Il calcio è un grande rito, che devi rispettar

Due campionati fa sono stato allo stadio ben due volte, per vedere la squadra della mia ragazza, l’Vrbe, che giocava contro le due squadre della mia città, la Grifonia e la Ciclistia. Preferirei non fare nomi perché davanti al calcio la gente tende a sbroccare e perché l’unica volta che mi sono arrivati insulti in privato per una roba pubblicata su tumblr è stato per una divertente scritta sul muro contro la squadra della mia città di cui non sono mai stato tifoso. Il fatto che questo post sia in bozze da quasi due anni la dice lunghissima su quanto sia sicuro che sia una cosa salutare scrivere di calcio.
Premessa: il mio rapporto con il calcio è che fino a circa 5 anni sono stato tifoso della squadra di mio nonno paterno, una nota società a righe bianche e nere. Poi degli amici di mio nonno materno mi hanno regalato una maglia della Grifonia, quella che ha nove scudetti e una coppa italia, tutti vinti prima di adottare la maglia storica rossa e blu (cosa che dovrebbe fare un pochino riflettere). Da lì sono stato abbastanza tifoso fino alla metà degli anni novanta quando ha progressivamente iniziato a non fregarmene più nulla. Al momento il mio coinvolgimento nel calcio è che il lunedì a pranzo i colleghi mi informano di quello che ha fatto la mia squadra di riferimento (“sono grifoniano non praticante” è la mia linea ufficiale).
Lucilla invece ha un passato di abbonamento in curva all’Vrbe e quando può andarla a vedere ci va.
Io non mettevo piede in uno stadio, se togliamo quella volta che sono andato a vedere una roba tipo la nazionale cantanti rock, dal 1993, un derby Grifonia-Ciclistia. Ho scoperto che adesso andare allo stadio è un po’ come prendere un aereo, perché tra quando fai il biglietto e quando finalmente riesci a entrare devi tirare fuori i documenti più o meno lo stesso numero di volte.
Ho anche imparato che ci sono delle cose che ti lasciano addosso un imprinting pazzesco e che il potere dei colori è straordinario. Quando siamo andati a vedere Ciclistia-Vrbe, passare in mezzo a quelle torme di tizi tutti bardati con quello scialo di colori a strisce mi ha fatto più o meno la stessa paura che passare in mezzo ai poliziotti in anti-sommossa. La stessa sensazione di minaccia data dal percepire una divisa che non è la “tua” (oltre a essere francamente pacchiana e vagamente puffesca) (niente a vedere con la nobiltà più che vagamente Griffondoro  della Grifonia), unita al sentirsi doppiamente infiltrati.
Tra l’altro l’effetto delle leggi “anti-violenza” è più o meno quello che sognava Berlusconi quando prese il Milan: lo stadio praticamente monocolore per la squadra di casa, perché solo i residenti possono comprare i biglietti autonomamente e gli altri devono affidarsi a trasferte organizzate e scortate, relegati in un angolino di fianco alle gradinate, la “gabbia” (che gabbia è fisicamente, nel senso che è protetta da reti su tutti i lati). Se una volta, quindi, in settori come i distinti (dove eravamo noi) si mescolavano tifosi delle due squadre, adesso non è più così e l’intero stadio è, per così dire “curvizzato”, con il risultato che “l’altro” è lontano, un gruppo di gente in gabbia ancora meno umanizzato. Noi siamo seduti di fianco a una di quelle famigliole da cartolina, che sembrano uno spot delle famiglie allo stadio: mamma, papà, figlio sugli otto anni, tutti nei colori sociali, molto affabili. Lucilla parla meno possibile perché il suo accento la tradirebbe immediatamente, io mi sento sempre più Fassbender con la divisa da nazista e ho il terrore di venire sgamato da un momento all’altro. Ci conforta parzialmente avere seduto due file dietro un gigantesco tifoso archetipico dell’Vrbe che potrebbe salvarci in caso di pericolo.
Si gioca in un’ora inumana, tipo le 12.30. Esigenze televisive, è la prima volta in Italia. In curva una processione con bara celebra la morte del calcio.
Il prato fa parecchio schifo, ancora più dello spezzatino delle partite, dei centoventimila stranieri per squadra, dei contratti fuori dal mondo e di tutto quanto.
Però, il calcio moderno ha portato anche alla nascita del mestiere più buffo del mondo: lo stewart. Lo stewart è pagato per mettersi addosso una pettorina giallo fluo e, almeno nei distinti, mettersi spalle al campo a guardare il pubblico. Sembra una performance del Living Theatre. Ogni tanto fanno dei cenni a qualcuno troppo scalmanato o lo allontanano dalle recinzione, ma per il resto sono lì, immobili, a cercare di capire dalle facce della gente che cosa stia accadendo alle loro spalle. Ed è un peccato che non possano vedere, perché lo spettacolo di una partita di calcio dal vivo, specie in uno stadio come questo in cui riesci a essere abbastanza vicino al campo di gioco, è sempre affascinante. Anche se poi il vero spettacolo è l’audio, il brusio di fondo che sale di intensità quando l’azione