“Andiamo in Polonia” (7 di 15; trompe l’oeil)

Riassunto: mai arrivare troppo presto in aeroporto, ma andate a Cracovia che è bella, basta stare attenti agli italiani idioti e alle vespe fuori dalle miniere di sale. Inoltre, a Wroclaw occhio che si inciampa negli gnomi.

Mezzucci per aumentare le visite al blog.

Una cosa buffa che dovete sapere della Polonia è che sono cattolicissimi. Ma del tipo che ho visto farmacie che non esponevano i preservativi, preferendo nasconderli nel cassettone più nascosto di tutti, protetti dai sette sigilli di Salomone.
Però poi per il centro di Wroclaw (e di Pozan e di Torun e di Danzica) trovi queste ragazze in minigonna fucsia e ombrellino in tinta che distribuiscono volantini per una catena di nightclub agli uomini non accompagnati.
La cosa buffa è che tu ti immagini che se una ragazza facesse questo lavoro in Italia dovrebbe passare tre quarti del suo tempo a scrollarsi di dosso a colpi di machete branchi di maschi che devono dimostrare di non essere froci; lì invece passeggiano annoiate cercando disperatamente di smollare ‘sti volantini a qualcuno. Persino i turisti (non italiani) le considerano né più né meno come una qualsiasi persona intenta in un’attività di volantinaggio. Anche perché la cosa è abbastanza umiliante e imbarazzante per entrambe le parti in causa: per le ragazze, che si aggirano in quella che è sostanzialmente una specie di messa in scena della prostituta che adesca i clienti e per gli uomini, a cui il volantino si rivolge con quegli ammiccamenti da morti di figa che fanno un po’ tristezza.
So come è fatto il volantino perché a Torun, con abile mossa, Lucilla mi ha praticamente scagliato su una di queste ragazze nel momento in cui si stava girando (e non ci aveva quindi visti insieme, così che per lei ero un potenziale cliente del locale). È successo che lei mi ha detto qualcosa di assolutamente incomprensibile in polacco, io ho preso il depliant bofonchiando qualcosa in inglese tipo “uh, ci do un’occhiata” e mentre mi disimpegnavo vergognandomi come i quaranta ladroni tutti insieme, lei mi ha detto “please come” esattamente con quel tono ambiguo che state immaginando, ma anche con quell’entusiasmo da telefonista dell’unoquattroquattro che nel frattempo sta girando il sugo.
Insomma, se uno vuole fare del blando turismo sessuale e andare a vedere delle tette, in Polonia si può fare anche quello. Poi probabilmente si ritrova all’Ippopotamo, chissà.

Perché quest’uomo ha un dito in testa? Non lo so. Però ce l’ha. E ti fissa.

Nel lontano autunno del 1998, fresco di immatricolazione al corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università di Bologna, mi aggiravo per i corridoi di lettere alla ricerca di due esami per completare il mio piano di studi. Dopo un avventato modulo in cui indicavo robe tipo Estetica e Storia della Musica avevo ripiegato su un più pratico Glottologia (“Ah, egittologia! Bello!” “No, GLOTTOLOGIA” “Ah. E che è?”) e cercavo il secondo. Di colpo si presentò la soluzione: Storia del Teatro! Orario comodissimo 17-19, un sacco di ragazze, programma che sul fascicolo dell’orientamento sembrava una cazzata (tipo che verteva su tre testi teatrali a scelta da una lista in cui era facile trovarne tre ampiamente sviscerati al liceo). Consegno il modulo all’ultimo momento e mi presento bel bello alla mia prima lezione, che era poi la terza del corso.
Avete presente Fantozzi e il cineforum? Ecco, il primo impatto è quello. Scopro con orrore che per il gruppo M-Z l’esame è totalmente diverso e verte tutto sull’opera dell’Odin Teatret diretto da Eugenio Barba, ospitato a Bologna per una grande rassegna sulla sua attività tra ottobre e novembre. Odin Teatret = teatro contemporaneo sperimentale.
Di colpo, mi trovo gettato nell’acqua più alta della mia vita. Io, che ero stato a teatro tipo cinque volte in vita mia se contiamo pure gli spettacoli amatoriali di Govi, mi trovo a passare sei ore alla settimana a sentire parlare di teatro sperimentale, di teatri orientali, di training dell’attore, arti marziali, teatro “povero” e di un sacco di altre cose che, a poco a poco, si rivelano in realtà fighissime.
Ma che c’entra con la Polonia tutto questo? C’entra perché Eugenio Barba, classe 1936, pugliese, emigrò da ragazzo prima in Norvegia dove si laureò in Lettere e Storia delle Religioni e poi, colpito dalla lettura del libro “Cenere e diamanti” che parlava degli scontri tra nazionalisti e comunisti filo-sovietici alla fine della guerra, in Polonia, dove conobbe il regista teatrale Jerzy Grotowski, di cui divenne allievo.  C’era una storiella buffa, che ci avevano raccontato a lezione, sul fatto che fare teatro in Polonia era uno dei modi migliori per potere discutere di argomenti sovversivi perché essendo le prove teatrali la cosa più noiosa del mondo la polizia non ci andava quasi mai a ficcare il naso.
Poi nel 1964 Barba se ne andò in Danimarca a fondare la sua compagnia, mentre Grotowski rimase a Wroclaw a proseguire la sua ricerca, sempre meno teatrale e drammaturgica e sempre più filosofica (tutta la storia è raccontata da Barba in un libro autobiografico)
Comunque, tutto questo per dire che a Wroclaw, nelle vie interne del municipio al centro della piazza vecchia c’era il teatro dove lavorava Grotowski, oggi sede del centro culturale a lui intitolato. Non so bene che cosa ci facciano dentro. Io mi sono limitato da bravo turista a farmi una foto davanti alla porta di ingresso e basta, che quello era il bottino che volevo raccogliere, perché mi divertiva l’idea di essere in un luogo che tanti anni prima si era curiosamente intrecciato con la mia vita. Un luogo in cui non avrei mai immaginato di potere un giorno capitare.
(per la cronaca all’esame mi presentai pensando “mah, speriamo che non mi caccino via alla seconda domanda” e me ne andai con un trenta e lode sul libretto. Un trenta e lode del DAMS, ma pur sempre un trenta e lode).

