“Andiamo in Polonia” (10 di 15; Pandizenzero)

Giovane polacco non choosy impegnato in uno dei lavori scaccia-crisi più diffusi nel paese: il reggitore di frecce che indicano esercizi commerciali.

Torun è una piacevole cittadina con un incantevole centro storico medievale, nota per avere dato al mondo due cose molto importanti: Niccolò Copernico e il pan di zenzero.
Da Poznan ci si arriva con una corsa in treno di cui non ricordo assolutamente niente se non che Lucilla si è addormentata (ma la mia collezione di foto delle vacanze contiene un’enorme quantità di foto di Lucilla addormentata su praticamente qualsiasi mezzo di locomozione terrestre, acquatico o aereo esistente, quindi non è un fatto molto significativo).
Approfittando del cambio favorevole, ci siamo concessi un albergo di quelli graziosi, una piccola struttura con poche camere in un palazzo medievale, dal soffice nome di “Le petite fleur”. Arriviamo in città che piove. Non fortissimo, ma piove. Sul foglio della prenotazione c’è scritto che il check-in è alle 14.30. Sono le 12 ma ci proviamo lo stesso, nella speranza che la stanza sia già pronta. Dire che la signorina alla reception ci accoglie con freddezza è un eufemismo. Ci concede graziosamente di lasciare gli zaini tipo nel cesso e ha un attimo di scompenso quando le chiedo se si può usare il bagno. Per fortuna il posto è molto, ma molto, carino, perché il primo impatto è un po’ da capate in faccia. Comunque la situazione peggiorerà. Oh, se peggiorerà.

Liberi almeno dagli zaini da trekking, partiamo come un sol uomo alla scoperta della città. Dopo un momento in cui fingiamo di essere persone serie e arriviamo davanti alla facciata della casa di Copernico, che poi è in realtà solo una casa posseduta dalla sua famiglia attorno agli anni in cui lui era nato, gettiamo la maschera e ci buttiamo nel nostro vero obiettivo torunense: il Museo del Pan di Zenzero.
Il museo in questione è uno dei posti più intimamente simpsoniani che possa capitarvi di visitare nel Vecchio Continente e andrebbe visitato da, tipo, chiunque.
Non si tratta infatti di un vero e proprio spazio espositivo in senso stretto, bensì di uno stanzone arredato come la bottega del Piccolo Mugnaio Bianco (che tanto ci insegnò sui rapporti tra giovani uomini e giovani donne, a noi bimbi negli anni ottanti) in cui un ragazzo (il Mugnaio) e una ragazza (la Fatina del Pan di Zenzero) spiegano tutti i segreti del dolce. Si inizia con gli ingredienti, fatti annusare uno per uno, poi viene mostrata, con l’aiuto dei visitatori, la preparazione dell’impasto e, infine, con mattarello e formina si prepara il proprio pezzo di pan di zenzero da cuocere nel forno.
L’idea è molto carina se non fosse che i due ragazzi di turno durante la nostra visita avevano un incredibile scazzo, specie nel momento in cui, dopo avere fatto la spiegazione in polacco, dovevano ripeterla in inglese per me, Lucilla e una coppia di anziani signori americani. Il fatto che lei soprattutto tenesse sempre i denti chiusi mentre parlava rendeva drammatica la situazione per il signore americano e il suo apparecchio acustico, con il risultato che toccava a me o alla moglie ripetergli alcuni passaggi.

La fatina del pan di zenzero. La bambina sta cercando di cogliere l’attimo per sentire l’odore delle spezie che le stanno passando davanti al naso a velocità warp. In primo piano, l’apparecchio acustico del signore americano.

Lo sapevate? Il pan di zenzero in polacco si chiama, letteralmente, “panpepato” (piernika).
Nelle dimostrazioni pratiche mi sono distinto in due occasioni: quando sono stato prescelto per versare la farina nell’impasto di miele e quando ho tirato l’impasto con il mattarello così sottile che neanche i cappelletti di mia nonna (unico della compagnia a sbagliare).
Di uno dei due eventi abbiamo una gif animata:

(Aggiungere colonna sonora di oboe)

Alla fine, messo in forno il proprio capolavoro, si tratta di aspettare che sia pronto, mentre i tizi cercano di farti comprare qualcosa dal negozietto interno. Per i bambini, è prevista la consegna di una pergamena compilata dalla Fatina che attesta di essere diventati dei provetti pandizenzerai. E qui scoppia il caso diplomatico, perché la signora americana si mette in coda con le bambine e vuole pure lei la sua pergamena. La ragazza la guarda con la tipica faccia da “maporcocazzo questa cosa vuole?” che hanno i negozianti quando entri in negozio alle 19.20 e inizia a guardarti in giro con le mani dietro la schiena. In più, non riesce a capire il nome della signora, che al quinto tentativo di spelling (non c’era niente da fare e quella era la cosa più buffa che stava succedendo) dice: “H O PE, Hope, like ‘I hope to have my biscuit'”. Alla fine la ragazza, che non ha capito, prende un pezzo di carta, le fa scrivere il nome e la signora Hope ha il suo certificato. Hope e suo marito, di cui non sapremo mai il nome, sono di Washington D.C. e sono alle battute finali di un giro della Polonia parecchio simile al nostro. Lui praticamente non cammina, se non lentissimo con le stampelle, ma sembrano molto determinati.
Non facciamo a tempo a chiedere perché la Polonia. Lui ha un po’ l’aria di quei reduci della seconda guerra mondiale che ogni tanto tornano in Europa a farsi un giro e mi piace pensare che sia così.

