Quella volta che ho visto un concerto di Morrissey a Genova

Non è che gli Smiths siano il mio gruppo preferito (eufemismo) e figuriamoci cosa posso sapere della carriera solista di Morrissey.
Fatto sta che domenica sera, dopo aver passato gli ultimi tre giorni a consumare il nuovo disco dei Rush (immenso) mi sono ritrovato (that’s the power of love) a pochi metri dal palco dove l’uomo che una volta stava in un gruppo con il futuro chitarrista dei Cult si sarebbe esibito.
Questi sono alcuni appunti mentali della serata.

La location
Quella che viene pomposamente definita “Arena del mare” è in realtà nel resto dell’anno un’area del parcheggio del Porto Antico di Genova, in fondo ai Magazzini del Cotone. Ciò non toglie che permetta alcuni scorci suggestivi, tipo che mentre l’artista di spalla (Kristeene Young, quattro impressionanti ottave di estensione vocale ma poco più) (un incrocio tra Kate Bush e Amanda Palmer, a cui nelle canzoni solo piano e voce era abbastanza identica) sta facendo di tutto per impressionare il diffidente pubblico genovese passa un traghetto a lato del palco e tutti a salutare la gente che sta andando in Sardegna. La Young non l’ha presa benissimo, secondo me.
Però il posto è molto raccolto e questo per i live è sempre un bene.

La gente
“Grazie che mi hai portato al circo,” ho detto. Qualche darkettone, un sacco di jeans corti risvoltati sopra al ginocchio e anfibi, Ray-ban a strafare come se li regalassero all’ingresso, un tizio con una strepitosa cravatta di fiori (e baffi arricciati), sembrava di stare un po’ in una fiera di cosplayer degli anni ’80. C’erano pure dei goth.
Immancabile la bandiera dei 4 mori. Al proposito, ho una teoria: c’è un ufficio apposta alla Regione Sardegna, che si preoccupa di fare sì che in ogni evento con più una certa soglia di partecipazione ci sia una bandiera sarda. Devono essersi addormentati giusto per il Freddie Mercury Tribute del 1992.

The crew
Stilosissime le magliette indossate dalla crew, azzurro nazionale con lo scudetto tricolore e la faccina di Morrissey dentro. Per quanto riguarda la band, notevole il bassista che sembrava uscito dal video di Shania Twain che rifaceva al maschile quello famoso di Robert Palmer, il chitarrista giovane che è stato per un mese nei Red Hot Chili Peppers tra Frusciante e Navarro prima che Flea gli dicesse “Sai che c’è? Mi sono accorto che mi stai sul cazzo” e soprattutto Boz Boorer, che mi dice wikipedia essere il direttore musicale di tutta la baracca da vent’anni travestito da donna come solo gli inglesi sanno travestirsi da donne.

Boz Boorer. Immaginatevelo vestito da casalinga inglese in libera uscita la domenica.

Il suo sguardo da “che c’è da guardare? Hai pulito la tua camera?” è stata una delle cose più belle della serata. Puro Eddie Izzard.

Morrissey
Non si può non concedere all’uomo che trasuda carisma. E che è anche un bell’omino, molto più che nelle foto da giovane. Un po’ versante Fabio Testi (potete negare, ma in fondo al vostro cuore sapete che è vero).
A tal proposito, vorrei aprire una parentesi con gli individui che mi sono venuti in mente durante la sua performance:
– l’architetto Mangoni finalmente incarnato nel corpo che vorrebbe possedere;
– il compianto Gino Latilla quando nei concerti monegliesi si strappava la camicia cantando “Io sono il vento”, gesto replicato dal nostro con tanto di lancio della camicia al pubblico (e furibonda rissa per il possesso di brandelli della sacra reliquia);
– il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, quando si è ripresentato sul palco con una camicia blu a righe colorate, così brutta che dagli spalti qualcuno l’ha scambiata per una maglia della Sampdoria (absit iniuria verbis, o forse anche no).

