“Andiamo in Polonia” (13 di 15; Malbork)

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Pensi ai Cavalieri Teutonici e ti viene subito un brivido lungo la schiena, sarà la parola “teutonici”, sarà perché furono loro a rendere cristiane a suon di mazzate le ultime popolazioni pagane rimaste in Europa, quelle della Lituania. Fu un affarino di 200 anni che si concluse alla fine del XIV secolo e che consegnò i lituani alla Chiesa Cattolica e fece della Lituania il più settentrionale dei paesi cattolici.

Nell’immagine, Sir Magnus il Danese, cavaliere teutonico, impegnato a portare la Parola del Signore ai peccatori (Courtesy of Garth Ennis e Glenn Fabry, dalla miniserie Thor: Vikings)

I Teutonici erano nati in Terrasanta all’epoca della terza crociata, come i Templari e gli Ospedalieri, per iniziativa di cavalieri tedeschi – ovviamente – e si erano trasferiti in Europa abbastanza in fretta quando la Palestina era tornata in mani musulmane. Qui si erano rapidamente trasformati in una potenza militare e politica i cui possedimenti lungo il mar Baltico andavano dall’attuale Polonia fino all’Estonia.

Ovviamente, i Teutonici incrociarono le armi con il regno polacco più e più volte. Ai polacchi piace molto ricordare la battaglia di Grunwald, con la quale inflissero una pesantissima sconfitta all’Ordine, che ne ridimensionò le mire sul regno.
A Cracovia esiste un monumento dedicato alla battaglia, che fu la prima cosa che i tedeschi si presero la briga di smantellare appena conquistarono la città nel 1939. Fu ricostruito nel 1976 e le uniche parti originali sono alcuni stemmi che erano stati messi in salvo prima della distruzione.
I Teutonici, essendo tedeschi alla conquista dell’est europeo, si prestavano bene a simboleggiare la Germania nazista: l’associazione è esplicita nel famoso film di Ejzenštejn Aleksandr Nevskij, ma lo stesso regime nazista amava sottolineare la continuità con quell’esperienza, tanto che prese a modello per la costruzione di castelli in cui si svolgesse l’educazione delle future SS proprio la fortezza che era stata la sede dell’ordine, il castello di Malbork.

Lo spazio tra due dei castelli

Lo spazio tra due dei castelli

La cittadina di Malbork si trova oggi in pieno territorio polacco, a un’oretta di treno da Danzica. Ora, la triste caratteristica dei treni a media-lunga percorrenza polacchi è che sono molto peggio di quelli di Trenitalia. Non sono esperto di materiale rotabile, ma sono grossomodo i nostri treni dei primi anni ottanta, con il corridoio leggermente più stretto e scompartimenti da otto posti invece che sei. Gli arredi interni hanno l’aria di non essere mai stati cambiati da allora. Il lettore si immagini la nostra commozione quando alla stazione di Danzica si presenta invece un treno dell’altroieri, con i sedili a gruppi di quattro o due disposti attorno a un corridoio centrale, molto più comodi di quelli di un qualsiasi Frecciarossa. “Speriamo che sia lo stesso treno che prenderemo per le sei ore necessarie ad arrivare a Varsavia,” ci diciamo mentre decliniamo l’offerta di una tazza di tè perché ormai siamo pronti a scendere (il tè era compreso nel biglietto).