Poi finalmente il pan di zenzero è cotto ma, sorpresa!, non è commestibile, è solo ornamentale. In inglese, il Piccolo Mugnaio Bianco, spiega a noi e agli americani che in realtà non c’è niente che vieti di mangiarlo (se non che è duro come pietra), ma che il vero problema è che non hanno l’autorizzazione per preparare prodotti alimentari perché non ci sono le condizioni igieniche. In effetti, indovinate un po’ chi ha assaggiato della pasta di nascosto mentre preparava il suo pezzo, salvo poi scoprire che era la pasta avanzata dal turno prima? Sono ancora vivo, comunque.
Finisce che usciamo da lì affamati di pan di zenzero e che in un giorno visitiamo due volte uno degli spacci della città, per la cronaca.

Il mio pezzo di pan di zenzero (molto emo). Il fatto che sia bruciato in un angolo vuol dire che ho il cuore impuro, ha detto il Piccolo Mugnaio Bianco.

Non di solo pan di zenzero vive l’uomo, però, quindi la sera andiamo a cena in un posto che fa praticamente solo patate. La sfida tra l’uomo e il cibo è durissima; l’unica certezza è che il portafoglio vince, visto che ceniamo con credo meno di 10 euro in due.

Frittella di patate con gulash e panna acida, patata al forno ripiena di gulash. È stato impegnativo.

Poi scopriamo con il favore delle tenebre che la città è sede di un festival d’arte luminosa che si chiama Skyway, alla sua terza edizione.
Si tratta per lo più di proiezioni luminose sulle facciate dei palazzi, che giocano con le architetture esistenti per generare effetti illusionistici. Siccome è il genere di cose che è più difficile raccontare che mostrare, evoco il potere di YouTube:

Viene il mal di testa a pensare a quanto devi lavorare per ideare e realizzare una cosa del genere. Siccome non abbiamo una mappa delle installazioni, gironzoliamo per il centro, che tanto è piccolo, alla ricerca delle cose da vedere. Capitiamo alle mura del castello, su cui proiettano immagini di draghi, cavalieri, crolli; finiamo sotto a nuvola di plastica sospesa in aria, che si illumina di colori diversi ma non fa poi molto altro; incappiamo in un’altra proiezione su una facciata, meno bella della prima ma comunque affascinante. In un vicolo c’è incastrata una palla di legno illuminata dall’interno, che scatena orde di fotografi.

Alla fine della serata torniamo in albergo soddisfatti.
L’albergo, poi, è molto carino, la stanza è grande e luminosa. Solo che nonostante il divieto di fumo (e le lunghe ore necessarie a prepararla) puzza incredibilmente di fumo.
La mattina dopo, quando ormai dobbiamo andare via, faccio per buttare qualcosa nel cestino del bagno e mi accorgo che c’è qualcosa. Un pacchetto di sigarette. Che spiega l’odore di fumo, ma che comunque non dovrebbe esserci. Poi guardo meglio e vedo che c’è dell’altro.
A questo punto non ho prove fotografiche, ma dovete fidarvi.
Nel cestino c’era un paio di mutande. Che non era proprio un paio di mutande da uomo normali. Sul davanti c’era disegnato il muso di un elefante. E la proboscide… beh, la proboscide era fatta per infilarci dentro qualcosa.

Una cosa così, diciamo

Non è finita, perché ancora avvolto nel suo cellophane c’era un lecca lecca. Che però non era fatto, che so, a girandola. No. Potremmo chiamarlo il lecca lecca “origine del mondo”. O sushi. Insomma, un lecca lecca da maschietti.
Cosa sarà successo in quella stanza? Un addio al celibato è l’ipotesi più probabile, con il futuro sposo che lascia nel cestino del bagno i regali imbarazzanti degli amici.
Ma perché quella roba è rimasta nel bagno? La cameriera non si è accorta che c’era della roba nel cestino? È un tipico scherzone polacco che si fa ai clienti che arrivano troppo presto?
Io, che ho l’animo di un’educanda, vorrei far su un sacchetto della spazzatura da portarci via e buttare via; però alla fine decidiamo di lasciare tutto lì.
Probabilmente c’è un social network di albergatori che recensiscono i clienti e io e Lucilla adesso siamo per sempre come quelli delle mutande-elefante, perché nessuno aveva notato prima la roba nel cestino.

Comunque finisce che pure Torun è una tacca sulla Lonely Planet che si allontana lungo i binari, mentre ci prepariamo all’ultima parte del viaggio, in due città i cui nomi sono per sempre legati alla storia del Novecento: Danzica e Varsavia (ed è subito Wagner).

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2 commenti

Archiviato in polonia, viaggio

2 risposte a ““Andiamo in Polonia” (10 di 15; Pandizenzero)

  1. Mari

    Sono in ufficio, il lavoro langue e mi sto facendo una cultura con i tuoi racconti della Polska. Ecco, a questo episodio tra panzenzerai, fatine e mutande, rido molto rumorosamnete. Con disappunto della collega di fianco. :-D

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