione, che sembra un romanzo di fantascienza “da Urania” come quelli di una volta, con questo pianeta dal clima ostile colonizzato dagli esseri umani che vivono in condizioni precari. Almeno all’inizio. Poi ti rendi conto che Dick sta raccontando una nuova versione della nascita di Cristo. E poi… beh, poi ci sono divinità che discutono su chi dovrebbe governare il mondo. Dei tre romanzi è il più “weird” e forse il più complesso da seguire, con le sue dimensioni parallele e i salti temporali nella narrazione. E anche la materia trattata, di ispirazione gnostica, è tutt’altro che agevole. La trasmigrazione di Timothy Archer invece sembra capitato lì quasi per caso, almeno a prima vista, perché non ha nulla di fantascientifico, né in modo esplicito né in modo più metafisico come i due romanzi precedenti; per certi versi è lì per caso perché il terzo romanzo della trilogia doveva essere The owl in daylight, rimasto incompiuto per morte di Dick. La trasmigrazione racconta di Timothy Archer, vescovo della chiesa episcopale (la versione americana della chiesa anglicana), e delle sue reazioni alla scoperta dei Rotoli del Mar Morto. Ambientato tra gli anni sessanta e settanta, con una cornice narrativa che si svolge l’8 dicembre del 1980 (giorno della morte di John Lennon), è un romanzo che parla di gente, delle loro relazioni, delle loro vite e aspirazioni. Dei tre è sicuramente quello più semplice da seguire, pur avendo una certa concettosità di fondo, per la struttura e la quotidianità delle vicende. Sembra il tentativo di Dick (anche) di guadagnarsi una credibilità come scrittore non di genere ed è un ottimo tentativo.
In generale, la trilogia è un’opera narrativa imponente in cui i legami tra le opere richiedono un certo sforzo per essere colti in pieno e che spesso sacrifica il piacere della lettura sull’altare del tentativo di comunicare una visione del mondo. Per questo l’ultimo romanzo è il migliore, perché le vite dei suoi protagonisti sono interessanti anche al di là dell’interesse che si può avere per le esperienze religiose di Dick.

Una cosa che mi piace degli ebook in epub è che puoi metterci mano e correggere eventuali magagne. Una cosa che non mi piace di un ebook in epub è doverci mettere mano per correggere una magagna. Mi è successo con Luglio, Agosto, Settembre nero di Gianluca Morozzi: nonostante non ci fosse protezione, Calibre si rifiutava di convertirlo in mobi per il kindle. Alla fine l’ho aperto con Sigil, ho fatto partire la verifica, c’era una roba che non era corretta, il programma l’ha corretto e, oplà, sono riuscito a convertirlo. Perché abbia dovuto fare io questo lavoro e non i tizi di Fernandel non lo so bene. Ma vabbeh.
Il libro è una raccolta di racconti collegati tra loro ambientati nel Morozziverse (ricorrono personaggi secondari dai libri precedenti, come l’Orrido, che se volete il mio parere è un personaggino adorabile che meriterebbe un romanzo tutto per sé) nella seconda metà del 2001, dal G8 genovese alla guerra all’Afghanistan. Il tono spazia dalla commedia al drammatico (e sono i racconti che funzionano peggio) e su tutto aleggia lo spettro di Genova. Leggendo, per un attimo ho pensato che la polarizzazione delle opinioni dei personaggi sul G8 fosse troppo forte e forzata per scopi narrativi. Poi, però, ho ricordato che in effetti in quei giorni c’erano persone, che conoscevo da tempo, con cui ero cresciuto, con cui era diventato impossibile parlare per via delle posizioni radicalmente opposte su Genova.

Che poi, alla fine, è un fatto di dna; quando vedi la polizia che picchia dei manifestanti, se sei di destra dai ragione d’istinto alla polizia, se sei di sinistra fai il tifo per i manifestanti. Poi a freddo valuti chi ha ragione e chi ha torto, analizzi la situazione, ma a caldo ti schieri così.

I racconti, comunque, sono spesso divertenti e scorrono bene; Morozzi ha questa capacità di usare una scrittura per me assolutamente ipnotica, che scorre davanti agli occhi che è un piacere. Niente di che, ma divertente. Uno sguardo da Bologna sul mondo.