La cittadina di Malbork, di fatto, è un corollario del castello e, warholianamente, si può dire che la sua attrazione principale sia il MacDonald’s.
Il castello di Malbork, invece, è patrimonio dell’umanità Unesco (come il centro medievale di Torun, altra roccaforte teutonica), nonostante sia un po’ difficile capire che cosa resti oggi del castello originale.
La complessa struttura, gigantesca, è di fatto composta da tre castelli, la cui costruzione iniziò nel XIII secolo e andò avanti per oltre un secolo: alla fine arrivò a occupare una superficie di 21 ettari (18 dei quali oggi tutelati dall’Unesco) e poteva ospitare 3.000 persone. La posizione sulla Vistola permetteva ai Teutonici di esigere pedaggi alle navi in transito e garantiva un sostanziale monopolio sul commercio di ambra del Baltico. Oltre a essere il quartier generale dell’Ordine.
I Teutonici persero il castello nel 1457 e da lì in poi Malbork attraversò un lungo periodo in cui venne utilizzato in tutti i modi possibili e immaginabili, smarrendo (probabilmente per sempre) l’aspetto originario. Fu solo all’inizio XIX secolo che la Prussia, di cui allora faceva parte la regione, iniziò a pensare a restaurarlo (dopo intenso dibattito, con qualcuno che pensava di demolire tutto per fare prima e recuperare materiale da costruzione). I restauri conobbero due grandi fasi: nella prima i responsabili erano sostanzialmente fan dei Blind Guardian e dei Rhapsody con un sacco di idee in testa sull’aspetto che doveva avere un castello medievale, nella seconda subentrarono architetti dotati di una visione più scientifica che basarono i lavori sulle affinità con altre fortezze dell’Ordine, documenti e buon senso.
Erano ancora lì a rimettere a posto quando arrivò la seconda guerra mondiale  e di fatto tirò giù un’intera ala del castello, compresa la gigantesca statua della Madonna sulla parete esterna dell’abside della chiesa.

Madonna di rara e ricercata bruttezza, ma senza dubbio imponente.

Quando si visita Malbork, quindi, si deve tenere ben presente che non è lo stesso castello costruito dai Teutonici, ma in molte parti un tentativo di ricostruirne la magnificenza e l’aspetto, nello stesso luogo; un concetto che in Polonia è bene tenere sempre a mente, tra l’altro.

La Lonely Planet faceva un po’ di terrorismo sulle modalità di visita, sostenendo che fosse obbligatoria la visita guidata. In effetti, fuori dalla biglietteria troverete numerose guide (rare quelle in italiano) che aspettano l’orario prefissato per partire; le guide si pagano a parte e costicchiano, per gli standard polacchi. Però c’è la scappatoia: potete tranquillamente scegliere di fare la visita con l’audioguida (un iPod touch, tra l’altro) in inglese, senza dovervi intruppare in un plotone di vostri connazionali o di inglesi o di qualunque altro popolo di cui sapete o fingete di sapere la lingua. Il vantaggio è quello di potersi organizzare i tempi di visita – e il percorso – come più si crede, lo svantaggio è che la guida è narrata da due voci: una femminile che descrive i luoghi e una maschile che legge dei brani d’atmosfera o storici. La voce maschile parla più o meno come Orson Welles nelle canzoni dei Manowar, con un accenno di dentiera fischiante, e bisogna davvero concentrarsi per capire che cosa dice. Attorno alla terza sala io e Lucilla avevamo già iniziato a scimmiottare il suo “TEutonik ordAH”, però almeno sapevamo che cosa era autentico, che cosa ricostruito e che cosa inventato dai buontemponi di inizio ottocento.
La visita è grossomodo divisa in due parti.
La prima è la più interessante, perché si gira per gli ambienti più o meno ricostruiti che danno un’idea della vita quotidiana nel castello medievale. Il castello è grandissimo e c’è davvero parecchio da camminare; oltretutto i cartellini con i numeri dei capitoli dell’audioguida non sono sempre facilissimi da trovare e a volte la caccia al tesoro può essere un po’ fastidiosa. Conviene arrivare a Malbork la mattina presto se lo si visita durante la stagione turistica, perché quando il castello inizia a riempirsi di comitive e visite guidate muoversi diventa faticoso, così come ascoltare l’audioguida mentre una guida parla nella stessa stanza.

La latrina dei cavalieri. Al posto della carta igenica usavano foglie di cavolo.

La latrina dei cavalieri. Al posto della carta igenica usavano foglie di cavolo.