Scherzi a parte, il Morrissey sa fare il suo lavoro e per lunghi minuti riusciva anche a distogliere il mio sguardo dal meraviglioso chitarrista vestito da donna (poi presentato come “Miss Gain Attention”, signorina attira-attenzioni). Il pubblico è totalmente innamorato di lui e quando qualcuno riceve il microfono per fare una domanda, invece di chiedere “MA DOVE CAZZO HAI COMPRATO QUELLA CAMICIA ORRIBILE? ERI UBRIACO? HAI PERSO UNA SCOMMESSA?” faceva profferte di natura sessuale. Da consumato attore, ogni tanto si sporge per toccare delle mani, fa l’onda con il cavo del microfono, batte le mani e piroetta come un torero, si dispera e gesticola come un Nick Rivers appena appena un po’ meno contenuto. Mostra grande aplomb quando tre o quattro tizi tentano di saltare sul palco uno dietro l’altro e vengono abbattuti dalla security e degna giusto di un’occhiata una bandiera italiana che gli viene lanciata sul palco, lasciando a uno della crew il compito di raccoglierla e metterla dietro le quinte.
Francamente, me lo aspettavo molto più spocchioso e sulle sue, invece non solo rinuncia a ogni menata da primadonna salendo sul palco per primo seguito dal resto del gruppo, ma ride, scherza, fa battute in un inglese incomprensibile (mentre quando canta è molto pulito e comprensibile), si mette in posa per chi gli fa le foto dalla prima fila.
L’unico momento “ma anche no, grazie” è quando ci propina il pippone vegano di Meat is murder, sul quale almeno lascia campo libero alla band che divaga un po’ mentre sullo schermo passano immagini di macelli, allevamenti e via discorrendo che anche basta (a sfregio, poco prima ci eravamo rimpinzati di kebab); ma a parte questo non chiedetemi che canzoni degli Smiths ha fatto. So solo che non ha fatto nessuna di quelle che conosco (quella della pubblicità della birra, quella che hanno fatto una cover i Tre Allegri Ragazzi Morti e quella che spera che un autobus prenda in pieno la macchina con cui un amico gli ha dato un passaggio perché l’aveva visto giù, che non mi sembra proprio una cosa carina da pensare per ricambiare uno che ti sta portando in giro come un pacco postale) (e neanche quella del panico sulle strade di Londra).

No, non mi sono convertito. “Moz” è un bravo professionista e se è in giro da così tanto tempo avrà il suo perché, ho passato un’ora e mezzo divertente, ho battuto le mani quando c’era da batterle e ho accennato vaghi movimenti con la mia scioltezza ursina quando c’era da accennarli.
Poi stamattina ho ripreso ad ascoltare Clockwork Angels.

[BONUS TRACK] La tizia davanti a me

Tu, che hai passato tre quarti del concerto con la macchina fotografica alzata sopra la testa proprio all’altezza della mia faccia e mi hai fatto vedere il concerto come se fossi stato a sei chilometri dal palco e guardassi un maxi-schermo. Tu! Sappi che sei stata fortunata che io non conoscessi le parole di nessuna canzone, perché altrimenti a quest’ora nella solitudine della tua cameretta staresti guardando Morrissey muoversi sul palco al suono della mia voce che sbraita fortissimo stonando tutto quello che si può stonare.

8 commenti

Archiviato in il cotone nell'ombelico, musica

8 risposte a “Quella volta che ho visto un concerto di Morrissey a Genova

  1. “Boz Boorer, che mi dice wikipedia essere il direttore musicale di tutta la baracca da vent’anni travestito da donna come solo gli inglesi sanno travestirsi da donne”

    Non so cosa sarà. Forse è il potere del panto che scorre nelle loro vene…

  2. Quella volta di Tuck & Patti, il traghetto di passaggio era così maestoso che loro attesero un minuto in più tra canzone e canzone per salutare quelli che andavano in Sardegna di persona!
    E dopo il concerto Patti mi disse anche che Genova le ricordava molto San Francisco. “Si, in scala 1:72”, risposi io…

  3. Ah ah!, grazie della sincerità e dell’ironia, io a fine anni ottanta mancai uno dei pochi concerti che fecero gli Smiths in Italia, ero una fan sfegatata.
    La carriera solista di Morrissey l’ho seguita solo per i primi due album, poi tutto è diventato parte del mio passato; per questo non sono andata a vederlo a Milano, adesso che potevo (ma devo dire che sentire la sua voce mi emoziona ancora un pochino – che vuoi fare, gli amori giovanili sono quelli che continuano a covare, discreti e duraturi).