si sposta vicino a una delle due aree di rigore, a volte rotto da cori (che sono spesso parecchio brutti e banali anche ritmicamente) o che esplode in boati di rabbia, di gioia, di indignazione. Su questo tappeto sonoro, affascinante e preciso come l’iMUSE della Lucasarts, si stagliano le voci soliste dei tuoi vicini che completano l’esperienza sensoriale. Ricordate la famigliola ciclistiana di cui sopra? Ecco, come inizia la partita, la mamma si trasfigura e per quarantacinque minuti prima e quarantacinque minuti (più recupero) poi, si lancia in un interrotto monologo di insulti, bestemmie, imprecazioni, invettive, urla, lamentele. Ininterrotto. Nell’intervallo ho quasi paura a guardarla (anche perché ormai a quel punto era abbastanza chiaro che nessuno di noi fosse un ciclista; anzi, verso la fine della partita, irritato dal consueto atteggiamento di lagna dei cugini – vincevano due a uno con gli avversari in dieci e ancora frignavano per ingiustizie cosmiche nei loro confronti – devo avere rispolverato qualche “ciclisti di merda” che non dicevo dalle medie almeno) (poco ci mancava che intonassi “Looka Wially e B0bb1 g0l segnan solo su rigor”) ma sembra normale. È il fischietto dell’arbitro che causa la trasformazione. Attorno all’ottantesimo il figlio azzarda un “arbitro sei uno scemo!” e, incredbile visu, si becca un cazziatone dalla madre. Non l’avessi visto con questi occhi non ci crederei.
A proposito di occhi, in generale lo spettatore di una partita di pallone è dotato di una vista acutissima, sovraumana, che gli permette di capire immediatamente che cosa è davvero successo all’altra estremità del campo come fosse davanti a lui, grazie alla quale vede attraverso i calciatori e che è ovviamente incomparabile alla cecità dell’arbitro o del guardalinee (quando le decisioni di questi sono a sfavore della sua squadra, quale essa sia). Insomma, andare allo stadio fa benissimo alla vista, più delle carote.
Un’altra cosa commovente è il rapporto tra le tifoserie.
Mi spiego. Sei un uomo. La tua squadra, quella di casa, ha appena segnato contro quella ospite. Quali sono le prime persone a cui pensi? Quei tizi che non conosci che si sono svegliati all’alba per arrivare qua e se ne stanno reclusi in una gabbia, al freddo, isolati dal mondo e che devono pure sentirsi sulle spalle la carogna di avere preso un gol. E tu li guardi, cerchi di stabilire un contatto visivo con uno di loro e, a grandi gesti, gli fai capire che avresti piacere se lui ti praticasse del sesso orale. Grande piacere. ENORME piacere. È un momento commovente, in cui si esprime tutta la volontà di abbattere ogni barriera e avere un contatto personale, intimo, che coinvolge più sensi tutti insieme. Solitamente l’altro non resta indifferente a questo slancio, a questo desiderio di vicinanza e replica a gesti altrettanto ampi qualcosa che si può tradurre come “No, io vorrei che tu facessi del sesso orale con me”. Al che di solito iniziano le solite schermaglie amorose, come quelle su chi deve buttare giù il telefono: no, prima tu; no, tu; dai, prima tu; no no no, non esiste, prima tu. Insomma la cosa va avanti parecchio per le lunghe e a volte neanche la ripresa del gioco riesce a interrompere questo lungo corteggiamento (a volte poi la gente non riesce a trattenere il desiderio fino al più vicino motel, si sfila la cintura già per strada e lì di solito la polizia si incazza sul serio e impedisce a mazzate il coronamento del sogno d’amore). Avendo visto dieci gol in due partite (credo più di quanti avessi visto allo stadio negli anni precedenti) posso dire di avere avuto tutto il tempo necessario a osservare con attenzione il fenomeno.

(continua, se sopravvivo)

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6 commenti

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6 risposte a “Il calcio è un grande rito, che devi rispettar

  1. Anche io un tempo ero non praticante dell’Vrbe. Poi venne l’agnosticismo (non so cosa ha fattol’Vrbe, ma l’AquilaNazi ha perso, e io godo), poi l’agognato ateismo. Ora, da qualche anno sto meditando di cominciare a praticare il satanismo calcistico: foss’anche un Super Tele, se vedo un pallone t’o buco!

    Detto ciò, non posso far a meno di far notare al pregevole autore del pezzo, che se proprio proprio dobbiamo accomunare una squadra di calcio alle case di Hogwarts, allora i colori sono gli stessi dell’Vrbe.
    Ecco.

  2. Sarà che certe cose uno può provare ad evitarle, ma quando ti si infilano sottopelle è impossibile liberarsene, oppure sarà che tutto il pezzo rende omaggio all’elefante nella stanza, ma me lo sono veramente goduto.

  3. Se quelli del film sono daltonici non è colpa mia:
    http://tinyurl.com/rossondoro

  4. A questo proposito ti ricordo che domenica abbiamo un appuntamento. Questa volta in serale! forza Vrbe!

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