Un guerresco gnomo

All’incirca dalla seconda metà del XVIII secolo, un grande hobby delle nazioni limitrofe è stato invadere la Polonia e prendersene dei pezzetti, con il risultato che all’inizio del XIX secolo il Paese era stato spartito tra Russia, Prussia e Impero Austro-Ungarico (sapete bene che i polacchi sono citati pure nell’inno di Mameli come compagni di lotta contro l’Austria: “Son giunchi che piegano, le spade vendute: già l’aquila d’Austria le penne ha perdute. Il sangue d’Italia e il sangue polacco bevé col cosacco, ma il cor le bruciò”). Però, se c’è una dote di cui i polacchi non difettano è la combattività. Durante la seconda delle tre spartizioni che li distrussero, i polacchi insorsero contro i russi ed esordirono vincendo, con uno sforzo congiunto di truppe regolari e contadini armati di falci, una battaglia nei pressi in un posto chiamato Raclawice. Poi persero miseramente il resto della guerra, però l’episodio rimase ben radicato nella mitologia nazionale come prova di forza e di coraggio, tanto da riecheggiare ancora durante la seconda guerra mondiale.
Per commemorare il centenario della battaglia, alla fine dell’Ottocento due pittori (Jan Styka e Wojciech Kossak) decisero di raffigurare la battaglia in una tela. Una grande tela. Tipo larga 120 metri e alta 15. Circolare.
Sorprendentemente, aiutati da un piccolo battaglione di altri pittori, ci misero solo nove mesi. La tela venne allestita in un apposito padiglione dell’esposizione di Lviv e fu immediatamente un grande successo.
Poi ci fu la guerra e la Polonia tornò a essere dipendente dalla Russia e ci si può immaginare come a Mosca fossero contenti di quel gigantesco memento della tignosità polacca. Poi arrivarono gli anni ’80, Solidarnosc e tutto il resto e dal 1985 la tela, restaurata, è esposta a Wroclaw, in un apposito edificio circolare.

Eccola qui.

Le parole (e anche le foto) rendono poca giustizia alla spettacolarità del lavoro. Per quanto la qualità della pittura sia di per sé modesta, l’impatto che la tela ha date le sue dimensioni e dato l’allestimento della sala è incredibile.
Attraverso una rampa si accede a una piattaforma circolare al centro del cilindro che contiene il dipinto, attorno al quale si può così girare liberamente. L’effetto illusionistico e quasi iper-realista è amplificato dal fatto che tra lo spettatore e la superficie pittorica è stato allestito uno spazio “di confine” con terreno, alberi e oggetti che proseguono lo spazio pittorico al di fuori del quadro. Complice l’attenta illuminazione, si ha davvero la sensazione di non riuscire più a capire quale sia il confine tra i due mondi, che cosa è dipinto e che cosa no nella zona di transizione.

Per esempio.

Per esempio, di nuovo.

Cosa è dipinto? Cosa è reale?

La visita dura mezz’ora e la spiegazione viene fornita attraverso una pratica audioguida che contestualizza le varie fasi della battaglia, spiega chi sono i personaggi raffigurati e chi erano i pittori che hanno realizzato il dipinto.
Non avevo mai visto niente di simile (e non ne ho neanche mai sentito parlare); ero pronto a a qualsiasi delusione e invece il “Panorama di Raclawice” è una delle cose più particolari e affascinanti che si possono visitare in Polonia.