More about La banda degli invisibiliPreviously, on Autodifesa, avevo parlato di L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione, il non riuscitissimo (non)thriller politico di Gabriele Ferraresi sugli ultimi giorni di Silvio Berlusconi. L’avevo comprato insieme a un altro ebook, La banda degli invisbili, di Fabio Bartolomei, in un pacchetto che riuniva due romanzi che ruotavano attorno a Berlusconi. Romanzi scritti quando il declino politico del PresDelCons sembrava inarrestabile ma al tempo stesso il suo potere eterno e pubblicati quando l’era berlusconiana sembrava un lontanissimo ricordo del passato, nonostante sia letteralmente l’altroieri; e che a parte questo hanno in comune anche il loro rifarsi ad altri modelli. Per Ferraresi il riferimento era l’Ellroy di American Tabloid, mentre Bartolomei costruisce una specie di spin-off romano e crepuscolare di Amici miei, in cui un gruppo di pensionati romani, ex partigiani, ordisce un piano per rapire Berlusconi a scopo dimostrativo.
Non è però Silvio Berlusconi il centro del romanzo e la critica a ben vedere, non è nemmeno quella (che oggi sembra sempre più pelosa, a rileggerla) alla “sua” Italia. Al centro del romanzo ci sono questi vecchietti, chi più chi meno impegno a vivere senza lasciarsi fregare dalla povertà, dalla tristezza, dalla solitudine. Certo, non si trovano bene nel confuso inizio degli anni dieci del ventunesimo secolo, ma i problemi hanno radici un po’ più lontane:

Ma quali tempi nostri, noi negli anni di piombo eravamo già vecchi. Avevamo fatto un ottimo lavoro, liberando l’Italia e rimettendola nelle mani degli italiani, poi non so cosa sia successo, dobbiamo esserci distratti per qualche decennio. All’improvviso si sono sentiti spari e bombe, dopo un po’ è partita la sigla di Drive In, un magistrato con seri problemi di dizione s’è incazzato con i politici e ci siamo ritrovati qui, nelle mani di un vecchio che racconta barzellette sporche.

Sì, c’è dell’ingenuità ma è più del narratore che dell’autore.
È una commedia, agrodolce ma con dei punti parecchio divertenti (la preparazione del piano e l’addestramento). Arranca in qualche punto ma è un libro scritto bene che la casa editrice ha anche avuto il merito di non “vestire” troppo da esca per lettori del Fatto Quotidiano.

More about L'aspra stagioneA proposito del Fatto Quotidiano, notavo a ridosso delle ultime elezioni comunali che è stato il giornale che meglio ha raccontato gli scazzi del MoVimento 5 Stelle a Parma, mentre i giornali più istituzionali come Repubblica e Corriere sembrano intenzionati a raccontare il M5S facendo “refresh” nei commenti del blog di Grillo e basta.
È, per certi versi, uno dei temi di L’aspra stagione di Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale, un reportage narrativo che ricostruisce la breve vita di Carlo Rivolta, giornalista romano morto appena trentaduenne nel 1982, e gli anni in cui ha vissuto. La fine degli anni settanta, l’inizio degli ottanta. Rivolta era nella prima redazione di Repubblica e fu per qualche tempo una voce che raccontava il “movimento”, quello del 1977 praticamente da dentro, per ragioni anagrafiche e di vicinanza. Erano tempi diversi: Repubblica allora era un giornale giovane che doveva costruirsi un pubblico e puntava anche ai giovani extraparlamentari. Oggi che è un’istituzione i movimenti li racconta Bonini che ha nell’agenda più numeri di celerini che di attivisti. Altri tempi, dicevamo.
La ricostruzione dell’epoca fatta da De Lorenzis e Favale procede per strappi, per squarci; non è un saggio storico, non è una biografica in senso stretto, non è un romanzo. Racconta. Racconta la vita di una persona e, attraverso quella, l’epoca in cui visse e in cui scrisse.
L’unico limite del libro l’ho trovato in una scrittura troppo lavorata, troppo consapevole, troppo invadente; un difetto che esplode lampante quando si incontrano gli articoli di Carlo Rivolta che sono stati inseriti nel libro. Articoli che riportano alla luce un linguaggio giornalistico ormai andato perduto che, nei suoi momenti migliori, è preciso, comunicativo, pulito e onesto. Ne trovate un esempio sul sito di Repubblica, la cronaca della contestazione a Lama all’università di Roma.

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