“Andiamo in Polonia” (4 di 15; “In Italia girano da anni storielle sull’Olocausto”)

Riassunto delle puntate precedenti: da Orio al Serio a Cracovia, dove complici i pierogi ho visioni di tizi vestiti di arancione che arringano le folle.

L’unica foto che ho fatto ad Auschwitz.

Io ad Auschwitz con gli italiani non ci volevo andare, tanto per cominciare.
Però non puoi fare altrimenti, perché a meno che non ci arrivi molto presto o molto tardi la visita puoi farla solo con le guide. E comunque non avrebbe molto senso visitare i campi senza qualcuno che spieghi quello che stai vedendo (Birkenau è per tre quarti una distesa di erba circondata da filo spinato, non è immediato capire che cosa ci sia di interessante) e non ha neanche molto senso spararti ore di visita guidata in inglese quando c’è nella tua lingua.
Se non altro, abbiamo evitato il tour organizzato e ci siamo mossi per i fatti nostri. In fin dei conti arrivare ad Auschwizt-Birkenau non è difficile, tutto quello che devi fare è prendere la corriera per Oswiecim (una ogni mezz’ora) alla stazione dei bus.

Anche perché diciamo che lo slogan del giro guidato non è dei più felici, secondo me 

Però è venerdì 17, quindi è ovvio che qualcosa di brutto deve capitare. Nello specifico, il qualcosa di brutto è la comitiva di italiani, quattro coppie parecchio rumorose che si dispongono sulla corriera sparpagliate e inizano a parlarsi urlando da una fila all’altra. Dietro di me c’è l’ideologo del gruppo, un tizio grossomodo della mia età con moglie che è probabilmente convinto che se sta zitto per più di trenta-quaranta secondi gli esplode la testa. Del resto io sono fermamente convinto che se parlo per più di trenta-quaranta secondi di seguito mi esplode la testa.
I tizi sono abbastanza indignati per il fatto che l’autista ha fatto salire della gente facendogli il biglietto sul momento lasciando a terra altra gente che aveva già il biglietto. La cosa curiosa è che loro erano tra quelli saliti facendo il biglietto. Ma erano comunque indignati perché quello aveva fatto il furbo e glieli aveva fatti andata e ritorno con la scusa che non parlava italiano o inglese; al che ti domandi se questi avevano intenzione di fermarsi anche a dormire là.
Comunque, a un certo punto riesci a escluderli dal canale audio e ti concentri su una coppia di spagnoli lì di fianco che hanno estratto dalla borsa un voluminoso dossier rilegato su Auschwitz che partiva, credo, dal processo a Cristo. Dentro c’è davvero di tutto, mappe dei campi compresi, con tanto di orari dei turni delle sentinelle. Una cosa del genere.

La senti che aleggia nell’aria, in quel silenzio un po’ troppo lungo, la voglia di dire la cazzata. È lì, la senti arrivare appena il tizio dietro chiama a gran voce l’amico:
“Oh, Franco! Ma se ti chiedono se vuoi farti una doccia tu cosa gli dici? ‘No grazie ho già fatto!’ AHAHAHAHAHAHHAH”
Ride da solo, perché anche l’altro, un signore sulla cinquantina, è effettivamente chiuso in un silenzio imbarazzato, fa forse qualche sorrisetto di circostanza o una chiosa imbarazzata, ma non la sento perché sono troppo impegnato a recuperare i pezzi del Kindle che ho sbriciolato tra le mani (prima) e a implorare Lucilla di fare la visita guidata in inglese (poi).
Ma non c’è niente da fare.
Il fine intellettuale, poco prima di arrivare a destinazione, fa ancora in tempo a scambiare due chiacchiere al telefono con un amico appena tornato da Marbella. “Sto andando ad Auschwtiz,” gli dice. “AUSCHWITZ! Sì Auschwitz, dai, i campi di concentramento. Eh, sì. Vabbuò, dopo ti mando un messaggio su Facebook e ti dico com’è”.
Appena le porte del pullman si aprono schizzo fuori senza nemmeno voltarmi per mettere più distanza possibile tra me e il demente.
Ci riesco, sembra.
Facciamo la nostra brava coda per i biglietti e ci danno l’adesivino colorato da portare sulla giacca. Gli adesivini hanno colori differenti a seconda della lingua e servono alle guide per identificare al volo eventuali dispersi durante la visita. Inoltre, il richiamo al sistema di identificazione della tipologia di prigionieri funziona senza essere pacchiano.
Poi aspettiamo che arrivi il turno della visita guidata in italiano.
Arriva.
Siccome siamo parecchi, veniamo divisi tra tre guide. Noi restiamo nell’ultimo gruppo, che sembrava quello composto da persone più innocue. Siamo lì fuori che ci prepariamo a partire, dopo avere regolato i ricevitori per sentire la guida in cuffia, e io guardo verso la scritta “Arbeit Macht Frei”, verso la quale stanno marciando i due gruppi italiani che ci precedono.
Ed è lì che lo vedo. Un deficiente si mette in posa spalle alla scritta, le braccia spalancate, il sorrisone a 666 denti.
“Ma chi cazzo è quell’idiota?” dico, sforzandomi di non urlare.
“Come, non lo riconosci?” mi fa Lucilla. “È quello che era seduto dietro di te.”
Piango, perché almeno fino a che faceva battutacce lo capiva solo chi parla l’italiano. Ma il linguaggio del corpo, quando hai un adesivino che ti etichetta come italiano davanti a chiunque, è universale. E mi torna in mente quando Berlusconi, per giustificare il “kapò” affibiato con eguale sorriso a un parlamentare tedesco al parlamento europeo, disse che in Italia siamo abituati a scherzare sulle tragedie e quindi che c’è da scandalizzarsi tanto, cosa c’è di male a farsi due risate?
Sapete chi rideva nei campi di concentramento?
I nazisti (a volte la reductio ad Hitlerum ha il suo perché).
Ma in realtà neanche, perché questo non è manco un fascista, è solo un coglione senza nessuna pezza d’appoggio ideologica. Poi magari può pure essere fascista, ma lo è perché è coglione, non viceversa.

