“Andiamo in Polonia” (9 di 15; la più bella statua del Papa)

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Poznan, la piazza con Nettuno

Poznan l’avete forse sentita nominare perché l’Italia ci ha giocato due partite del primo girone degl Europei, ed è stata la terza tappa (di sei) del nostro giro polacco, dopo Cracovia e Wroclaw. A causa di questa scelta di percorso, ci siamo imbattuti in uno strano effetto prospettico: la piazza vecchia di Wroclaw ci era sembrata la versione in scala ridotta di quella di Cracovia e quella di Poznan ci è subito sembrata la versione in scala di quella di Wroclaw.
Infatti anche qui abbiamo trovato uno spazio rettangolare delimitato da edifici in stili differenti, con altri edifici al centro della piazza e un municipio monumentale. A Poznan si bullano che il municipio, rinascimentale, è opera di un architetto italiano: in realtà l’architetto era di Lugano. Il municipio ha una sobria lunghissima iscrizione che tesse gli elogi della casata che lo commissionò e alcuni tondi con ritratti di uomini illustri dell’antichità classica, interessanti perché di fianco a Spartaco compaiono “I TIRRANICIDI”.

Mi sfugge solo il caso, di Tyrannicidae

Purtroppo la piazza, nella parte interna, è rovinata da due bruttissimi edifici postbellici che non c’entrano nulla con quello che attorno e che almeno hanno il buon gusto di essere parecchio bassi. In uno dei due è ospitato il museo delle forze armate, con una raccolta di armi, uniformi e attrezzature che vanno dal medioevo all’altroieri. Ci si può anche comprare un fermacarte a forma di bomba a mano, il genere di cose che non dovete lasciarvi sfuggire se volete familiarizzare un po’ con i ragazzi del controllo bagagli in aeroporto. In compenso, le “casette dei pescatori”, ricostruite dopo la guerra, sono parecchio belle, con i loro colori sgargianti e le decorazioni stilizzate.

La prima specialità locale che proviamo a Poznan è il kebab, perché ormai niente è più rassicurante e fidato del junk food. Il kebab in Polonia, oltre che parecchio conveniente, è anche particolarmente invitante perché al posto del rotolone compatto tipo polpettone che sfoggiano i kebabbari italiani (quasi tutti), lì si vede spesso lo spiedo che si fa strada tra strati e strati di fette gigantesche di carne, che magari è la stessa che si trova qui, ma che ha un aspetto molto più godurioso.
La porzione tende a essere così abbondante che il pane viene completamente squadernato, fino a diventare una specie di cono (una specie). Per comodità e per il tuo decoro, ti danno anche una forchettina di plastica, che altrimenti ti tocca tuffarci la faccia come nell’anguria. Comunque, il kebab con la salsa al curry è una svolta. Se volete mangiare un tipico dolce di Poznan, non fatelo. O assicuratevi di essere in molti. O di avere qualcuno con cui dividerlo (una famiglia numerosa, possibilmente). Il tipico dolce del luogo, infatti, è una specie di croissant elevato all’ennesima potenza, ripieno di un impasto di semi di papavero bianchi, nocciole, uvetta, plutonio e due o tre nane bianche per dare corpo al tutto. Uno di questi mostri, che in teoria andrebbero preparati per la festa di San Martino, pesa più di due etti. Ne ho preso uno la sera, al grido di “se non lo mangio qui quando lo mangio?” (e senza sapere esattamente il suo peso specifico), ne ho mangiato due, tre bocconi, l’ho rimesso nel suo sacchettino e l’ho portato in albergo. Alla reception ci hanno fermato, ci hanno costretto a mettere una brandina in più per lui, pagando il sovrapprezzo. Alla fine l’abbiamo abbandonato prima di andare a Danzica. Qui comunque vi spiegano tutto su come si fanno. Ma ricordate: NO.

Quelli che sembrano cuscinoni NON sono cuscinoni, come ho scoperto con grande gioia del mio osso sacro.

Poznan è, tra le altre cose, uno dei più antichi nuclei del popolo polacco, dai tempi dei Polani, e la sua cattedrale è la più antica del paese, risalente al X secolo (hanno fatto in fretta a diventare cristianissimi, eh?). Per arrivarci bisogna uscire dal centro, attraversare un ponte ed eccola lì, pure lei sul suo isolotto, come a Wroclaw. Ora, tutte le guide turistiche vi parleranno delle vicende costruttive, dei restauri, dei rifacimenti, dello splendore della cappella d’oro. Quest’ultima in particolare colpisce moltissimo e merita la passeggiata fin lì. Però. Quello che nessuno vi dice è fuori dalla cattedrale c’è la più bella stata di Giovanni Paolo II di tutta la Polonia (e non ce ne sono poche). Non c’è bisogno di averle viste tutte, per dirlo, perché non può che essere la più bella. Anche più bella di quella di sale sotto terra.

TA-DAN!

