“Andiamo in Polonia” (1 di 15)

Praticamente fino al giorno della partenza, quando dicevo a qualcuno che andavo in vacanza in Polonia, la risposta era di norma una faccia stupita e la domanda “e a fare che?” in un sacco di varianti, tra cui anche un meraviglioso “ma a voi non piace il mare?”.
In effetti, partire per un giro di due settimane della Polonia il giorno di Ferragosto suona un pochino strano e decisamente fuori dai giri consueti (“una meta poco ortodossa” ha celiato da par suo uno dei pochissimi che hanno subito detto “che bello”) e persino noi due che dovevamo partire un po’ di timore lo avevamo. E se non ci piaceva? E se le tappe intermedie tra Cracovia e Varsavia si rivelavano dei brutti posti? E se dovevamo mangiare solo pierogi e gulash per 15 giorni? (oddio…) E se non trovavamo i treni e i pullman per arrivare in tempo agli alberghi già prenotati? E se…?
No, niente di tutto questo. Quando tra sei mesi avrò finito questo post a puntate, si capirà che (spoiler) la Polonia è un posto molto bello dove trascorrere del tempo. Non fosse altro perché mentre noi la sera uscivamo con il maglioncino gli amici rimasti in Italia morivano di caldo nelle grinfie di anticicloni dai nomi sempre più improbabili, ma anche perché abbiamo visto piazze gigantesche, chiese, castelli, boschi, casette sul canale, barche, palazzi, reticolati, monumenti, gente mediamente gentile, cibo buono, draghi che sputano fuoco in mezzo alla città; abbiamo impastato il pandizenzero, camminato in città risorte dal fuoco e dalle fiamme, calpestato il suolo su cui sono caduti i primi colpi della seconda guerra mondiale e tante altre cose (tipo che ho mangiato sei pierogi, una salsiccia e un mezzo litro di birra a pranzo e poi ho dormito su un prato per due ore filate).
Se avrete la pazienza di seguirmi, cercherò di raccontare come è andata.

La prima scena si svolge al check-in di Orio al Serio. Siccome Lucilla e io siamo gente previdente arriviamo in aeroporto attorno alle 12. Il volo per Cracovia parte alle 16.30. “Facciamo subito la coda per imbarcare il bagaglio!” esclamo con una venatura filiniana nella voce. In quel momento, sui monitor che sovrastano i banchi di Ryan Air campeggia la scritta “check in – all flights”. E’ il 15 agosto. L’Italia vacanziera si concentra davanti a quei banchi. La densità umana è tale persino che un pendolare di Tokyo implode. La coda non è una coda. E’ un magma vorticante di torti e prevaricazioni; sui fianchi dello schieramento si combatte alla baionetta per frenare l’assalto dei ritardatari, supportati dall’artiglieria di Bava Beccaris, appostata dietro alle macchine per fasciare i bagagli, che apre larghi squarci al centro del quadrato. Cavalli nitriscono imbizzarriti, mentre solitari atti di eroismo non riescono a riscattare l’onta che il genere umano sta gettando su di sé. Grazie a un passeggero di Grugliasco che ci fa scudo con il suo corpo sopravviviamo al lancio di una bomba Orsini e arriviamo indenni davanti al banco. Lucilla fa appena in tempo ad appoggiare il suo zaino sulle bilance di Ryan Air (evidente disappunto di Anubi perché siamo ampiamente dentro i 15 kg, ma Ammut sta comunque banchettando con una famiglia diretta a Palermo che ha sforato) che la signora dietro al banco le dice “sì sì, ma tanto glielo rifaccio prendere subito che è troppo il presto. Il check-in inizia tre prima del volo. Tornate tra una mezz’oretta”.
Riusciamo a uscire illesi dalla battaglia grazie a un convoglio della Croce Rossa, intanto che ululiamo maledizioni all’indirizzo di Ryan Air che per risparmiare due spicci non scrive manco per quali voli è aperto il check-in. Il pavimento è ormai scivoloso di sangue e carte di imbarco. Una signora dà l’addio alla figlioletta, che verrà cresciuta per diventare una hostess Ryan Air, e con alte grida maledice il marito che si è dimenticato di comprare la cartuccia per la stampante.
Ripariamo oltre il distributore automatico di lingotti d’oro (giuro che esiste) e mangiamo qualcosa a una squallida mensa da campo, dove volontarie affaticate dalla guerra ci servono un cibo che ricorda vagamente la pizza, se la pizza fosse non lievitata e poco cotta e condita con cose viscide e insapori.
Poi quando torniamo al banco per il check-in ed è l’ora giusta, non c’è più nessuno. Solo qualche croce improvvisata con i due tronconi di un fucile ci ricorda che poco prima c’è stata una battaglia spaventosa. Torniamo alla pesa, tutto ok, solo che essendo che abbiamo degli zaini dobbiamo portarli a mano noi da un’altra parte per imbarcarli. E lì inizi a domandarti se, dopo esserti cercato tu il volo, aver fatto tu il check-in, consegnato il bagaglio ai facchini, una volta a bordo non ti toccherà pure pilotare tu l’aereo (signor Ryan Air: no. Non si può fare. L’ultima volta che un passeggero si è messo ai comandi di un aereo  la conseguenza a lungo termine è stata “Il cacciatore di aquiloni”).