Ad Auschwitz ho scelto di non fare foto. Non volevo considerarlo come un posto qualsisasi.
Inoltre, per quanto la giornata fosse grigia e piovigginosa, c’è un problema di fondo: oggi, con i vialetti in ghiaia, le casermette a due piani in mattoni rossi perfettamente allineati, gli alberi attorno, Auschwitz sembra un posto piacevole. È difficile, difficilissimo, immaginarsi oggi, durante la visita, il terrore, il freddo, il fango, le urla, la violenza, la sofferenza. Se ti metti a fare delle foto rischi che sembri un bel posto di villeggiatura. Birkenau oggi, distrutte quasi tutte le baracche di legno, è un gigantesco pratone con le sue vie dritte e subito alle spalle un bellissimo bosco (dove ci fucilavano la gente). In una giornata di sole forse ti verrebbe voglia di fare le porte con le felpe, tirare fuori un pallone e fare un Italia-resto del mondo (prossimamente in un film di Salvatores).
A riportarti alla realtà ci pensano le esposizioni realizzate nelle camerate di Auschwitz, che ricostruiscono la genesi dei campi (Auschwitz I, Auschwitz II – Birkenau – e Auschwitz III – Monowitz – dove era stato rinchiuso Primo Levi) e la vita, se così si può chiamare, al loro interno. Non è una passeggiata. Entrare in una stanza dove sono ammassati i capelli tagliati ai prigionieri e ritrovati nei magazzini al momento della liberazione del campo può fare crollare anche le persone più forti. Non c’è bisogno di spiegare perché. Stanze e stanze colme di cose che erano appartenute a esseri umani, ogni oggetto una persona. Svanita. Ne restano tracce nel terreno che calpesti fuori, particelle portate dal fumo e cadute al suolo. L’intera superficie di Birkenau è impregnata di cenere dei forni crematori.
E poi le foto. Corridoi delle foto scattate ai prigionieri al momento dell’immatricolazione. Tutti uguali. Uomini, donne, il cranio rasato. Un anziano con il volto deformato in una smorfia di terrore. Sotto, la data di ingresso al campo e quella di morte. Vicinissime.
Per fortuna a un certo punto arriva l’umorismo involontario (o forse è solo una reazione di autodifesa per non mettersi a urlare) quando la guida serissima dice “e adesso andiamo a vedere le celle della morte”. E tu sei già lì che ti domandi se fino a quel momento per caso eri stato a Gardaland, mentre lei incalza, giustamente serissima: “da qui passa si passa al cortile della morte, dove in fondo c’è il muro della morte”.
Davanti al forno crematorio di Auschwitz I c’è ancora la forca dove venne impiccato nel 1947 Rudolf Höss, primo comandante del campo. Logico, causa-effetto.