È impressionante la grandezza di un paio di sale, una delle quale viene indicata come il refettorio, anche se nessuno può dirsene certo per i motivi succitati. Qui la volta è sorretta da un’unica colonna, simile a una palma; in un muro si vede ancora una palla di cannone, ricordo di quando durante un’assedio i polacchi cercarono di far crollare la stanza colpendo il pilastro che la reggeva.

Altrove, come nella già citata chiesa interna al castello, i bombardamenti della secondoa guerra mondiale hanno lasciato segni ben evidenti.

Per usare un eufemismo

Per usare un eufemismo.

La cosa più incredibile che succede a Malbork è che a un certo punto, sulla via per la torre delle latrine, incrociamo una coppia di anziani. Li guardiamo bene e… CARRAMBA! Sono Hope e suo marito, che avevamo incontrato qualche giorno prima a Torun, al Museo del pan di zenzero. Una coincidenza improbabile, ci scambiamo un incredulo (da parte nostra, loro erano molto più cool) saluto veloce e poi ognuno va per la sua strada.
La seconda parte della visita di Malbork riguarda invece alcune parti del castello adibite a museo. Una, abbastanza interessante, è dedicata agli armamenti dei Teutonici e di chiunque abbia mai messo piede nel castello, quindi arriva tranquillamente alla seconda guerra mondiale con un gran profluvio di armature, spade, mazze, frecce, archibugi, carabine e chi più ne ha più ne metta. Poi c’è una mostra, parecchio grossa, dedicata all’ambra, alla sua origine, al suo commercio, alla sua lavorazione, che percorriamo a velocità warp, anche perché iniziamo a essere un po’ provati.

Un'immagine tipica dei luoghi turistici: la fidanzata di quello con l'hobby della fotografia che arranca dietro al novello Robert Capa trascinando la borsa con gli obiettivi e pregando per una morte rapida.

Un’immagine tipica dei luoghi turistici: la fidanzata di quello con l’hobby della fotografia che arranca dietro al novello Robert Capa trascinando la borsa con gli obiettivi e pregando per una morte rapida.

Finalmente usciti dal perimetro del castello ci dedichiamo alla ricerca di cibo.
Lucilla si decide a provare un tipico piatto locale, la zapiekanka: una mezza baguette aperta, ripassata in forno con funghi e formaggio e innaffiata di ketchup tanto per. È buonissima, nel girone dei cibi che ti prepari a 15 anni quando i tuoi ti lasciano da solo a casa per un fine settimana. Dopo quello, ci infiliamo in un loschissimo posto lungo il fiume dove per un tragico errore linguistico nell’ordinazione (che ho effettuato in polacco, pseudotedesco, inglese, italiano e sindarin) invece che un petto di pollo alla griglia Lucilla si vede arrivare una fetta di carne di triceratopo (dalle dimensioni) fritta.
Poco distante da noi, nel prato, consuma il suo pasto anche un simpatico topolino di campagna.

cibo

topo
Il ritorno a Danzica lo facciamo su un treno standard, che ci delizia con sedili in pelliccetta che devono essere fantastici quando fuori ci sono venti gradi sotto zero, ma che d’estate non sono proprio confortevoli.
La storia di Hope e del marito dal nome ignoto ha questo epilogo: la sera dopo, l’ultima a Danzica, andiamo a cena in un ristorante qualsiasi sul canale, scelto a caso, dopo aver giusto verificato su Trip Advisor che non avvelenassero i clienti per metterli nel gulash. Ceniamo fuori, fa fresco ma non c’è bisogno di usare le coperte che ogni sedia esterna di ogni locale polacco presenta come corredo. Non ricordo molto della cena, se non che non ci siamo accorti che il servizio era già compreso nel conto e quindi l’abbiamo pagato due volte. Quello che ricordo con assoluta certezza è che quando siamo entrati per pagare da un altro tavolo si sono alzati… loro. Senza saperlo avevamo scelto lo stesso ristorante. Loro partivano il giorno dopo per tornare negli USA, quindi dovrebbe essere stata l’ultima volta che ci siamo visti.
Ma chissà cosa può succede quest’estate.

(Next stop: Varsavia!)

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