  4. Eleonora

    Splendido riassunto di “There is a light that never goes out”. È una delle mie canzoni preferite ma non avrei saputo parlarne meglio!

  5. paola

    sono piegata in due dalle risate!!!!!! immagino la tua vicina di concerto!!!!!

  6. @ForgottenBones: forse è un inconscio omaggio continuo a Boadicea, mi viene da dire da bravo lettore di Alan Moore :)

    @BlackMonk: “ma sembra Genova” è la stessa cosa che disse mia madre quando arrivammo a San Francisco in macchina. Sembrava di vederla dalla sopraelevata. Ma forse tutte le città sul mare con alle spalle delle colline si assomigliano un po’…

    @patrizia, @eleonora: grazie per avere apprezzato l’ironia. Temevo orde di fans infuriate/i.

    @paola: :-) la vicina era contenta del concerto. Un po’ meno del mio parallelo con Fabio Testi.

  7. Destrosio Al Magnesio

    Io l’ho visto a Roma sabato sera. E sono rimasto esattamente come te; a me 4 canzoni servivano (che poi sono tutte degli Smiths), e proprio quelle 4 non ha fatto. A un certo punto dal pubblico qualcuno urla “This charming man”, altro successone smithsiano, e lui risponde “Boooring, boring, boring”. Che poi in verità tutti sapevano che non le avrebbe cantate, vabbe’. Forse si è rotto le palle di rifare il repertorio smiths, però secondo me dovrebbe proprio riunire gli smiths e farci le tournee cosi’, tanto la gente vuole quello.
    Su Meat is Murder anche qui a Roma ha attaccato tutto il pippone con annesso video, e che rendeva il concerto un po’ tutto sconclusionato, diciamo con un po’ di cose appiccicate qui e là.
    Lui regge il palco in modo fantastico e ha una voce che non e’ mai cambiata nel tempo. Però mi ha lasciato come quella volta che vidi Bob Dylan un po’ di anni fa; dici “cazzo almeno una volta nella vita Dylan tocca vederlo.” Poi però esci dal concerto che ti manca qualcosa invece di essere appagato.
    Boh, sto invecchiando, ultimamente esco dai concerti che mi manca sempre qualcosa ….”certo che quella canzone potevano farla, porca miseria 3 pezzi mi doveva fare e non li ha fatti.”.
    Direi che l’ultimo concerto che m’ha soddisfatto a pieno, talmente tanto pieno che mi ha sfinito, fu quello dei Rage Against the Machine a Modena qualche anno fa. Li uscivo dal concerto felicissimo pensando “basta, non voglio piu’ nessun pezzo. Ora datemi una barella per riposare un mese”.

  8. È evidente che non segue il principio degli AC/DC, che in un’intervista dissero una roba del tipo “dal vivo tu devi fare le canzoni che la gente che ha pagato vuole sentire; le altre te le suoni a casa tua”.
    Dylan almeno offre il divertente gioco post-concerto di “secondo me ha fatto questa, mi è sembrato di sentirne un verso o due”, grazie agli arrangiamenti strampalati.

    (poi alla fine da un certo punto di vista ha ragione lui: negli Smiths c’è stato 5 anni, che fa roba sua sono 25 anni…)

    In realtà mi sono spiegato male: è Meat is murder che è un pippone in sé, per fortuna non ha aggiunto nessun discorso.

    Sull’insoddisfazione post-concerto ho una teoria: più passa il tempo più il repertorio degli artisti si arricchisce di cose che vorremmo sentire e quindi l’insoddisfazione è dietro l’angolo. I RATM da questo punto di visto hanno la fortuna di avere avuto una discografia abbastanza ristretta :)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...