La modalità di visita di Auschwitz, con la guida che parla in un microfono che trasmette alle cuffie del gruppo, non è il massimo. È vero che non si può fare altrimenti, perché se le guide dovessero farsi sentire dentro le stanze strette solo con la voce sarebbe un disastro di grida, ma le cuffie (e il fatto che il microfono della guida capti tantissimo rumore ambientale) rendono la visita più faticosa e sgradevole dal punto di vista della concentrazione di quanto dovrebbe essere. Purtroppo, con così tanti visitatori, non è che si possa fare altrimenti.
In questo senso la visita a Birkenau, senza cuffie, è molto più soddisfacente, perché non si è immersi in una confusionaria bolla sonora, non devi aspettare che gli spagnoli siano usciti e non devi fare in fretta perché hai dietro gli inglesi che aspettano.
Grazie al contatto più diretto con la guida, si inizia anche a interagire di più con lei, si esce un pochino dai binari della spiegazione preconfezionata. Lei è una signora piccoletta, sulla cinquantina e quando parla senti che nonostante avrà spiegato mille volte le stesse cose ha ancora nella voce una vena di dolore, di indignazione, di rabbia. Ci indica le cisterne costruite ai lati della ferrovia, che servivano in caso di incendio; una precauzione dovuta a necessità assicurative. Le strutture dove lavoravano i prigionieri, infatti, erano assicurate dalla Allianz. Tra le altre ditte che hanno usufruito del lavoro degli schiavi ebrei c’è anche la Siemens (curiosamente, il mio bagaglio a mano in quel viaggio era proprio una borsa marchiata Siemens).

Alla fine della visita, quando risali sulla corriera per Cracovia, ripensi a quello che ti è passato davanti. Alla perfezione inumana di una macchina costruita per uccidere esseri umani quasi senza sforzo. All’inizio si pensava di eliminare gli ebrei alla vecchia maniera, tramite fucilazioni. Ma oltre ai costi c’era un problema umano: quando metti dei soldati a fucilare civili, prima o poi qualcuno inizia a dare di testa, a farsi delle domande. Diventa inefficiente. Se non ricordo male, nel famoso saggio di Goldhagen sugli esecutori materiali dell’Olocausto si racconta di una giornata di fucilazioni in cui i soldati, scossi per la quantità di persone che stavano uccidendo, le urla e tutto quanto iniziarono a bere e finirono per ubriacarsi e quasi per spararsi addosso. Nel meccanismo dei campi, nella sua struttura perfettamente industriale, uccidere il grosso delle persone era semplice come farle mettere in fila. Al lavoro sporco (togliere i cadaveri dalle camere a gas e portarli ai forni) pensavano i Sonderkommandos, cioè squadre di prigionieri ebrei che ricevevano un trattamento migliore degli altri e che quando diventavano inutili potevano essere sostituiti senza troppi complimenti. Ad Auschwitz, nell’ottobre del 1944, un Sonderkommando organizzò una rivolta e, grazie all’esplosivo fornito da delle donne polacche che lavoravano nelle fabbriche di munizioni, fece saltare in aria un forno crematorio, uccidendo tre guardie. Ovviamente non riuscirono a scappare o a fare altro. Vennero uccisi loro e, poco dopo, le donne che li avevano aiutati.
Quanto agli altri, quelli che avevano la sfortuna di non morire subito, il sistema di vita del campo era tale da trasformare in breve il prigioniero in qualcosa che di umano conservava pochissimo e che moriva praticamente da solo. Poi, certo, c’erano le crudeltà, le vessazioni, le punizioni inumane. Ma restavano su una scala molto più gestibile dal punto di vista emozionale e venivano comunque compiute su creature che agli occhi dei carnefici dovevano davvero essere i grotteschi parassiti con cui la propaganda antisemita identificava gli ebrei.
Un sistema perfetto, nel suo orrore, che garantiva ai tedeschi non solo di portare avanti il piano di sterminio ma anche di guadagnarci, grazie al lavoro di un’enorme massa di manodopera gratuita.
Ma questo l’hanno detto meglio di me e con più dati generazioni di storici.

Come si fa a chiudere un pezzo su Auschwitz senza domande retoriche, senza cose dette e ridette?
Boh. Io però è da allora che mi domando che diavolo avrà scritto quel coglione su Facebook dopo la visita.

(continua)

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4 commenti

Archiviato in polonia, viaggio

4 risposte a ““Andiamo in Polonia” (4 di 15; “In Italia girano da anni storielle sull’Olocausto”)

  1. k.

    se non l’hai ancora letto, intanto che hai la memoria fresca di questa visita leggi la casa delle bambole di ka-tzenik. fa piangere.

  2. Io invece ti consiglio, sempre se non l’hai letto, Maus. E’ abbastanza terribile.

  3. Grazie!
    “La casa delle bambole” non l’avevo mai sentito, lo cercherò.
    “Maus” l’ho letto, ma ho intenzione di rileggerlo

  4. Impressioni e sensazioni in tanti casi uguali a quelle che ho avuto nella mia visita ad Auschwitz di qualche anno fa. Aggiungo che proverei a portarci (forse di più a Birkenau) tanti di quelli che mi oppongono un …si, ma…

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