Subito dietro al Panorama, tanto per ricordare i travagliati rapporti tra Polonia e Russia (e Unione Sovietica), c’è un monumento dedicato alle vittime del massacro di Katyn, la località russa nei cui dintorni i sovietici uccisero circa 22.000 prigionieri di guerra polacchi dopo avere invaso il Paese nel 1939.
Il massacro di Katyn è una delle vicende più kafkiane della guerra in Polonia, perché le fosse comuni vennero scoperte dai nazisti durante l’avanzata verso la Russia e usate come arma di propaganda anti-sovietica. Quando poi i russi riconquistarono la zona accusarono i tedeschi del massacro e quella rimase la versione “ufficiale” fino a che nel 1989, in piena perestrojka, non venne ammessa la responsabilità russa, sostenuta dai documenti conservati negli archivi del Cremlino in cui si ordinava l’eliminazione dei prigionieri. In ogni caso i russi hanno rifiutato, con una recente sentenza del tribunale militare durante la presidenza dell’amico Putin, di considerare Katyn un crimine di guerra.
Qualche anno fa di Katyn si era parlato anche in Italia per via del film di Andrzej Wajda, figlio di una delle vittime. Candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2008, il film uscì in Italia in 12 copie, a fronte di tre milioni di spettatori in Polonia, solo nel 2009. I giornali e i tg di destra fecero una gran cagnara sulla censura della sinistra comunista, ma la grande domanda è “perché non l’ha preso Medusa?” (perché altrimenti l’amico Putin ci faceva fare un inverno al gelo, direi io).
La verità è semplicemente, dopo averlo visto, che nessun grosso distributore si è voluto  accollare un film di due ore su un evento storico della seconda guerra mondiale sconosciuto ai più; specie un film che, per quanto opera di un grande regista, risente di un’impostazione molto televisiva e incredibilmente didascalica, da “film per le scuole”. Peggio ancora, poi, essendo stato distribuito in Italia da un piccolo distributore, il doppiaggio è parecchio al di sotto degli standard del doppiaggio cinematografico. Medusa, comunque, alla fine ha preso i diritti del dvd e dentro c’è pure un servizio del tg2 sul film, tratto dalla gloriosa rubrica “5 minuti di revisionismo storico” che tanto caratterizzava quel giornale.
Una curiosità: la realizzazione del film fu fortemente voluta dal presidente Lech Kaczyński, che in seguito morì in un incidente aereo proprio mentre si stava recando in Russia ad assistere a una commemorazione dell’eccidio. Inserite pure la vostra teoria cospirazionista preferita qui.

(continua)

Annunci

9 commenti

Archiviato in Film, polonia, viaggio

9 risposte a ““Andiamo in Polonia” (7 di 15; trompe l’oeil)

  1. DUE citazioni dei Keap.
    DUE.
    Santo Dio D U E , e nemmeno un link.
    Nemmeno uno, sebbene le due canzoni siano pietre miliari del genere, abbiamo folte schiere di estimatori e siano una composizione originale e una suprema cover modificata in perfetto stile Keap!

    Mi ritengo offeso, disgustato e sbertucciato, in qualità di cofondatore del miglior gruppo di nerd rock il cui nome sia allo stesso tempo una via di New York e un ganzo e giovane acronimo preso da una psichedelica canzone di un quartetto di scanzonati liverpooliani.

    Per un affronto del genere, ci sarebbe il licenziamento dal gruppo, ma non ci va di perdere due membri in un colpo solo!

    • In realtà sono entrambe cover. Comunque rimedio qua:
      * “Kokomo” è anche il titolo dell’agghiacciante canzone dei Beach Boys (o ciò che ne restava) per la colonna sonora di “Cocktail”, il film con Tom Cruise. Nella sfida di fare una bella cover di una canzone brutta, noialtri KeAP abbiamo prodotto questa cosa qua: Kokomo

      * Per quello che riguarda l’inno di Mameli, un buon modo per familiarizzare con il suo testo – che nelle parti meno note raggiunge abissi di bruttezza non da poco – è la versione fatta dai KeAP con un piccolo aiuto da parte di Jack White: Goffredo dice 150×7

  2. paola

    lucilla è veramente perfida…….

  3. anna

    I 22.000 ufficiali polacchi non sono stati uccisi nel 1943,ma nel 1940!!I sovietici non hanno invaso il paese nel 1943 ma nel 1939 insieme ai tedeschi come deciso nel patto Ribbentrop-Molotov!di solito sbagliare una data non è grave,ma in questo caso si,perchè come hai scritto

  4. anna

    la versione ufficiale diceva che fossero stati uccisi dai tedeschi arrivati in quella zona nel 1943.Comunque vorrei cogliere l’occasione per dire che,se è vero che anche i sovietici hannno compiuto massacri e deportato nei gulag di migliaia di polacchi,non voglio che si sminuisca quello che

  5. anna

    hanno fatto i tedeschi cioè uccidere tre milioni di polacchi(oltre ai tre milioni di cittadini polacchi ebrei)sia nelle loro case sia nei campi di concentramento,in Polonia,Germania e Austria.C’erano dei campi come quello di Ravensbruck,solo per donne e bambini,o quello di

  6. anna

    Mathausen-Gusen dove i prigionieri polacchi erano molti di più di quelli ebrei e questo mi sembra un aspetto che non sia stato abbastanza affrontato.

  7. Sì, la Polonia nella Seconda Guerra Mondiale ha fatto realmente da nazione-martire, stretta tra tedeschi e sovietici che volevano chiudere un discorso secolare una volta per tutti.
    Basta pensare alla sorte pensata per Varsavia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...