Guardate l’incedere maestoso, il gesto imperioso con cui PEM! ti tira giù un muro di Berlino, il volto giovane da attore, il mantello svolazzante come quello di Ken il Guerriero, quella punta di scarpa che è lì per prendere a calci qualcuno (mica come le Prada rosse del suo successore). Purtroppo la foto non rende l’idea, è un papa trascinatore , un vendicatore col mantello che non può restare fermo un attimo, adesso qua domani chissà dove a far cadere il comunismo o a condannare l’aborto e l’uso dei preservativi. Un papa da manga: Proseguendo oltre la cattedrale, si arriva sulle rive di un lago artificiale, dove dovrebbe trovarsi la più antica chiesa in mattoni della Polonia. Esattamente il genere di cose per cui impazzisco, salvo poi arrivare là e scoprire che sarà pure la più antica chiesa in mattoni della Polonia ma a parte questo a. fa abbastanza cagare; b. io e i redattori della Lonely Planet abbiamo un diverso concetto di “maestoso portale romanico” (e quello sbagliato è il loro). A questo punto, complice il fatto che è il pomeriggio del primo giorno che siamo lì e abbiamo grossomodo esaurito i punti di interesse della città, ho mal di testa e dobbiamo restare lì ancora un giorno, inizia a farsi strada in me la convinzione che siamo incappati nella temutissima Viseu del viaggio (Viseu è una cittadina portoghese dove trascorremmo lunghe ore avvolti nel tedio, culminate in una visita a una specie di Ipercoop, in attesa di poter prendere il pullman che ci avrebbe riportati a Coimbra).
Una sensazione che non basta a cancellare un’inumana merenda da 16.000 calorie a base di torta e una cena a un ristorante bretone (dove scopriamo la meraviglia della zuppa di pomodoro, che poi è salsa di pomodoro, con i semi di girasole tostati), così che quando il giorno dopo partiamo per andare alla foresta dei meteoriti di Morasko sono di un umore che al confronto una tempesta bretone è la brezza di primavera sul monte di Portofino.

Quella pozza di acqua putrida è dove una volta è caduto un meteorite.

Le alternative erano una gita nel parco naturale lì attorno (con prospettiva di 8km di camminata) e giornata alle terme (alla quale ho detto “no” pensando che comunque sarebbe stato più interessante fare qualcosa che non possiamo fare anche altrove), ma in fondo non sembrava difficile arrivare a vedere questi benedetti crateri di meteoriti. Se non che, la malefica guida, non aggiornata, indicava una linea di tram che non passava più dalla stazione da secoli.
Quindi, ci troviamo in terra straniera, sperduti, a cercare di capire come si arrivi in questo maledetto posto. Mentre Lucilla si attiva, io metto su la mia strategia da Calvin “se la convinco che è troppo difficile trovare il posto, forse rinuncerà ad andarci”. Credo a un certo punto di avere anche detto “sono un turista, non un viaggiatore”. Non funziona.
Alla fine, grazie a un disponibilissimo ragazzo che ci porta fino alla fermata dell’autobus, arriviamo a un capolinea degli autobus da cui dovrebbe partire quello che ci porterà là. Oppure potremmo andare a piedi. Ma vuoi andare a piedi? Preferisci aspettare l’autobus? Ma è tra 40 minuti, scegli tu. No, andiamo a piedi, ma chissà quale strada è, ma magari è lontano. Alla fine, in un clima in cui un gigantesco “HAI ROTTO IL CAZZO” è sempre a tanto così da colpirmi sui denti, aspettiamo l’autobus.
Una volta sul posto, trovare il sentiero giusto non è difficilissimo, grazie all’italico ingegno.

DI QUA –>

Nell’incomprensibile cartina non orientata (solo in polacco) posta all’inizio del sentiero, qualche eroico connazionale ha infatti scritto a pennarello “di qua”.
Il sito meteoritico di Morasko è un po’ quello che è: ogni tanto ci sono queste conche di acqua putrida che è dove sono caduti i meteoriti. E sono cinque o sei. Il resto è bosco, dove è piacevole camminare, se non hai una piattola di quasi un metro e novanta che trascina i piedi dietro, è totalmente imparanoiato dalla prospettiva di sbagliare strada e lascia segnali a ogni incrocio.
Credo che il punto più basso l’ho raggiunto quando Lucilla trova un cespuglio di more e inizia a mangiarne. “Non ne prendi?” mi fa. “No,” dico io. “Magari sono velenose, meglio che uno di noi resti sano per chiamare i soccorsi, in caso”.
Credo che in quel momento lei si sia molto pentita di essere lì, perché per la statistica era molto improbabile che un meteorite si potesse abbattere su di me, ponendo finalmente fine alle mie sofferenze. Ma più che altro alle sue.

Questa foto di lucchetti a Poznan simboleggia il lieto fine della vicenda.

(continua)

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2 commenti

Archiviato in polonia, viaggio

2 risposte a ““Andiamo in Polonia” (9 di 15; la più bella statua del Papa)

  1. altro che lonely planet!

    “Alla fine, grazie a un disponibilissimo ragazzo che ci porta fino alla fermata dell’autobus” .
    no.
    la versione corretta è: “alla fine, grazie a Lucilla, la paziente, intraprendente e amicadeipolacchichenonparlanoinglese Lucilla, abbiamo fatto amicizia con un nerdissimo polacco che, superata la fase di diffidenza iniziale, grazie a Lucilla, la socievolissima e paziente Lucilla, ci ha accompagnato fino alla fermata degli autobus.”

  2. paola

    fantastico…..vi immagino nel bosco insieme, meteoriti e more!!!!!

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