Il volo è un volo Ryan Air. Come abbiano fatto a trasformare la figura altera della hostess e dello steward da cameriere dei cieli a venditore ambulante dei cieli è un enorme mistero. Entro il 2013 sugli aerei Ryan si potranno comprare anche rose, portachiavi con led e occhiali di plastica. Oltre a quelle cose con la luce che spari in aria e poi cadono lentamente.
Come da previsioni, l’aereo atterra a Cracovia e i passeggeri italiani applaudono. Dev’essere gente che quando il bus accosta alla fermata alza le braccia al cielo in segno di vittoria, penso, poi però dagli altoparlanti della cabina parte una fanfara tipo homerun nel baseball e una voce registrata annuncia che il volo è atterrato in anticipo e che tipo tutti i voli Ryan atterrano in anticipo. Ryan Air batte italiani 1-0.
In compenso il tempo risparmiato viene ampiamente recuperato nell’attesa del bagaglio, durante la quale mi intrattengo con una nuova forma di gioco d’azzardo legalizzato polacco: il bancomat. Funziona così, che tu gli metti la carta di credito e lui ti chiedi quanti zloti vuoi (nota: trascrivo i nomi in grafia semplificata, quindi niente l tagliate – che si pronunciano come la “l” palatale ferrarese, grossomodo). Prima di darteli ti dice: “oh, senti, affarone! Ti applico questo tasso fisso di cambio qua, qualunque sia il tasso il cambio che c’è in questo momento là fuori”. E tu sei reduce da novanta minuti di aereo, il wifi non prende, avevi vagamente guardato i cambi prima di partire ma che ne sai se nel frattempo che tu eri in volo l’Europa ha deciso di stampare sei miliardi di banconote da 500 euro e la tua moneta non vale più niente? “Allora, eh?” ti chiede la macchina. “Lo faccia ‘sto business, dotto’?”. Pigio il tasto “no” e la macchina mi chiede se sono sicuro (anche un po’ offesa). Confermo e piglio le mie banconote, poi trovo una rete e scopro che il tasso di cambio della macchinetta era svantaggioso rispetto a quello della carta. Bel giochino, però.

Con gli zloti mi incasino subito. Il tasso di cambio è circa (per semplificare) 4 zloti – 1 euro; se vedi un prezzo in zloti dividi per quattro ed è fatta.
Usciti dall’aeroporto, però, chiediamo quanto costa il taxi fino all’albergo. 100 zloti, dice l’omino dei taxi, 25 euro aggiunge. Il bus ne costa 40 a persona, ma non ti porta all’albergo, aggiunge.
“FIGATA!” esclamo. “Prendiamo il taxi!”
“Che cazzo dici?” mi fa Lucilla.
Per farla breve, non riuscivo a passare da un sistema all’altro e mi ero convinto che il taxi costasse 25 euro e il bus 40 euro. Mi prendo un giustissimo cazziatone davanti al perplessissimo omino (che mi sa che neanche salutiamo, perché io mi impermalosisco come una scimmia quando mi accorgo di avere torto) e ripieghiamo sulla terza opzione. Il trenino.
Se vi capita di andare a Cracovia, sappiate che la fermata del trenino è a 200 metri dall’aeroporto. C’è un bus gratis, ma non serve a niente perché fa un giro lunghissimo (dice un tizio pratico del luogo), mentre se esci dal terminal e vai a destra e poi segui la recinzione verso sinistra ci arrivi in un attimo.
I biglietti si fanno sul treno (alla macchinetta o al bigliettaio) e arriva alla stazione centrale in venti minuti.

Certo, l’impatto non è dei migliori

(continua, oh se continua)

8 commenti

Archiviato in il cotone nell'ombelico, polonia, viaggio

8 risposte a ““Andiamo in Polonia” (1 di 15)

  1. Vai avanti in fretta che promette bene, la scena aeroportuale conteneva molte verità. Credo che la Ryan dia apposta tempi di percorrenza più lunghi per potersi bullare degli “anticipi” in mezzo alle fanfare e agli applausi dei connazionali beoni, maledetti cialtroni…

  2. subcomarzia

    “L’ultima volta che un passeggero si è messo ai comandi di un aereo la conseguenza a lungo termine è stata “Il cacciatore di aquiloni” mi ha fatto ridere un sacco. Su su torna a scrivere! Il Subcom

  3. Rispetto all’ umorismo lieve che di solito trapela nella tua scrittura questo è Buster Keaton. Sei tornato in forma, vedo.

  4. aspetto con ansia il resto, per ora ho solo una domanda: l’ultima foto NON è la stazione centrale vero?

    • No, è solo il binario dove arriva il trenino in aeroporto :-)

      (per la cronaca, non so se il resto del resoconto sarà di questo tenore; in questo caso il registro comico mi sembrava il più adatto per spiegare il delirio della partenza)

  5. paola

    ahaha!!!!!secondo me ryan air non ti imbarca più sui suoi voli! hai descritto benissimo anche la tipica reazione di lucilla…..:):):)
    sto ancora ridendo

  6. tyttyna

    Io attendo il resto…

  7. Pingback: “Andiamo in Polonia” (3 di boh; ancora Cracovia) | βuoni presagi

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